I morti di Lampedusa, Gino Strada e l’unica soluzione possibile: i barconi non devono partire

Se alcuni stati della sponda sud non sono in grado di garantire questo, si interviene noi europei sul posto, anche con la forza. A partire dalla Libia

mare-nostrum-marina-lampedusa-migranti7Prima di scandalizzarsi dell’inadeguatezza di Triton o del fatto che lo Stato italiano afferma di non essere più in grado di finanziare e gestire un’operazione come Mare Nostrum, bisognerebbe scandalizzarsi di quegli individui disumani che hanno costretto, puntando le armi e agitando i bastoni contro di loro, 400 persone a imbarcarsi su quattro gommoni e ad affrontare un mare forza 7 in pieno inverno. All’indomani di questa nuova tragedia mediterranea, l’ordine cronologico con cui si intima ai vari soggetti di vergognarsi per l’accaduto è indice della visione del mondo di chi esprime la sua indignazione. Se Amnesty International e Gino Strada chiedono all’Italia e all’Unione Europea di abbassare la testa per la vergogna (il fondatore di Emergency ha dichiarato di vergognarsi di essere italiano ed europeo, che è la stessa cosa), è perché per loro la morale è tutta assorbita nella politica, non esiste male nel mondo che non sia principalmente politico, cioè dipendente dalla diseguaglianza sociale, e dunque la responsabilità degli scafisti non è importante: se loro sono cattivi, è solo perché l’ingiustizia sociale li ha condannati alla povertà e spinti verso la criminalità. La colpa è del “sistema”, di cui governo italiano e Ue sono rappresentanti istituzionali, perciò ad attenuare le conseguenze migratorie dell’ingiustizia devono pensarci loro.

Non è un caso che il per altri versi benemerito Strada sia la stessa persona che rilasciò dichiarazioni su dichiarazioni in difesa di Omar Hasan al Bashir, presidente del Sudan dal 1989, quando cinque anni fa la Corte penale internazionale ne ordinò l’arresto per crimini di guerra nel Darfur. Non era quella l’unica impresa per cui il generale islamista meritava il premio di essere il primo capo di Stato di cui veniva richiesto l’arresto: sotto il suo governo le forze armate hanno condotto politiche di sterminio nella regione dei Monti Nuba e nel Sudan meridionale, il paese ha ospitato terroristi internazionali come Osama Bin Laden, Abu Nidal e Carlos, oppositori politici e preti cattolici sono stati arrestati e torturati. Ma per il dottor Gino Bashir andava risparmiato per un fondamentale motivo: se proprio si vogliono arrestare dei presidenti, bisognava cominciare da G.W. Bush, Putin e i governanti israeliani, altrimenti prendersela con un africano era sintomo di razzismo. Il fatto che il Sudan di Bashir fosse molto ospitale verso le iniziative di Emergency naturalmente non c’entrava nulla con la difesa d’ufficio.

Questa visione rousseauniana del male sottintesa alle critiche di personalità, organizzazioni e partiti politici nei confronti dell’Italia e della Ue va messa in evidenza perché, portata alle sue logiche conclusioni, imporrebbe la trasformazione dei nostri governi in agenzie di viaggio e dei nostri paesi in sterminati campi profughi: dall’altra parte del mare ci sono solo paesi sprofondati nella guerra civile, oppressi da dittature, condannati alla miseria. Qualunque siriano, eritreo o maliano potrebbe far valere il suo buon diritto a cercare la salvezza a nord del Mediterraneo. Certo, la distinzione fra migranti illegali economici e profughi politici o di guerra fa sì che molti di coloro che si avventurano attraverso le gelide acque vengano respinti per mancanza di requisiti (è il destino che sarebbe toccato alla maggioranza degli sventurati che sono annegati ieri l’altro: provenivano da Costa d’Avorio, Niger, Senegal, Mali, paesi solo marginalmente lambiti dalle varie guerre), ma questo in fondo non è giusto; l’ingiustizia che si esprime nelle guerre civili e nei governi dittatoriali è la stessa per la quale un giovane africano si trova privo di qualunque prospettiva di sviluppo economico e umano, in paesi con alti tassi di mortalità e qualità della vita abissalmente bassa.

Se questo è il modo giusto di guardare il mondo, dovremmo semplicemente ordinare alle nostre ambasciate di concedere visti d’ingresso nella Ue a chiunque li richieda, con l’unico limite che non si tratti di terroristi o criminali incalliti. Però questo non è il modo giusto, e tutti capiscono che aprire le porte indiscriminatamente non è la soluzione: non siamo in grado di accogliere tutta la povertà del mondo in Italia e nel resto della Ue. Semplicemente sprofonderebbe una civiltà senza che un’altra prenda il suo posto. Per non vergognarci, dovremmo suicidarci: è quello che chiedono Amnesty e Strada. L’errore sta nell’idea che la politica sia la responsabile e dunque anche la soluzione di tutti i problemi: l’economia politica è responsabile dell’ingiustizia (Marx), la politica migratoria indurrà la giustizia. E invece no, la politica non risolve i problemi: la politica deve farsi carico dei problemi e ognuno di noi deve avere una coscienza politica e fare politica, ma nella lucida consapevolezza che la politica non risolve da sola i problemi della convivenza umana. Perché la radice del male non è politica, ma umana. Il cambiamento del cuore è sempre più decisivo del cambiamento delle strutture. E persino da uno scafista maghrebino io mi aspetto che si metta una mano sulla coscienza.

Allora la politica che si fa carico dei problemi senza la presunzione di risolverli dovrebbe puntare prima di tutto sul contrasto alla tratta: i barconi della morte non devono partire. Se alcuni stati della sponda sud non sono in grado di garantire questo, si interviene noi europei sul posto, anche con la forza. I centri di identificazione, la protezione umanitaria in attesa di accogliere o respingere le domande d’asilo, andrebbero realizzati e gestiti sul territorio stesso degli stati della sponda sud. Gli sforzi diplomatici per una tregua duratura in Siria, grande esportatrice di profughi, vanno moltiplicati. Regimi come quello eritreo vanno messi alle strette con tutti i mezzi possibili. La politica estera in Africa e nel Vicino Oriente abbia come priorità la stabilità, e non la lotta su chi fra i paesi europei debba raccogliere gli avanzi del disimpegno americano nella regione. Da europeo io mi vergogno soprattutto di questo.