Fisichella: «Nell’anno santo di papa Francesco, la misericordia sarà un fatto concreto da vedere»

Intervista a Rino Fisichella, vescovo e capo del Pontificio consiglio per la Promozione della nuova evangelizzazione

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Pubblichiamo un articolo tratto dal numero del settimanale Tempi in edicola

«Il Papa ha inviato la lettera a me perché ero il suo destinatario più immediato. Ma ciò denota ancora di più l’ansia pastorale che muove Francesco nel voler vedere realizzato un Anno Santo in cui la parola misericordia diventa un fatto concreto da vedere e un’azione in cui impegnarsi in prima persona». Mentre è a colloquio con Tempi, Rino Fisichella, vescovo e capo del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione a cui il Santo Padre ha inviato la missiva sull’Anno Santo straordinario (che inizierà il prossimo 8 dicembre per concludersi il 20 novembre 2016), non sa quanto perfetta sia la sua sintesi. Apprenderà solo all’Angelus di domenica 6 settembre che per “fatto da vedere” e “azione in prima persona” Francesco intende anche l’appello «alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad accogliere una famiglia di profughi» come «gesto concreto» per l’Anno Santo.

Eccellenza, come nel Vangelo, nella lettera del Papa sono le donne, e tra le donne la Samaritana e la Maddalena, le protagoniste…
Guardi, ho ricevuto una telefonata di una giornalista, la quale mi ha detto che una sua amica molto lontana dalla fede ha fatto esperienza proprio di ciò che lei mi sta riferendo, si è sentita molto toccata da questa lettera e la domanda che ha fatto è: «Come faccio a ottenere questo perdono?». È vero, con poche parole Francesco ha raggiunto tante donne che hanno nel cuore una cicatrice e che nell’abbraccio del Papa ottengono di volgere un male in un bene grande.

Non solo Pannella, noi qui e perfino il governo Renzi (che è corso a precisare «non ci sono le condizioni») ha inteso le parole di Francesco sulla “grande amnistia” come un messaggio rivolto allo Stato. Sbagliato?
Sbagliato. È il Giubileo stesso a costituire la “grande amnistia”, una formula che richiama alla storia biblica, quando la proclamazione dell’anno di misericordia comportava la restituzione degli schiavi e della terra oltre che la remissione dei peccati. Qui non c’è nessuna intenzione di rivolgersi ai governi e agli Stati. Il Papa pensa ai carcerati che non potendo uscire dal carcere abbiano lo stesso la possibilità di fare esperienza del perdono e godere dell’indulgenza plenaria nei termini toccanti descritti dal Papa. Se poi, durante il corso dell’anno, il Papa vorrà tornare a riflettere su questo tema dell’amnistia sono sicuro che troverà le forme perché abbia ad essere un messaggio rivolto ai governi e agli Stati. Ma non certamente in una lettera scritta a me per il Giubileo.

Anche la nuova apertura ai lefebvriani è significativa, non crede?
Ripeto, quello che emerge nella lettera e nell’appello che in un certo senso la integra, sono tante situazioni umane legate da un denominatore comune: l’attenzione alle condizioni di ogni singola persona. Perché il Giubileo possa essere una esperienza viva della vicinanza del padre, toccare con mano la sua tenerezza. Perché solo così la fede rinvigorisce, si rinforza e quindi diventa testimonianza in questo mondo. E allora ritorniamo alla domanda iniziale: come mai il Papa ha scritto queste cose proprio a me? Perché la nuova evangelizzazione non è sinonimo di idee e teorie, ma di fede che tocca e risana la carne delle persone. La fede viva è fatta di opere generate dall’incontro con Gesù, volto della misericordia del Padre».

Foto Ansa/Ap

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