Nicaragua, «è in corso un genocidio: non c’è nessun altro nome per questo»

Ad oggi le vittime della repressione sono circa 350, decine gli scomparsi di cui non si sa più nulla. I vescovi scrivono a Ortega «per essere chiari e sapere se egli vuole davvero che continuiamo come mediatori e testimoni»

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tratto dall’Osservatore Romano – In questo momento drammatico per il Nicaragua non bisogna cedere alle provocazioni, ma lavorare per il dialogo e la pace. Questo il punto nodale del messaggio, pronunciato dal cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua, nel corso di una messa celebrata nella città di Jinotepe, la cui parrocchia è stata completamente distrutta dalle forze paramilitari che sostengono il governo lo scorso 9 luglio. Nel corso della messa Brenes ha ricordato «gli atti irrispettosi compiuti giorni fa dai sostenitori del governo» e chiesto ai fedeli «di non cedere alle provocazioni, di non rispondere al male». L’odio e la violenza «possono essere superati solo con l’amore che Cristo ci dà».
LA LETTERA A ORTEGA. Il vescovo della diocesi di Jinotega, Carlos Enrique Herrera Gutiérrez, ha dichiarato che la conferenza episcopale nicaraguense ha inviato una lettera al presidente Daniel Ortega. In questo documento si chiede al presidente se vuole o meno che i vescovi vadano avanti nella loro mediazione nel dialogo tra governo e dimostranti. «È stato deciso di mandare una lettera a Ortega per essere chiari e sapere se egli vuole davvero che continuiamo come mediatori e testimoni» ha detto il presule. I vescovi — ha spiegato Herrera — «decideranno quale posizione prendere in merito al dialogo una volta ricevuta la risposta dal presidente del paese». Pochi giorni fa Ortega ha attaccato direttamente i vescovi, definendoli «golpisti». Ha inoltre respinto le richieste di elezioni anticipate e ha negato di avere responsabilità per le violenze.
LE FAMIGLIE PIANGONO I FIGLI. Sul terreno, la situazione si aggrava di giorno in giorno. Manifestazioni contro il governo si sono tenute ieri in diverse città. Ai cortei partecipano studenti e intere famiglie. Si sono registrate violenze e disordini. Le vittime della repressione sono circa 350, dicono diverse fonti accreditate dalla stampa internazionale. Tuttavia, va anche ricordato che tanti — alcune fonti parlano di decine — sono gli scomparsi, quelle persone di cui non si sa più nulla.
In tutto questo, la Chiesa è sotto attacco. «Ci hanno minacciato di morte perché dicono che siamo le cause di questa situazione» ha dichiarato alla stampa padre Augusto Gutiérrez, parroco di Monibó, località vicino Masaya, uno degli epicentri delle violenze. Secondo Gutiérrez, quello in corso è «un genocidio: non c’è nessun altro nome per questo». Lo stesso vescovo Herrera si è recato ieri nel quartiere Sandino di Jinotega per consolare le famiglie dei molti giovani uccisi nei recenti scontri con le squadre di paramilitari, le cosiddette turbas, che sostengono il governo.
Foto Ansa

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