Mingardi: «Spending review? Fatta così, si risparmiano solo 3 miliardi»

Sono solo 3,2 miliardi i risparmi portati dalla spending review. Parla Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni: «È preoccupante che dei 26 miliardi di risparmi, 22,76 vadano a copertura di nuova spesa».

Il primo e più discusso provvedimento varato nella spending review del supercommissario Enrico Bondi richiede il taglio di 24 mila dipendenti pubblici in esubero. Di questi, 11 mila lavorano per ministeri ed enti pubblici, altri 13 mila lavorano negli enti territoriali (Regioni escluse). Eppure, è difficile definire un criterio uniformante per il taglio: si guarderà al merito, a quei settori che troppo pesano sulle spalle dei contribuenti, ad enti riconosciuti come non virtuosi? Tempi.it ne discute con Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni.

Sono 24 mila i dipendenti pubblici in esubero, di cui 11 mila nei ministeri e negli enti pubblici non economici, e 13 mila negli enti territoriali. In particolare, quali sono gli ambiti della pubblica amministrazione meno virtuosi, dove questi tagli trovano ragion d’essere?
C’è l’imbarazzo della scelta. Bisogna però capire che in una fase come questa c’è un importante valore “simbolico” nelle scelte del governo. I cosiddetti enti inutili, per esempio, forse non fanno la parte del leone nel pubblico impiego, ma smantellarli come da anni si auspica e si spera darebbe un forte segnale di cambiamento. Ancorché non eccessivamente radicale – a mio parere, andavano abolite tutte – la misura sulle Province è importante: dà l’idea che sia possibile incidere un bubbone la cui esistenza è denunciata da tempo. C’era da dare un segnale: cambiare è possibile. Questa volta va riconosciuto al governo di averci provato. Aspettiamo ora le proposte in tema di aiuti alle imprese dello studio effettuato da Francesco Giavazzi per il governo.

Pensa che questa direttiva sia utile a ossigenare le casse dello Stato?
Sono già state rilevate, da parte per esempio di Oscar Giannino e di Luca Ricolfi, alcune ragioni di perplessità circa il contenuto del provvedimento del governo. È preoccupante che di questi 26 miliardi di risparmi, 22,76 vadano a copertura di nuova spesa. Il contenimento reale è dunque pari a 3,2 miliardi in tre anni. La riduzione della spesa non è delle dimensioni che un liberista si auspicherebbe. Ed è vero che in buona parte è “post mortem” rispetto alla vita di questo governo. Ma quest’ultimo punto potrebbe rivelarsi positivo. La destra storica fece un errore tremendo: lasciò i conti in ordine, permettendo ai successivi governi di sinistra di aumentare le spese. Lasciando a chi verrà dopo la “polpetta avvelenata” di qualche taglio di spesa già pianificato, Monti può contribuire ad assicurarci contro la vocazione allo spreco delle forze politiche.

Il numero di esuberi stabilito del commissario Enrico Bondi è, a suo parere, corretto o andrebbe aumentato?
Guardi, non c’è un numero “giusto o sbagliato”. Questo genere di domanda ci aiuta a capire quale è il problema del provvedimento. I dipendenti pubblici in Italia sono sicuramente troppi, ma il vero problema – ab origine – è il pubblico. Quando parliamo di una determinata industria, di un determinato servizio, non si ragiona a partire dal numero di persone cui si “deve” dare o non dare lavoro. Si parte dal bisogno cui venire incontro, dall’idea imprenditoriale da realizzare. Steve Jobs voleva realizzare un iPad: non si pose il problema di quante persone fosse “giusto” occupare. Lo stesso dovrebbe valere per i servizi pubblici. Ma finché essi restano un monopolio nelle mani dello Stato, non esposto alla concorrenza e controllato (direttamente o indirettamente) dai partiti politici, daranno conto alla constituency per loro più rilevante: cioè i loro dipendenti, che possono esprimere un sostegno compatto a vantaggio di un certo gruppo politico, anziché dar conto ai consumatori, come farebbero se fossero sul mercato. È per questo motivo che l’unico mondo veramente “sostenibile” di ridurre la spesa pubblica non è fare interventi chirurgici, per quanto ben studiati, ma restituire al privato, al mercato e alla società civile, pezzi di Stato. Solo così si cambiano radicalmente logica e incentivi che presidiano all’erogazione dei servizi pubblici. Occorre cambiare regime alimentare: non limare le calorie un giorno a settimana.

Dal punto di vista della quantità degli impiegati statali, quali sono le regioni d’Italia che offrono un miglior rapporto tra lavoro svolto e quantità di dipendenti?
È noto che in Italia ci sono regioni nelle quali la spesa pubblica è stata distribuita con criteri che più evidentemente tradiscono lo scambio fra quattrini del contribuente e consenso. I lettori dei libri di Luca Ricolfi sanno bene chi siano i vincitori della gara degli sprechi. Ma credo che ragionare in questi termini porti benefici fino a un certo punto. Facciamo l’esempio della sanità. Il governo non è riuscito a porre in essere un provvedimento per “razionalizzare” la rete, chiudendo i piccoli ospedali. Può essere vero che i piccoli ospedali spesso rappresentano uno spreco (gli italiani ne vogliono sempre uno nel loro territorio, ma poi vanno puntualmente a farsi curare in strutture più grandi ed efficienti), ma ha senso pensare a chiuderli, con un provvedimento deciso dall’alto (da Roma)? È l’equivalente di un taglio lineare, a ben pensarci, che colpisce tutti alla stessa maniera.

Quindi, cosa fare?
L’amara verità è che noi dovremmo capire che anche ridurre la spesa implica un processo di apprendimento. Sul mercato le imprese che non sono sostenibili, falliscono. Se i piccoli ospedali che non reggono, sul piano economico, potessero andare incontro alla procedura fallimentare, si scoprirebbe se ce ne sono alcuni che sono semplicemente mal gestiti ma che vengono incontro a una domanda reale. Quelli presumibilmente attirerebbero un compratore privato. O, per assurdo, una comunità che davvero volesse l’ospedale sotto casa, indipendentemente dai suoi risultati, potrebbe decidere di tassarsi per sostenerlo. Insomma, l’errore è ragionare per compartimenti stagni e continuando a pensare che le cose debbano andare come sono sempre andate. Ridurre la spesa pubblica è importante proprio per ridurre gli spazi nei quali non c’è il “processo di scoperta dell’ignoto” tipico di un libero mercato – ma un rimasuglio di pianificazione centralizzata. Non possiamo fidarci dei pianificatori: siano politici o tecnici, romani o milanesi, essi combattono sempre le battaglie di ieri.