Nigeria. Perché il governo non lascia andare le 82 ragazze di Chibok liberate?

Solo una finora ha potuto rivedere lo zio, le altre non hanno ancora riabbracciato i genitori. E anche le 21 liberate a ottobre vivono nascoste nella capitale lontane dai familiari

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82 Chibok girls released

«Oggi è un giorno meraviglioso. Quando Maimuna mi ha visto, ha cominciato a piangere ed è corsa ad abbracciarmi. Sono stato sopraffatto dalla gioia». Maimuna è una delle 82 ragazze di Chibok rapite da Boko Haram e rilasciate domenica in seguito a un accordo con il governo nigeriano, che in cambio ha liberato cinque importanti comandanti jihadisti e pagato un riscatto.

«ASPETTIAMO IL GOVERNO». Yakubu Nkeki ha potuto incontrare nella capitale Abuja sua nipote, insieme alle altre ragazze liberate, lunedì sera. Ma finora è l’unico. Nessun altro genitore o familiare stretto è ancora stato autorizzato a fare lo stesso. Le giovani si trovano al sicuro in un compound ad Abuja dove si stanno sottoponendo a visita mediche e psicologiche. «Stiamo aspettando che il governo dia il permesso a tutte le famiglie di riabbracciarle», spiega al Guardian Nkeki.

IL RAPIMENTO. Il 14 aprile 2014 Boko Haram ha rapito nottetempo dal villaggio di Chibok 276 ragazze, quasi tutte cristiane. Le ha prelevate dal dormitorio della scuola e le ha portate nella roccaforte jihadista: la foresta Sambisa. Se 57 sono riuscite a scappare subito, altre 21 sono state liberate ad ottobre. Dopo gli ultimi rilasci, i jihadisti dovrebbero detenere ancora 116 studentesse (anche se si dice che 13 siano sicuramente decedute). Il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, ha giurato in un video del 2014 di averle convertite tutte all’islam: «Le venderò al mercato e le sposerò ai miei uomini». Abigail John, ragazzina di 15 anni rapita dai terroristi in un’altra occasione e liberata nel 2015, ha rivelato: «I miei rapitori mi dicevano che le ragazze di Chibok erano state sposate ai miliziani e che ora erano felici e odiavano i loro genitori».

«SONO FELICE QUI». È difficile dire se i terroristi islamici affermavano il falso o meno, ma di sicuro almeno una ragazza si è rifiutata di lasciare la foresta Sambisa. Garba Shehu, portavoce del presidente nigeriano Muhammadu Buhari, lo ha confermato: «Sono 83 le ragazze che dovevano essere liberate. Ma una non ha voluto, ha detto che aveva trovato marito e che era felice dove si trovava». Nonostante non sia facile verificare l’effettiva volontà delle ragazze rapite, questo episodio può aiutare a spiegare alcune stranezze di questa operazione. Non è facile comprendere perché, a cinque giorni dall’effettiva liberazione delle ragazze, che domenica hanno parlato in un incontro a porte chiuse vietato ai giornalisti il presidente Buhari, i genitori non siano ancora stati autorizzati a riabbracciare le figlie. Perché il governo aspetta così tanto a dare l’autorizzazione? Se in parte il problema è dovuto alla difficoltà nell’identificare con precisione le ragazze (molte hanno nomi simili o identici) e a quella di comunicare con le famiglie (alcune sono difficili da rintracciare), c’è dell’altro.

RAGAZZE NASCOSTE. Le 21 ragazze sequestrate da Boko Haram e liberate ad ottobre, oltre sette mesi fa, ancora non sono state autorizzate a tornare dalle famiglie. I genitori hanno potuto incontrarle una volta ad Abuja e a Natale il governo le ha fatte tornare a Chibok. Ma anche in questo caso non hanno potuto passare le giornate con i familiari: sono state tenute al sicuro in una casa, protette dall’esercito, e i genitori potevano visitarle solo per un’ora al giorno. Attualmente si trovano ancora nella capitale nigeriana dove il governo, è la versione ufficiale, le sta «scolarizzando». Secondo alcuni osservatori se il governo non le lascia andare è perché ha paura che effettivamente Boko Haram sia riuscito a plagiarle e a trasformarle in terroristi. Un attentato kamikaze compiuto da una di loro sarebbe uno smacco enorme per il presidente Buhari. Le autorità temono anche che i jihadisti possano rapirle di nuovo, vanificando così gli accordi. Ma c’è un’ultima ragione.

DOPPIA DISCRIMINAZIONE. Quando le donne rapite da Boko Haram (sono 2.000 solo negli ultimi tre anni) tornano a casa, non sempre ricevono una bella accoglienza. Molte hanno subito violenze, sessuali e non (una delle 82 liberate ha una gamba amputata), altre sono incinte, altre ancora hanno uno o due figli. Tanti nigeriani «vedono le donne e i loro bambini come una minaccia diretta e temono che siano state indottrinate e radicalizzate da Boko Haram», spiega l’Unicef. L’aumento dell’uso di donne da parte dei jihadisti come kamikaze non aiuta. Ma la discriminazione ha la sua radice nella superstizione: «Tanti credono anche che i bambini concepiti come il risultato di una violenza sessuale o di relazioni sessuali con i membri di Boko Haram diventeranno la nuova generazione di jihadisti, dal momento che hanno ereditato le caratteristiche violente dei loro padri biologici».

Foto Ansa

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