Milano, picconatore killer. Mantovano: «Tempi troppo lunghi per casi di espulsione»

Intervista all’ex sottosegretario all’Interno: «Il problema è chi strumentalizza la richiesta d’asilo per aggirare le norme sull’immigrazione»

Milano è turbata dopo il fermo di Mada Kabobo, il killer ghanese definito dai giornali come “il picconatore folle”, che ha picchiato due persone, poi ha ucciso un uomo (Alessandro Carolè, 40 anni), un giovane (Daniele Carella, 21 anni) e un pensionato di 64 anni, Ermanno Masini. Ci si interroga sul perché i primi tre feriti non abbiano allertato il 112, ma ci si domanda anche perché Kabobo, che già aveva precedenti penali (rapina, furto, resistenza), non sia mai stato espulso. «Questa vicenda fa emergere un aspetto gravissimo: come la normativa sull’asilo, un diritto sacrosanto, possa essere anche strumentalizzata per aggirare le norme sull’immigrazione», spiega Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario all’Interno nell’ultimo governo Berlusconi.

Perché l’immigrato ghanese non è stato espulso, pur avendo precedenti penali?
Kabobo, giunto in Puglia nel 2012, ha chiesto l’asilo politico e ha ottenuto dalla commissione incaricata di valutare, un permesso di soggiorno temporaneo in attesa della definizione della sua pratica. In seguito la commissione ha deciso di non concedere l’asilo, e per questo Kabobo avrebbe dovuto essere espulso, ma l’uomo ha presentato ricorso al tribunale civile, e in base alla normativa vigente in questo caso si può rimanere nel territorio italiano e non si può essere espulsi fino alla definizione della causa. Questa vicenda fa emergere un aspetto gravissimo: la normativa sull’asilo è un principio sacrosanto, e chi fugge da persecuzioni civili (all’etnia o alla confessione religiosa) o dirette, ad personam, ha titolo di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato, se la persecuzione è diretta nei suoi confronti (pensiamo ad un dissidente in un regime), oppure quanto meno può ottenere la protezione umanitaria con gli stessi effetti. Questa è una situazione trattata dall’Italia con tutta l’attenzione che merita, ma c’è anche chi per sfuggire alle norme della immigrazione clandestina, cerca di aggirare la situazione con la richiesta d’asilo.

Dove il sistema deve migliorare allora per evitare casi come quelli di Kabobo?
Sui tempi. Abbiamo già fatto dei progressi enormi, fino a dieci anni fa c’era un’unica commissione che valutava le richieste d’asilo e i permessi, e i tempi erano inaccettabili. Oggi ne esistono 15, che ho istituito in prima persona con il governo Berlusconi, di cui fanno parte anche membri dell’alto commissariato per i diritti dell’uomo, e alcune hanno più sezioni per un totale di circa 20 commissioni, che si trovano in condizioni ottimali a dare risposte in tempi rapidi. Il problema è che alcune commissioni non lo fanno perché magari chi ne è membro ha altri incarichi. Inoltre, il problema è che non appena si esprime la commissione il probelma non si risolve, perché spesso si fa ricorso al giudice civile, e così si aprono dei tempi della giustizia molto lunghi. Così in qualche caso qualcuno resta in Italia per mesi, se non per anni, come il ghanese Kabono solo in virtù del ricorso. Sono necessari tempi più rapidi, non solo da parte delle commissioni, ma anche dei giudici a cui ci si rivolge in appello. In passato ho avuto modo di seguire casi di persone con un decreto di espulsione addirittura per attività terroristica, che inizialmente avevano chiesto asilo, la cui domanda è stata rigettata, ma che rimanevano in Italia proprio in virtù del ricorso.

Bisognerebbe allora cambiare le leggi sull’asilo e sull’immigrazione?
Non è necessario fare modifiche normative, ma far funzionare il sistema in tempi accettabili. A mio avviso l’azione di governo da fare è un richiamo a tempi più rapidi sia ai membri delle commissioni, sia ai giudici civili che decidono su questo tipo di situazioni. Se non vogliamo limitarci ad auspici generici, si possono ottenere tempi più rapidi con un’azione governativa provando a coordinare meglio i tempi della commissione, e a livello dei giudici cercando di capire qual è il problema, se la carenza di mezzi o personale, o solo disattenzione o sciatteria. Quest’ultime possono emergere da uno sforzo di coordinamento.

Non crede che il tentativo di aggirare le norme sull’immigrazione strumentalizzando il diritto d’asilo riveli il problema che la legge Bossi-Fini ha maglie troppo strette?
No, perché nel caso di questo ghanese vediamo che c’erano titoli precisi per l’espulsione, erano stati commessi dei reati prima. Su queste materie c’è bisogno di equilibrio tra due esigenze, quella della tutela delle norme sull’immigrazione e quello degli immigrati che hanno il diritto di asilo. L’equilibrio c’è già, a mio avviso, ma si finisce nel lassismo per i tempi troppo dilatati.