Mentre la Calabria paga per smaltire i rifiuti, la Norvegia li chiede per produrre energia

Perché in Italia si spendono fior di soldi pubblici per spedire lontano l’immondizia, quando all’estero la sfruttano? Intervista a Carlo Stagnaro (Ibl)

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La Calabria affronta una nuova emergenza rifiuti: trentamila tonnelate di immondizia si riversano sulle strade di Reggio, Cosenza, Crotone, Catanzaro e Vibo Valentia. Martedì, 400 tonnellate sono state inviate ad una discarica privata di Rimini, con il costo di 150 euro a tonnellata. Intanto la Norvegia chiede rifiuti da importare, smaltire e trasformare in energia, perché grazie ai termovalorizzatori locali si produce elettricità per metà della popolazione e quasi tutti gli edifici scolastici. Ne discutiamo con Carlo Stagnaro, direttore delle ricerche dell’Istituto Bruno Leoni.

Stagnaro, perché in Calabria si arriva all’emergenza quando altrove i rifiuti sono fonte di energia e ricchezza?
Sono diversi i problemi sul tavolo. Il primo è sulla modalità di smaltimento dei rifiuti: si possono bruciare per produrre energia, perché parte dell’immondizia può e deve essere riciclata, oppure si può scegliere di inviare la spazzatura in altri paesi. Bisogna far capire ai cittadini italiani che, certamente, si può scegliere quale fra le due vie si vuole imboccare, ma che la seconda comporta una spesa varie volte maggiore rispetto alla prima. C’è poi anche un problema di efficienza nella gestione del rifiuto, dalla raccolta allo smaltimento: nella maggior parte delle città italiane questo servizio è gestito da municipalizzate. Ciò fa sì che la situazione sia marcata da scarsa concorrenza, da minore efficienza e spesso da costi superiori. Perciò un altro problema che gli amministratori locali devono considerare è quello della liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Per quel che riguarda la raccolta, bisogna abbandonare l’idea di affidarla a società del comune e fare delle gare per selezionare il gestore più efficiente. Poi bisognerebbe mettere in mano al soggetto che si occupa della raccolta la scelta della modalità di smaltimento più efficiente, ma nel rispetto delle leggi e dei cittadini.

Spesso, soprattutto nel Meridione, le municipalizzate sono però state serbatoio di posti di lavoro, seppur precari, per molti disoccupati. Pensa che gli amministratori potranno rischiare anche di perdere consensi, con un percorso di liberalizzazione?
È difficile che lo facciano di spontanea volontà, per questo serve un quadro normativo nazionale. Ma una cosa importante da dire è che uno degli errori tradizionali che il nostro paese ha fatto è quello di usare queste municipalizzate proprio come una sorta di “welfare state”. Questa è la peggiore scelta, perché spesso molte delle persone che lavorano per le municipalizzate, anche come precari, si sentono occupate, ma in realtà non lo sono perché il servizio non funziona davvero, le risorse non sono sufficienti perché il lavoro vada bene e non si tratta di occupazioni produttive. È sbagliato, a mio avviso, dare l’impressione a delle persone di farle lavorare quando, in realtà, si sta dando loro un sussidio di disoccupazione. Se per la raccolta rifiuti mi servono 50 persone, e ne assumo 100, vuol dire che ne sto impiegando 50 in un lavoro improduttivo e sto impoverendo la società. Ha più senso, allora, investire per la formazione di quelle 50 persone perché trovino un altro lavoro, perché scoprano delle risorse in loro e contribuiscano ad arricchire tutta la società con il loro talento.

Un altro tema molto discusso rispetto ai termovalorizzatori è quello dei rischi ambientali. Dal punto di vista “green”, che rapporto c’è in costi/benefici per la realizzazione di un impianto di questo tipo?
Ci sono delle leggi nazionali e europee che definiscono i parametri in cui un impianto debba lavorare. Se le leggi sono rispettate, le soglie sono tali da non essere presumibilmente pericolose: produrre energia da un termovalorizzatore è comunque un valore. Per questo la vedrei più come una partita economica che ambientale.

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