Nicaragua, ancora attacchi alle chiese: «Andare a messa non è un crimine»

Sabato e domenica i cattolici sono stati attaccati fuori e durante la messa dai sostenitori del presidente Ortega. Non tutti i prigionieri politici sono stati rilasciati e Human Rights Watch denuncia torture e umiliazioni

Agguati ai vescovi, assalti alle chiese, sparatorie durante le messe, pestaggi di fedeli. È passato un anno da quando il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha ordinato alla polizia e a gruppi paramilitari di soffocare nel sangue le enormi proteste contro il suo governo e il rialzo delle tasse. Un anno dopo le violenze sono ricominciate: sabato e domenica i cattolici sono stati attaccati da gruppi paramilitari con lanci di pietre, gas lacrimogeni e proiettili di gomma esplosi da breve distanza.

LANCIO DI PIETRE DURANTE LE FUNZIONI

Sabato un gruppo di sostenitori di Ortega si è radunato fuori dalla cattedrale di Leon, aggredendo centinaia di parrocchiani che stavano uscendo dalla chiesa al termine della funzione. Uomini dal volto coperto hanno lanciato pietre dentro la chiesa durante la messa, ferendo almeno due persone. La celebrazione era in memoria del chierichetto Sandor Dolmus, ucciso durante le repressioni del 2018.

Il vescovo Bosco Vivas Robelo, che celebrava la funzione, ha fatto da mediatore con la polizia, che è rimasta a guardare le violenze senza intervenire, per far uscire in sicurezza i fedeli. La maggior parte dei cattolici è rientrata in casa senza problemi, ma almeno una ventina di persone è stata attaccata durante l’evacuazione, mentre otto sono scomparse, tra le quali un ragazzo di 13 anni.

«ANDARE A MESSA NON È UN CRIMINE»

Domenica, invece, ci sono stati scontri fuori dalla cattedrale di Managua, dove è stata celebrata una messa di ringraziamento per il rilascio di decine di prigionieri politici. Per impedire ai fedeli di manifestare contro il governo, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni e sparato proiettili di gomma contro i cittadini inermi. Durante la liturgia il vicario della Cattedrale, padre Silvio Romero, ha denunciato la presenza di poliziotti in borghese tra i fedeli, intenti a filmare e fotografare tutti coloro che stavano partecipando alla messa.

«Lasciate entrare i fedeli», ha dichiarato il frate. «La libertà religiosa, di credo e di coscienza sono inscritte nella nostra Costituzione. I poliziotti in borghese qui dentro non schedino i partecipanti. Sappiamo che la polizia è qui. Partecipare alla messa non è un crimine». Tra i 56 prigionieri politici rilasciati in settimana, ci sono i principali leader dell’opposizione, tra cui il contadino Medardo Mairena, la donna d’affari Ireland Jerez, lo studente Edwin Carcache e i giornalisti Miguel Mora e Lucía Pineda. Alcuni di loro hanno partecipato alla messa in Cattedrale.

TORTURE E PESTAGGI

Se circa 800 persone sono state arrestate dalla polizia dall’inizio delle proteste, nell’aprile 2018, nonostante la promessa di rilasciare tutti i prigionieri politici, il governo di Ortega ne detiene ancora 85 nelle carceri nicaraguensi. Qui, ha rivelato ieri un rapporto di Human Rights Watch, sono stati sottoposti a terribili torture: stupri, pestaggi con tubi metallici, elettroshock, waterboarding, nudità forzata e molto altro.

Le proteste contro il governo di Ortega e il suo Fronte di liberazione nazionale sandinista (Fsln) sono scoppiate nell’aprile 2018. La miccia è stata la proposta di riformare al ribasso il sistema pensionistico e il rialzo delle tasse, ma le manifestazioni hanno da subito messo in discussione gli ultimi 12 anni di Ortega al potere. In particolare, la popolazione ha criticato i tentativi del presidente di instaurare un regime attraverso l’inserimento in ogni centro di potere dei membri del partito sandinista.

100 MORTI, 800 ARRESTI, MIGLIAIA DI FERITI

Ortega ha reagito con la forza alle proteste attraverso l’«Operazione pulizia», autorizzando polizia e gruppi paramilitari a disperdere le manifestazioni con la violenza. Oltre 100 persone sono morte di conseguenza, migliaia i feriti e 800 gli arrestati. Circa 62 mila persone sono fuggite dal paese per scampare alle violenze, secondo l’Unhcr.

Il 20 marzo il governo ha promesso di rilasciare tutti i prigionieri politici entro 90 giorni, ma 85 persone restano ancora in carcere. Human Rights Watch ha descritto nel dettaglio gli abusi subiti dai prigionieri, intervistando un totale di 75 persone, tra cui 17 vittime dirette di abusi. La Commissione inter-americana sui diritti umani ha condannato il governo di Ortega per «gli arresti arbitrari con la sola intenzione di punire o sopprimere l’opposizione all’attuale regime. Alla prigione si sono spesso accompagnati pestaggi, minacce, insulti, umiliazioni e atti crudeli». Anche l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu ha denunciato «il trattamento degradante, disumano e crudele dei detenuti, incluse torture».

«IL NOSTRO GRANDE POTERE È LA PREGHIERA»

La campagna di repressione ha spesso preso di mira la Chiesa cattolica, che ha protetto e difeso i manifestanti nel 2018 all’interno delle mura delle proprie chiese. «La violenza genera solo violenza», ha dichiarato il cardinale arcivescovo di Managua, Leopoldo Brenes, a Vatican News. «Ci sono persone nemici della Chiesa e dei vescovi, che vogliono provocarci, ma noi vescovi abbiamo sempre pregato, siamo uomini pacifici. L’unica via è il dialogo e, come chiede il Santo Padre, l’unico modo per risolvere i problemi è non ricorrere alla violenza. Affinché vi sia dialogo, devono esserci fiducia, sincerità e azioni concrete per andare avanti. Il nostro grande potere è la preghiera e l’annuncio della missione di Gesù Cristo».

Foto Ansa