Renzi aveva suscitato belle speranze, ma ora ha una deriva prodiana e pilatesca

Cerca la vittoria mettendo insieme tutto il possibile. Tutto ciò poggia pure sull’idea (sbagliata) che il problema oggi sia quello generazionale e non l’allargamento sociale dello Stato

C’è ancora uno spiraglio: l’iniziativa di Giorgio Napolitano, pur spesso senza un’adeguata determinazione ma in ogni caso politicamente sapiente, lo tiene aperto per il proprio protetto – un altro non proprio coraggiosissimo – Enrico Letta. Questo spiraglio per praticare due obiettivi oggi indispensabili e inseparabili (pacificazione dell’Italia e riforma dello Stato con annessa giustizia) è forse l’ultima chance per una nazione in via di disgregazione.

Il nostro status è sceso (dopo qualche discredito dovuto al duo Silvio Berlusconi-Giulio Tremonti) dalla marginalità a cui l’aveva portato Mario Monti fino a quasi al ridicolo: così Emma Bonino sulla Siria, così Letta al G20, così i rabbuffi di Bruxelles e Berlino temperati solo dal mago Mario Draghi la cui forza però poggia non nel rapporto con Roma bensì con la Fed. In una fase in cui il “contesto” è decisivo innanzitutto per l’economia, il nostro “ruolo” si avvicina allo zero nonostante che tanti altri protagonisti (dagli Obama ai Cameron e agli Hollande) facciano di tutto per declassarsi.

D’altra parte se la sovranità invece che al popolo viene affidata alle toghe, gli esiti sono questi. Lo spiraglio c’è ma stretto: nel centrodestra chi coglie gli istinti del proprio popolo non è poi capace di elaborarli culturalmente, chi invece ha posizioni politiche mature ha difficoltà a interloquire con il proprio popolo. Il centrosinistra è una raccolta di anime morte: si è affidato prima al municipalismo emiliano, nobilissima tradizione ma inadeguata a esprimere una visione nazionale (gli errori del socialismo padano furono determinanti per la vittoria del fascismo). Ora, poi, ha scelto un ectoplasma come Guglielmo Epifani che ha già devitalizzato la Cgil e ha come unica attitudine quella di tenere incollati pezzi di nomenklatura (prima sindacali ora d’apparato) senza una minima idea di dove indirizzarli.

Saremo dunque salvati da Matteo Renzi? Devo dire che verso la nuova promessa piddina avevo avuto insieme radicale diffidenza ma anche qualche speranza: la “parolina” su Berlusconi che andava battuto per via politica e non giudiziaria certo non esauriva le complesse questioni in campo ma era il cuore delle possibili soluzioni.

Dopo qualche mese l’atteggiamento di Renzi si è tradotto in un pilatesco “la giustizia faccia il suo corso”. Inoltre nel recente libretto Oltre la rottamazione il candidato segretario inanella una serie di prese di posizioni (più della Fiat è meglio occuparsi degli artigiani, meglio dell’Alta velocità è la manutenzione delle strade provinciali, la Costituzione piuttosto che cambiarla andrebbe applicata) o di non posizioni del tipo “vorrei pace nel mondo e cacca che profumasse di violette” (piuttosto che fare leggi sul lavoro creiamo più lavoro, ci spiega per esempio) che indicano un nuovo posizionamento politico: piuttosto che nel centro della società per creare un sistema di alternative costruttive, il sindaco di Firenze cerca la sponsorizzazione della Repubblica, di Grillo e Vendola, cerca una vittoria “prodiana”: mettiamo insieme tutto il possibile e chissenefrega se non funzionerà.

I danni di qualche “largo ai giovani”
Perché abbandona uno spazio che poteva aiutarlo a ricostruire l’Italia e non solo a vincere un congresso o un’elezione? Elemento decisivo di questo triste esito è quello prima richiamato: in una situazione di scarsa sovranità nazionale, abbondano i soggetti che preferiscono coordinarsi con sistemi di influenza straniera (è interessante che il consulente economico renzista suggerisca di vendere l’Eni) che fondarsi su un’adeguata base nazionale.

Tutto ciò, però, poggia pure su quella base culturale che mi aveva reso immediatamente diffidente verso “la nuova promessa”: l’idea che il problema centrale oggi sia quello generazionale e non l’allargamento sociale dello Stato. Nel secolo passato almeno un paio di rivolte generazionali ci hanno provocato guasti di fondo: il fascismo con il “largo ai giovani” la “giovinezza” molto fiorentinamente “primavera di bellezza”; e in larga misura il “sessantottismo” rivolta generazionale per eccellenza matrice di molti dei guai che Renzi – senza capire di quel che parla – denuncia (dalla partecipazione burocratizzata alla crisi del merito, dai graffiti all’ipersindacalizzazione).

Renzi proviene dalla grande tradizione del cristianesimo fiorentino dei La Pira, dei don Milani, dei Balducci, tradizione insieme vitale e troppo radicale. Piuttosto che rimuoverla con il patchwork messo insieme dai consulenti, avrebbe dovuto rielaborarla, confrontarla con quella comunista – l’altra cultura decisiva del Pd – , superarla in un dialogo intergenerazionale (altro che “giovinezza”) e da qui, da quel fondamentale punto di vista costituente (innanzitutto dossettiano), aiutare una riforma dello Stato che richiede storia e cultura più che i consigli per gli acquisti suggeriti dai Gori di turno.