Napolitano? Da Monti a Letta (a Renzi?), più che un golpe ha fatto un fiasco

Scorretto non è che Napolitano intrallazzasse per togliere il governo a Berlusconi, ma che si sia ostinato ad affidarlo a funzionari mediocri e senza consenso. Votare subito per restituire sovranità al popolo

Alan Friedman, aiutato da un dispettoso Mario Monti, rivela un segreto di Pulcinella: Giorgio Napolitano si attivò prima degli spread di agosto per cercare un’alternativa a Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio scelto dagli italiani. Il fatto in sé è politicamente gravissimo, ma ci deve far parlare di colpo di stato e di impeachment? Mah!

Io ritengo che il presidente della Repubblica, istituzionalmente assai prudente, abbia tenuto di massima un atteggiamento formalmente corretto. Di fronte a turbolenze internazionali, il Quirinale si informava anche con personalità ammanicate all’estero su quali potessero essere gli esiti politici per la Repubblica, in qualche modo rispondendo alle competenze di chi sorveglia l’ordinato funzionamento dello Stato.

Togliere di mezzo qualche ansia forcaiola consente di cogliere meglio le gravi responsabilità politiche di Napolitano: cioè affidare l’Italia per oltre un anno (dal novembre 2011 alla primavera 2013) a una personalità evidentemente incapace di governare uno Stato e la superbia di pensare di potere gestire dall’alto una fase così critica della vita nazionale connessa alla crisi continentale. Un disastro sia dal punto di vista economico, sia da quello del nostro peso internazionale, sia da quello politico. Tale da portare a un voto senza sbocco nelle ultime elezioni.

Il pasticcio al capolinea
Di fronte a questo esito Napolitano ha per un momento ritrovato qualche consapevolezza politica chiamando a raccolta le forze principali del Parlamento per dare una nuova prospettiva alla nazione: il che è impossibile senza mettere mano alla Costituzione. Poi però l’ambizione di manovrare dall’alto ha di nuovo ripreso la mano al presidente: così con la scelta personale di ministri mediocri (a partire da Enrico Letta ed escludendo la povera Anna Maria Cancellieri, destabilizzata dal circuito mediatico-giudiziario) nei ruoli fondamentali, con la volontà di condizionare i partiti della coalizione (fino a vedere con compiacimento la scissione del Pdl e facendo dispetti sia a Massimo D’Alema sia a Matteo Renzi), impedendo così di fare emergere una reale intesa, possibile solo tra i soggetti interessati. Ha infine completato il capolavoro quando un frettoloso Antonio Esposito ha fatto saltare le già deboli prospettive di pacificazione e il Quirinale è restato inerte.

Ora il pasticcio è al capolinea. Si colgono nei tormenti del Colle le pressioni internazionali che vogliono un’Italia a cuccia in una fase così complicata con il Medio Oriente in fiamme, l’Ucraina, la Svizzera che alza barriere e mille altri aggrovigliamenti. Nel 2011 Napolitano ha servito una pietanza simile a quella anche oggi richiesta dal sistema di influenze internazionali. I risultati? Da noi, quelli economici illustrati ogni giorno da Giorgio Squinzi, quelli politici con la bolla nichilistica grillina al 25 per cento, quelli istituzionali con l’espansione della magistratura combattente. Ma anche con guai internazionali: l’Italia ha sempre avuto un ruolo in Europa e nel Mediterraneo, impedirglielo tramite commissariamento ha aggravato il quadro generale.

Ora bisogna provare un’altra strada: affidare al popolo e non a una guida insieme superba e pavida la direzione delle cose nazionali, consolidare il confronto istituzionale tra forze peraltro alternative, aperto da Berlusconi e Renzi, ridare sovranità alla nazione. Napolitano farebbe bene a gestire in modo rapido (a maggio) e ordinato questo esito. Altrimenti si accomodi. Un Romano Prodi non potrà fare peggio di lui.