Morsi inguaia l’Egitto anche dal punto di vista economico. I miliardi del Fmi sempre più lontani

L’economia egiziana è al collasso. Per tirarla su servono i 4,8 miliardi di dollari di prestito del Fondo monetario internazionale. Ma Morsi ha fatto cambiare idea agli investitori.

L’Egitto è nei guai. Questa volta non si parla del nuovo dittatore Mohamed Morsi, della Costituzione «vaga e islamista» o del referendum per approvarla indetto in mezzo a proteste di piazza e scontri sociali. L’Egitto è in guai seri dal punto di vista economico. Per fare rifiatare l’economia dopo la cacciata di Mubarak, i Fratelli Musulmani puntavano su un prestito da 4,8 miliardi di dollari al tasso di interesse bassissimo dell’1,1 per cento che il Fondo monetario internazionale era pronto a elargire al nuovo paese figlio della Primavera araba.

DISASTRO ECONOMIA. Il Fmi aveva però posto alcune condizioni per il prestito, tra cui un aumento delle tasse per ridurre il deficit dell’Egitto. L’economia del paese è in ginocchio: la crescita del Pil egiziano è scesa nel 2011 dal 5 all’1 per cento, l’inflazione corre, la liquidità a disposizione delle banche è scesa dai 30 miliardi di dollari dell’era Mubarak ai 9 attuali e il tasso di disoccupazione è salito al 15 per cento, quella giovanile al 25. Gli investimenti esteri sono in calo a causa dei continui scontri e le riserve valutarie dell’Egitto sono crollate da 36 a 10 miliardi di dollari.

PRESTITO ADDIO. Dopo la Dichiarazione costituzionale (poi ritirata in parte) con cui Morsi si è proclamato dittatore del paese e le conseguenti proteste di piazza, per non esasperare ulteriormente gli animi il presidente dei Fratelli Musulmani ha deciso di non aumentare le tasse come richiesto. Così, però, si è precluso appunto il prestito. Morsi ha dichiarato di volere rimandare la richiesta di un mese, giusto il tempo di approvare la Costituzione e lasciare che le acque si calmino, ma il Fmi ha risposto gelido: «Per riaprire il dialogo bisognerà discutere con le autorità». Queste parole fanno presupporre che gli Stati Uniti dovranno essere d’accordo, ma per ottenere il via libera a stelle e strisce è necessario che la situazione politica si normalizzi, cosa che le recenti mosse di Morsi hanno reso molto difficile.

10 MILIARDI CERCASI. L’aumento delle tasse concordato a novembre dall’Egitto con il Fmi dovrebbe riguardare beni di consumo come alcol, sigarette e olio. Ma questo rischia di scatenare il malcontento di un paese da 85 milioni di abitanti di cui il 40 per cento vive sotto la soglia della povertà. Il prestito, inoltre, è malvisto non solo dai salafiti, per ragioni ideologiche, ma anche da alcuni gruppi sociali che ritengono che una decisione così importante debba essere presa dal Parlamento, sciolto dalla Corte costituzionale suprema in attesa di essere riformato tramite elezioni. Il prestito del Fmi doveva servire anche a tranquillizzare gli investitori esteri e farli tornare, per ottenere finanziamenti stimati intorno ai 10 miliardi di dollari totali. L’Egitto ha un disperato bisogno di queste risorse, che però continuano ad allontanarsi.