Memoria popolare
Non ci sarebbe stato il Movimento Popolare senza un “movimento” reale
Scrivere del Movimento Popolare mi è possibile solo riferendomi alla esperienza personale da me vissuta dentro quella entusiasmante esperienza di popolo: da semplice laico cristiano non mi avventuro in teorie pur necessarie per una vita non banale, ma mi limito a far memoria di una esperienza, rispetto alla quale non posso che essere grato.
Occorre premettere che vi è, per me personalmente e per tanti di coloro che hanno dato vita al Movimento Popolare, un “prima”, costituito dalla intensa e coinvolgente educazione ricevuta all’inizio in Gioventù Studentesca e poi in Comunione e Liberazione (Cl). Una educazione che ci aveva e ci ha trasmesso una evidenza inestirpabile, e cioè che Cristo c’entra con tutta la vita e che il cristianesimo non è un insieme di riti, ma una novità che investe, appunto, tutta la vita in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più pubblici. Una persona cambiata dall’esperienza vissuta nella comunità cristiana è cambiata in tutto e non solo in alcuni aspetti, magari quelli più intimi e nascosti, che non incidono su tutto ciò che definiamo come “bene comune”.
Tale educazione, quindi, ha inciso non solo su quella parte di vita che di solito viene definita “spirituale”, ma sulla vita affettiva e familiare, sul compito educativo, sul rapporto con tutti gli uomini e le donne e anche su quell’aspetto che chiamiamo “politica”, a partire da impegni in opere sociali che sono venuti prima dell’interesse diretto alla politica. Era inevitabile che, anche contro una certa mentalità che persisteva dentro al mondo cattolico, persone educate in tale modo prima o poi si interessassero anche del “bene comune” e di iniziative che precedevano la politica in senso stretto, ma che ne erano la sana premessa. Anzi: la qualità dell’azione politica ha cominciato a peggiorare quando tanti hanno pensato di occuparsi di tale attività senza prima dedicarsi a positivi e creativi impegni sociali.
Il primo giorno di scuola
Anche a me è capitato di vivere un itinerario del genere. Infatti nel 1971, quando in famiglia avevamo la preoccupazione di scegliere la scuola materna per il primo figlio, ci ponemmo il problema e dopo una breve esperienza in una scuola comoda perché “sotto casa”, capimmo, soprattutto per merito di mia moglie Adriana, che non potevamo rassegnarci ad una scuola qualsiasi, sia per essere coerenti con il grandioso insegnamento ricevuto da don Luigi Giussani e conseguentemente con la responsabilità di non rassegnarsi ad una vita vissuta banalmente, sia perché uno dei punti sempre sottolineati proprio da don Giussani era quello relativo al compito educativo.
Allora, forti di questi insegnamenti e del bene che volevamo a nostro figlio, ci confrontammo con alcuni amici e decidemmo di assumere una insegnante che contribuisse alla formazione dei nostri figli coerentemente con le preoccupazioni educative che noi avevamo. Un istituto di suore ci mise a disposizione un’aula, qui a Milano in via Duccio da Boninsegna, e così cominciò questa avventura.
Ho ancora la fotografia del primo giorno di scuola (materna) che ritrae le quattro famiglie: i Feliciani (con Aldino), i Bertacchi (con Maria), i Peregrini (con Sophie) e gli Zola (con Giovanni). Nello stesso periodo un’esperienza analoga veniva realizzata da un altro gruppo di famiglie in zona Vigentino.
L’impegno per la libertà di educazione
L’anno dopo ci mettemmo insieme, anche su consiglio di don Giussani, e così iniziò di fatto e poi anche giuridicamente la scuola La Zolla, che oggi ospita circa 1.200 allievi tra materna, elementare e scuola media. Dieci anni dopo, e cioè nel 1981, si tenne un primo incontro tra tutte le scuole nate sull’onda della Zolla (che, a sua volta, si era ispirata all’esempio di una scuola creata da alcuni amici a Rho). Parteciparono 34 scuole, il che significa che, in quel periodo, nascevano tre scuole ogni anno: un ritmo straordinario, che testimoniava una vitalità ed una creatività fuori dal comune!
Questa esperienza fu per me anche, indirettamente, l’inizio di un avvicinamento alla politica. Interessandomi di scuola, infatti, nacquero molti rapporti con persone non appartenenti al movimento di Cl e con esse, anche grazie al Movimento Popolare che aveva come responsabile per la scuola Gianfranco Lucini, nacque un vero e proprio “movimento” a difesa della libertà di educazione. Assistetti alla nascita dell’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche) e, sulla spinta di uno dei fondatori di tale associazione (il grande Giancarlo Tettamanti), accettai di candidarmi per il Consiglio scolastico provinciale. Alle elezioni ricevetti un sorprendente numero di voti, e oltre ad essere eletto fui presidente del Consiglio per circa due anni (1978-1980). Furono anni di grandi battaglie culturali e politiche, a difesa della libertà di educazione sia nelle scuole statali che nelle scuole paritarie (che ancora non erano definite giuridicamente come tali, e noi chiamavamo “scuole libere”).
Il precedente del divorzio
Facendo un passo indietro, occorre ricordare che nel 1974 vi era stata un’altra storica battaglia da combattere, quella relativa al referendum sul divorzio. Intenso fu il nostro impegno, che si manifestò nella stesura di un importante documento nel quale si definiva il divorzio una “riforma borghese”, nel momento in cui con la parola “borghese” i sessantottini di ogni tendenza squalificavano qualunque posizione culturale e politica diversa dalla loro. Ricordo che prima dell’inizio di una grande assemblea pubblica sul referendum un gruppo di sindacalisti presenti all’evento leggeva proprio il nostro documento, e uno di loro, favorevole alla legge che aveva introdotto il divorzio in Italia, disse che quello era l’unico giudizio in circolazione da considerare “pericoloso” per le ragioni dei fautori del divorzio.
Partecipai ad un numero molto grande di assemblee anche nelle scuole. Insieme a Roberto Formigoni praticamente ogni sera e per tutta la campagna referendaria tenemmo incontri: io illustravo i problemi giuridici che riguardavano l’argomento, mentre Roberto sosteneva le ragioni politiche che dovevano portarci a rifiutare anche a livello legislativo il divorzio. Non sempre tali assemblee si svolgevano tranquillamente: alcune volte dovemmo lasciare la sala da porte secondarie…
I radicali, i cattolici, la Dc
Purtroppo la maggioranza del popolo italiano espresse un parere diverso dal nostro. L’esito di quel referendum mise in luce molti problemi esistenti nel nostro paese. In particolare, divenne evidente che la cultura di sinistra ed anticattolica aveva rotto gli argini, alleandosi, paradossalmente, con la cultura liberal-radicale. La legge che aveva introdotto il divorzio in Italia era stata presentata da due deputati, Loris Fortuna e Antonio Baslini, socialista il primo e liberale il secondo. Ma a rendere popolare la legalizzazione del divorzio erano stati i radicali, e a condurre la campagna per il “no” alla sua abrogazione furono i comunisti. Questi ultimi, attraverso le pagine del giornale di partito, L’Unità, ingaggiarono una durissima e quotidiana battaglia contro gli “oscurantisti” nemici del divorzio. Fu da quel referendum che il Pci cominciò a trasformarsi in un “partito radicale di massa”, come aveva preconizzato Augusto Del Noce.
I radicali, esigui per numero nelle urne, divennero i protagonisti di un cambiamento culturale prima che politico, che poi portò all’approvazione dell’aborto ed ora, sempre con il sostegno degli ex compagni del Pci transitati nel Partito democratico (Pd), stanno sostenendo eutanasia e suicidio assistito. Appaiono come gli specialisti delle riforme di morte.
L’altro aspetto messo in luce dalla campagna referendaria fu la grave divisione manifestatasi in casa cattolica. Tante associazioni, e in particolare quelle alimentate e vezzeggiate per molti anni dalla classe intellettuale cattolica, si espressero anche pubblicamente a favore del mantenimento della legge sul divorzio, disobbedendo apertamente alle indicazioni dei vescovi italiani che invitavano a votare per l’abrogazione.
Tutto ciò, naturalmente, mise anche in luce l’inizio della crisi democristiana, che sempre meno riusciva a far riferimento agli ideali da cui aveva preso le mosse. Al contrario di ciò che diceva Giulio Andreotti, il potere stava logorando la Democrazia cristiana. Molti di noi si accorsero subito di questa situazione e questo fu uno dei fattori fondamentali che mise in moto un movimento culturale e politico che portò a ipotizzare la nascita di un soggetto che ridesse le giuste spinte ideali alla “balena bianca”, l’appellativo con cui ci si riferiva alla Dc. Si arrivò così all’assemblea di fondazione del Movimento Popolare, il 21 dicembre 1975.
(1. continua)
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