Mazowiecki: «Il cristiano in politica non può permettersi il gesto di Pilato»

Un articolo del 1979 dell’ex primo ministro polacco, morto mercoledì a Varsavia. «I cristiani in politica non siano rinunciatari e non si nascondano dietro la Chiesa»

È morto mercoledì a Varsavia Tadeusz Mazowiecki (qui nella foto di Artur Klose): l’intellettuale e politico polacco aveva 86 anni ed è stato un punto di riferimento di Solidarnosc, impegnato nella lotta per la liberazione della Polonia dal comunismo. Nell’89 raggiunse l’apice del suo impegno civile e politico, divenendo il primo capo di governo non comunista votato in elezioni libere. Di seguito pubblichiamo uno stralcio di un saggio che Mazowiecki scrisse per l’Autobiografia del cattolicesimo polacco, volume pubblicato in italiano da Cseo (Centro Studi Europa Orientale) nel 1979. Il futuro Primo ministro polacco tratta dell’impegno dei cristiani nella vita politica e nella difesa dei diritti dell’uomo. (Si ringrazia Annalia Guglielmi).

Il problema che vorrei affrontare qui non è tanto quello dell’atteggiamento dei cristiani o del cristianesimo di fronte ai diritti dell’uomo, quanto quello del loro atteggiamento nei confronti della rivendicazione di questi diritti. Vorrei inoltre trattare questo problema non in generale ma tenendo conto della situazione polacca. Assumerò come punto di partenza la constatazione che per un cristiano ci sono molti modi di combattere per i diritti dell’uomo e per servirli, ma che c’è una sola cosa che non può permettersi: là dove la liberà e la dignità dell’uomo sono oppresse o si lotta per i diritti dell’uomo, il cristiano non può permettersi il gesto di Pilato.

Lungi da me dunque l’idea di imporre una qualsiasi cosa a chiunque, o di pretendere all’esclusività della giustezza del mio approccio. Desidero solo porre in rilievo alcuni punti che mi sembrano importanti, sia dal punto di vista cristiano che umano, e che derivano dal nostro atteggiamento nei confronti della rivendicazione dei diritti civili e umani. Occorre che i cristiani nel loro comportamento in rapporto a questo processo rivendicativo, (evitino) quell’atteggiamento che chiamerò “mentalità rinunciataria”. Mi spiego. Si dice spesso che come Cristo non è stato un Messia politico, così anche la Chiesa non dovrebbe essere una Chiesa politica, né Chiesa del Potere né dell’Opposizione politica. Questo è giusto. La Chiesa segue il suo cammino e deve seguirlo. Può darsi che talune prese di posizione o azioni intraprese dalla Chiesa e dai gruppi che si battono per i diritti dell’uomo in favore di una causa specifica convergano, ma senza che vi sia identificazione, perché la Chiesa – per sua stessa essenza – ha propri fini, diversi ed extra-politici. Non c’è posto qui per malintesi o illusioni. Ma questo significa che non ci si può attendere niente da parte della Chiesa come istituzione, né dai cristiani, non solo in quanto membri di una comunità ma anche come cittadini?

In cosa consiste, dunque, questa “mentalità rinunciataria”? Vorrei iniziare a chiarire questa formula con una citazione. Si tratta di un testo pubblicato in una delle nostre riviste da un autore che io stimo, ma che mi servirà ugualmente come esempio di ciò che io definisco “mentalità rinunciataria”. Il testo in questione è il seguente: «L’uomo che è “segno di contraddizione” cambia il mondo. Ma non bisogna ridurre questo segno solo alla militanza per cambiare le strutture sociali e politiche. Gli obbiettivi del militante ci sono vicini, sono per così dire a portata di mano, poiché necessitano non della grazia ma della forza. I cambiamenti che egli opera non sono molto profondi. Cristo non ha cambiato le strutture politiche, ha saputo guardare più lontano, nell’infinito della grazia. Cristo non è un “segno di contraddizione” politico: il suo rifiuto è più profondo; parlava sempre del Regno di Dio che non avrebbe potuto consistere in nessun caso in una struttura politica. Gesù si è opposto al mondo su altro piano: non difendendo il Regno di Dio, ma proponendolo. Se si fosse opposto alle strutture mondane in modo difensivo, avrebbe trasformato la Chiesa in una struttura d’opposizione a misura delle strutture politiche del mondo. Troppo spesso noi confondiamo proprio questa opposizione strutturale con il “segno di contraddizione”, mentre mi pare che tale segno consista piuttosto in un’esistenza in cui tutto il nostro essere sia comunione con coloro che soffrono».

Io sottoscrivo e nello stesso tempo respingo un ragionamento simile. Lo sottoscrivo perché in effetti Cristo è assolutamente il segno di un altro rifiuto e il cristiano – anche il cristiano che entra nella vita politica, che vi è immerso – deve portare in se stesso questo segno di un rifiuto più profondo, senza il quale non sarebbe cristiano.

Qui io sono d’accordo. Ma nello stesso tempo io contesto questo ragionamento. Perché a che serve questo postulato così ben espresso: «Tale segno consiste in un’esistenza in cui tutto il nostro essere sia comunione con coloro che soffrono», se questa frase essenziale e bellissima non può essere compresa – così complesso è il suo significato – come esigenza d’immersione nella realtà del mondo, una testimonianza che deve ritenersi politica e che è in effetti un impegno politico? Politico non nel senso di una tattica, ma nell’accezione morale del termine. Ciò che respingo non è dunque quello che la frase dice, ma quello che non dice, ciò che non vi è incluso e di cui l’assenza nella prassi giustifica la fuga morale, la “mentalità rinunciataria”.

La Chiesa, si dice, deve adempiere alla sua funzione critica e sensibilizzatrice senza peraltro essere una Chiesa politica. Anche nuove ricerche teologiche vanno in questa direzione. Sono d’accordo per quanto riguarda la Chiesa, ma questo vale ugualmente per i cristiani nelle loro azioni in quanto cittadini, per gli ambienti cattolici, per gli individui? Chiamo “mentalità rinunciataria” la tendenza a nascondersi dietro la Chiesa per rispondere a questa domanda che è anche un interrogativo morale.

Il problema mi pare rivesta una particolare importanza per i cristiani che vivono in una situazione in cui la Chiesa è forte, come la nostra. Come cattolici di questo Paese noi possiamo essere fieri del fatto che negli ultimi trent’anni la Chiesa polacca è stata in certi periodi l’unica protettrice della libertà e della dignità umana. Possiamo essere contenti del fatto che sempre di più, da qualche tempo, nelle sue dichiarazioni il tema dominante sia la difesa dei diritti dell’uomo e non quello della salvaguardia della Chiesa e delle sue istituzioni. Sappiamo che questa forza della Chiesa è anzitutto il frutto di ciò che in essa è più importante, di ciò che le viene da Cristo. Questa forza risiede anche in una prospettiva umana, nell’atteggiamento dell’episcopato, e inoltre nella consistenza numerica della Chiesa in Polonia e nei suoi legami con le masse popolari. La forza della Chiesa polacca infine scaturisce dalla sua vitalità, una vitalità che in questi trent’anni si è andata sviluppando anche nel campo intellettuale. Noi tutti abbiamo una parte in questo risultato. Ma questa forza in diventa talvolta uno schermo dietro cui si nascondono la responsabilità personale e del nostro ambiente? Non sono il cardinale primate e le sue dichiarazioni, né il cardinale Wojtyla né monsignor Toarczuk che ci dispenseranno da questa responsabilità e che risolvono il problema al nostro posto.

E poi, chiediamoci se non è vero che ci nascondiamo dietro la Chiesa dicendo che parla già per noi perché crediamo ad un Messia politico, ad una Chiesa politica che ci esime da una responsabilità personale, dalla nostra scelta e dal nostro impegno. Mi sembra che questo sia un problema la cui gravità deve essere ben chiarita.

Mi accade di pensare che non sarebbe poi tanto male se, mentre costruiamo una Chiesa forte, noi avessimo un po’ più preciso il sentimento della nostra responsabilità individuale, come l’hanno i cristiani che vivono nella diaspora. Sul piano civile, più i cristiani in quanto cittadini sono coscienti ed attivi nella difesa dei diritti fondamentali dell’uomo e dei diritti in generale, meno la Chiesa è politica. Non penso, quindi, che ci si possa accontentare del ragionamento secondo cui non disponendo i cristiani polacchi di forme d’azione civile, non potendo impegnarsi in prima persona, tocca alla Chiesa prendere posizione, anche sul piano politico, al nostro posto, e questo mentre si ripete che la Chiesa è il segno di un altro rifiuto, come se ciò permettesse di risolvere il problema della «comunione con coloro che soffrono».

Certo il problema è molto difficile e complesso, e lo pongo semplicemente come un problema per la nostra coscienza, una questione d’atteggiamento; perché credo che questa “mentalità rinunciataria”, questo atteggiamento di rinuncia conduca alla fuga e possa essere un modo di imitare Ponzio Pilato.