Moriremo tutti, sì, di ansia da cambiamento climatico (e Greta fa dietrofront)

Dai Meetup per superare il lutto ecologico alle macchine del tempo per dirne quattro ai nostri avi. Prima del pianeta bisogna salvare gli attivisti dall’esaurimento

Moriremo tutti: è vero, ma prima del clima ci ucciderà l’ansia da cambiamento climatico. Lo ha capito anche Greta Thunberg,
fresca di originalissima nomina a “Person of the Year” da parte del Time, che con una giravolta degna di Carla Fracci alla Scala spiega candidamente: «Ho detto cose forti, emotive, per attirare la vostra attenzione: “la nostra casa sta bruciando, voglio che siate presi dal panico”. Ma oggi qui a Cop25 non voglio farlo, non voglio spaventarvi. Abbiamo bisogno di ottimismo». Sì perché anche il miglior catastrofismo ha i suoi effetti collaterali. Cliff Mass, un docente di Scienze dell’Atmosfera all’Università di Washington, non ha potuto che augurare le pene di un caldo inferno ai nuovi persuasori dell’apocalisse climatica dopo aver letto sul Seattle Times dell’8 dicembre, un pezzone sui Meetup Climate Change di Seattle: frequentatissimi ormai da gente paralizzata dalla paura del futuro, di abitare in una terra in fiamme e in balìa dei ghiacciai che si sciolgono, terrorizzata dall’imminente estinzione di massa. Persone esaurite (buronut è il termine usato dagli specialisti) dall’attivismo climatico.

LUTTO ECOLOGICO E MACCHINE DEL TEMPO

Non è una novità, sono mesi che il panico generato dalla nuova stellina madrilena dispiega i suoi effetti certi e immediati negli Stati Uniti: deprimere i giovani. Non solo a forza di srotolare lo slogan “Ci stanno rubando il futuro”, secondo un rapporto del 2018 della American Psychological Association, il 72 per cento dei millennial (nati tra il 1981 e il 1996) dichiara di avere “problemi emotivi” a causa della “inevitabilità del cambiamento climatico”. Ma seminari come quelli promossi dall’UW Bothell per affrontare il lutto ecologico sono stati presi d’assalto.

«È raro che qualcuno fornisca agli studenti di scienze ambientali strumenti o risorse che li aiutino a gestire l’ansia e il dolore dato dal confronto con materiali così devastanti», ha spiegato la professoressa Jennifer Atkinson, che nel corso dei seminari invita gli studenti a superare la disperazione affidandosi a cose come la scrittura creativa e la poesia, la creazione di “kit di sopravvivenza”, la partecipazione a ritiri “spirituali” in cui immaginare di usare una macchina del tempo e spiegare ai propri antenati di cento anni fa gli impatti dell’industrializzazione. Organizzazioni no profit come Climate Action Families hanno dato vita inoltre a sessioni di gruppo per supportare emotivamente e aiutare a emanciparsi dal dolore i tanti travolti dalla vastità della crisi ecologica. E nella stessa Seattle i terapisti si sono specializzati in ansia e depressione climatica per prevenire e affrontare lo stress da climate change.

DOVE SI SCAPPA DALL’APOCALISSE CLIMATICA?

«Da non credere, anche il Pacific Science Center sta organizzando una sessione sulla gestione dell’eco-ansia», scrive il docente, attaccando i media che dal Guardian al New York Times stanno fomentando il panico (dilungandosi, un giorno sì e l’altro pure, sulle lacrime versate da star del clima) in maniera irresponsabile. «Ho ricevuto così tante chiamate e mail da persone disperate che non riesco ad elencarle qui. Una donna mi disse in lacrime che sua madre era gravemente malata in California, ma non poteva raggiungerla perché aveva paura degli effetti dei cambiamenti climatici in quello stato. Un’altra donna mi chiamò, terribilmente terrorizzata dagli incendi scoppiati nello stato di Washington a causa del riscaldamento globale. Altri mi hanno chiesto dove dovevano scappare per sfuggire alla nostra apocalisse locale».

Inconcepibile: non lo è solo la narrazione dei giornali ormai assurta a genere letterario (“Seattle heat waves could kill hundreds”, è solo uno dei tanti titoli del Seattle Times all’inizio dell’estate, “We have 12 years to limit climate change catastrophe, warns UN” quello del Guardian dell’autunno 2018), ma lo è anche la rassegnazione collettiva al mantra “siamo fottuti” di Conceivable Future che tanta scuola ha già fatto negli Stati Uniti: anno 2018, scrive il New York Times, il 30 per cento degli americani che affermano di non volere figli, lo fa perché preoccupati di vederli nascere in un mondo apocalittico e perché non vogliono contribuire all’apocalisse generando altri esseri umani. 

L’IMPORTANTE È TERRORIZZARE

«Il riscaldamento globale è un tema molto serio che va affrontato e si può fare molto per affrontarlo, sia in termini di mitigazione, sia di adattamento», spiega ancora Cliff Mass. Ma non c’è posto per una discussione seria e reale informazione sulle ragioni per essere ottimisti dal momento in cui «individui irresponsabili insistono con una visione apocalittica del futuro che è completamente in contrasto con la migliore scienza». Un’esagerazione? Mica tanto, visto che a dar ragione al docente è niente meno che AdAge, rivista dei guru della pubblicità che, come Tempi.it vi aveva spiegato qui, si sta ingegnando per trovare al cambiamento climatico il nome più terrificante possibile per «spingere la gente all’azione» e «raggiungere un pubblico che non è preparato in termini scientifici».

Mentre dunque l’America è alle prese con il burnout da catastrofismo climatico e l’istituzione di nuovissimi safe space di supporto, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa annuncia al Corriere della Sera che si svolgeranno in Italia, a Milano, a ottobre 2020, i lavori preparatori di Cop26, e soprattutto la prima Cop giovani. Naturalmente, Greta Thunberg «è invitata», perché è anche «la prima volta nella storia dell’essere umano in cui i figli educano i genitori». Terrorizzandoli finché serve.

Foto Ansa