Napoli, un’alternativa alla camorra. «Lavoro e amicizia. Non basta educare alla legalità»

Genny è morto a 17 anni in una sparatoria. Antonio Romano lavora nel rione Sanità da anni: «Se lo Stato non ci sostiene, a cosa serve un posto di blocco in più?»

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Ai funerali di Gennaro Cesarano, il 17enne ucciso da alcuni colpi di kalashnikov in una piazza del rione Sanità di Napoli la sera tra sabato e domenica, hanno partecipato circa mille persone. Tantissimi i coetanei, che hanno rivendicato che Genny con la camorra non c’entrava. «Esattamente un anno fa proprio con Tempi affrontammo il tema di quello che accade nei rioni napoletani, in occasione dell’uccisone di Davide Bifolco, un giovanissimo di 17 anni, avvenuta durante un inseguimento di notte dei carabinieri», racconta a tempi.it Antonio Romano, presidente della Fondazione Romano Guardini, da anni impegnata in prima fila per costruire un’alternativa alla legge della strada e del più forte, con il centro di solidarietà del rione Sanità. «A 12 mesi di distanza, dopo le manifestazioni e la voglia di riscatto, l’aria è rimasta uguale, la gente è tenuta sotto scacco da un manipolo di criminali che aprono il fuoco in strada per contendersi il potere criminale dello spaccio di droga. È così anche a rione Sanità».

Perché si muore con tanta facilità a Napoli?
Negli ultimi mesi quattro giovanissimi sono stati ammazzati nei vicoli del centro storico di Napoli. È in corso una faida, che la terza e nuova generazione della camorra sta combattendo contro affiliati di vecchi boss. Come ha detto un collaboratore di giustizia, la nuova strategia della camorra è mandare i minorenni a sparare. La camorra investe in questo modo sui giovani. Ha capito che sono una risorsa da usare. Napoli è la città più giovane d’Italia. La società civile, le istituzioni napoletane, la politica devono uscire dal letargo e aiutare i giovani a crescere con nuove iniziative e nuove opportunità. Lo si vuole capire o no?

Qual è la situazione al rione Sanità?
È inutile fare giri di parole. L’illegalità, la delinquenza e la criminalità organizzata a Napoli e nelle periferie della città sono espressioni di un grandissimo disagio sociale, anzi sono le espressioni più evidenti del fallimento sociale che sta investendo la città e le sue periferie. Far finta di niente significa esserne complici. La situazione è esplosiva e riguarda tutta l’Italia. Il Governo, se vuole fare qualcosa, apra da subito un tavolo di lavoro straordinario per i giovani di questa città con le tante realtà che già si assumono responsabilità per il bene della città. A rione Sanità c’è una vasta rete di associazioni, cui il nostro centro partecipa, che di fatto assicurano servizi fondamentali alle persone e che stentano a sopravvivere, essendo abbandonate dalle istituzioni. Senza sostenere queste realtà a cosa può servire un posto di blocco dei carabinieri in più, in rioni con emergenze così complicate?

Un’attività educativa come la vostra come può essere una reale alternativa alla camorra? Saviano insiste sempre sull’educazione alla legalità come soluzione. Cosa ne pensa?
Tanti ragazzi si sentono dire: “Non vali nulla, non andrai mai da nessuna parte”. Spesso una frase quasi banale come questa è il punto di non ritorno. La criminalità li recluta e li fa sentire qualcuno affidando loro compiti delinquenziali e anche qualche soldo, spesso briciole. Le belle parole e i discorsi non portano via i ragazzi dalla camorra. Occorre molta educazione, molta amicizia, molta paternità. Certo, va bene parlare di educazione alla legge, va bene parlare di maggiore presenza dello Stato. Ma tutto questo non basta di certo! Occorre una realtà diversa capace di accogliere, capace di aiutare a crescere e capace di educare. Valorizzare e dare spazio a queste realtà è compito della politica e delle istituzioni. Possiamo farcela. Ognuno deve fare la propria parte. Noi stiamo, da anni, facendo la nostra, con buona pace dei tanti “predicatori” che vivono lontano da Napoli.

Che cosa offrite ai ragazzi?
Oltre a iniziative come il doposcuola e l’accoglienza dei bambini più piccoli, per i ragazzi delle medie dallo scorso anno abbiamo avviato un nuovo progetto come Portofranco Napoli, in collaborazione con la polisportiva Europa e la Milan Academy. “Nessuno escluso” è stato rivolto anche ai ragazzi di altre periferie, da Scampia a Fuorigrotta: abbiamo insegnato loro come diventare allenatori. Non solo attraverso corsi sulla tecnica e sulle strategie calcistiche, ma anche un percorso educativo di reinserimento sociale. I ragazzi hanno imparato a stare davanti ad una cosa a cui tengono in modo non istintivo e un modo di affrontare la realtà più umano, più bello, meno violento. E hanno risposto con una partecipazione significativa: sono venuti un centinaio di ragazzi. Il progetto si ripeterà quest’anno. Poi c’è l’iniziativa a cui stiamo lavorando adesso, per l’inserimento lavorativo.

Cioè?
Ci accorgiamo spesso che se anche offriamo un percorso educativo e cristiano ai bambini sin da piccoli, ma poi a sedici anni i ragazzi non trovano un’esperienza concreta di lavoro e guadagno con cui confrontarsi, rischiamo di azzerare tutto il lavoro. Servono concrete opportunità di lavoro per togliere i ragazzi dalla strada, dalla criminalità e dal nulla. Ecco perché vogliamo coinvolgere artigiani o piccoli imprenditori per avviare dei percorsi di apprendistato retribuiti, in particolare legati al settore turistico. Già quest’anno in estate alcuni ragazzi sono andati a lavorare in strutture alberghiere in Val d’Aosta. Sono stati così bravi che il datore ha chiesto che si fermassero un mese in più. Questa è la strada che vogliamo seguire e ci piacerebbe farlo con l’aiuto di più soggetti.

Foto Ansa

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