Con Napolitano avremo un governo (forse), ma resta l’emergenza educativa della sinistra

Da quanti anni ripetiamo che non basta dire “no” e abbattere partito dopo partito (e Berlusconi in cima a tutti)?

Mai come in questi giorni l’Italia è stata sull’orlo dell’incendio. Fuori di metafora: da quanti anni ci raccontiamo da posizioni di infima minoranza giornalistica che il manipulitismo non è la soluzione ma parte del problema? Da quanti anni ripetiamo che non basta dire “no” e abbattere partito dopo partito (e Berlusconi in cima a tutti), ma occorre prendere atto di una emergenza che, favorita da quella economica, è crisi politica in quanto ideale, culturale, antropologica?

Da quanto tempo diciamo che è indispensabile unire le forze e, secondo l’idea di “amicizia civica” espressa da un cardinale (Scola), ritrovare ragioni di un impegno sociale che siano fondate sull’unità piuttosto che sulla divisione del popolo? Da quanto tempo diciamo che da qualche parte si deve pur ripartire e che dietro parole come “legalità” e “pulizia” non c’è nessuna ripartenza ma solo divisione e unilateralità, infantilismo e odio? Non c’è stato verso.

Così, proprio nella congiuntura elettorale più favorevole a una svolta abbiamo avuto il collasso della “razza pulita”. Eppure bisogna disinnescare gli incendiari. Che, come s’è visto nella conventicola di intolleranti che hanno assediato il parlamento durante le elezioni del capo dello Stato, sono l’antidemocrazia. Ora, grazie a Napolitano abbiamo il disinnesco e uno schema di governo. Ma il problema resta. Poiché «manca nel Pd ogni traccia educativa» (Clemente Mastella, anno 2007). E poiché il grillismo è l’espressione compiuta di tale mancanza. Come ha scritto Eugenio Scalfari (anno 2013) dei duecento parlamentari che hanno rifiutato il saluto a Napolitano, «anche l’educazione fa parte della cultura che evidentemente non c’è».