Neil Lennon, una vita tra Celtic e odio anti-cattolico: «Preso di mira per la sua religione»

Glasgow, l’applauso del Celtic Park per Neil Lennon è il saluto di un padre ad uno dei suoi figli più brillanti, che gli Hoops li ha portati in alto tanto da calciatore quanto da tecnico e ora se ne va in cerca nuove avventure professionali, stretto in un campionato sempre meno allettante. Tre campionati e due coppe di Scozia sono un bottino importante per un allenatore alla prima panchina, ma passano per scontati quando i rivali di sempre, i Rangers, annaspano nelle serie minori e le alternative scarseggiano. Piuttosto, Lennon può vantare di essere riuscito a riportare il Celtic in Europa, dove ha fatto fatica sì, ma qualche soddisfazione se l’è tolta, a partire dalla grande vittoria col Barcellona del novembre 2012.

I PROBLEMI COI PROTESTANTI. Ma il motivo per cui alla sponda bianco-verde di Glasgow mancherà Neil Lennon è altro: prima che allenatore per 4 anni, per 7 era stato leader del centrocampo dei Bhoys, incarnando alla perfezione lo spirito di questo club, così magicamente legato alla sua storia (la squadra nacque in uno dei quartieri poveri della città, Calton, su iniziativa di un frate d’origine irlandese) e alla sua comunità di provenienza, i tanti immigrati irlandesi e cattolici in Scozia. Per Lennon, tutto ciò ha voluto dire anche difficoltà, in particolare con la controparte cittadina, i Rangers, la squadra dei protestanti. E d’altronde per i tifosi dei Gers non ci poteva essere bersaglio più facile: capelli rossi, cattolico, nord-irlandese, animo combattivo e mai remissivo, quanto basta per non scendere mai a compromessi quando anche in campo c’era da dimostrare attaccamento alla maglia e alla tradizione, pure di fronte ad un pubblico ostile. Paradossalmente, uno degli episodi più spiacevoli gli accadde in patria nel 2001, mentre indossava la maglia della Nazionale: aveva firmato da poco per il Celtic, e alcuni tifosi unionisti dell’Irlanda del Nord non gliela perdonarono e intonarono alcuni cori contro di lui. La partita dopo sembrava tutto passato e gli applausi per Lennon si sprecarono. Ma nell’agosto del 2002, il centrocampista confidò che gli sarebbe piaciuto giocare, prima o poi, in una Nazionale dell’Irlanda unita, e per quelle parole ricevette alcune telefonate di minaccia. Pochi giorni e mollò del tutto l’Ulster.

AGGRESSIONI E MINACCE. In Scozia le cose per lui non sono andate meglio: dozzine sono stati gli episodi di odio settario, anche violenti. Il più famoso è quello che gli accadde ad Edimburgo, quando era già allenatore del Celtic: un tifoso degli Hearts entrò in campo e cercò di colpirlo con un pugno. Fu fermato appena in tempo. Prima, quando invece Lennon era calciatore, gliene capitarono altre: una volta, ad esempio, fuori da un pub di Glasgow fu preso di mira da due assalitori, che lo malmenarono, un’altra volta invece l’obiettivo era stata la sua famiglia, cui venne spedito un pacco bomba. Episodi che Lennon non si trovò mai a vivere nel corso delle sue esperienze sportive lontano da Glasgow: prima di essere un giocatore del Celtic, infatti, aveva giocato al Manchester City, al Crewe, al Leicester e poi anche al Nottingham Forest. E lì tutto era andato liscio.

«LENNON È ODIATO PER LA SUA RELIGIONE». Solo in Scozia la sua carriera calcistica lo ha messo in pericolo, assieme alla sua famiglia, che dal 2011 vive sotto scorta. Certo, il suo carattere aspro non semplifica le cose, ma nella vita fuori dal campo Lennon è persona tranquilla. «Spero nessuno abbia alcun dubbio su questo: Lennon è odiato per la sua religione e il suo Paese d’origine. Troppi critici di calcio in Scozia hanno scelto di ignorare che cosa gli stava accadendo, oppure, ancora peggio, hanno tentato di giustificare quanto succedeva col suo comportamento aggressivo», è il commento che Kevin McKenna, giornalista scozzese, ha affidato a sorpresa al Guardian ieri.
Il giornalista accusa il governo di aver voltato troppe volte le spalle a questi problemi, e attacca anche la federazione, che mai si è mossa per intervenire. Ma dietro alla rivalità tra Celtic e Rangers c’è un problema in più, ed è la crisi dell’identità protestante, sempre più incapace di identificarsi in qualcosa che non sia la sua squadra di calcio. E spaventata dal ritmo troppo rapido con cui «i cattolici irlandesi sono emersi con forza dalla discriminazione, per giocare un ruolo a pieno diritto nella Scozia moderna», spiega ancora McKenna. «Neil Lennon è arrivato in un momento specifico della storia, e così è diventato la somma di tutte le paure e insicurezze» dei rivali.

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