Sul matrimonio aveva capito molte più cose il pagano Modestino dell’attuale sindaco (arcobaleno) di Roma

Marino vuole un registro all’anagrafe per le nozze gay contratte all’estero. Come Scalfarotto, crede che i diritti siano merce che si preleva dagli scaffali

Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae, divini et humani juris comunicatio. Questa definizione del matrimonio non si trova nel Catechismo né nel Codice di diritto canonico; il suo autore – Modestino, III secolo d.C. – non era iscritto ai Giuristi cattolici, e non era neanche cristiano. Era uno dei cinque giuristi le cui opere costituivano fonti utilizzabili nei giudizi: il Digesto contiene circa 350 passi attribuiti a lui. Pennella i tratti essenziali delle nozze e della famiglia: l’unione fra un uomo e una donna, la prospettiva dell’intera esistenza, e il richiamo al “divino”, oltre che all’“umano”, non quale surrogato religioso, bensì per sottolineare che la faccenda è importante e trascende l’ordinaria quotidianità. Se Modestino ha elaborato questa nozione senza passare – buon per lui – da un corso di preparazione al matrimonio è perché l’ha ricavata dall’oggettività dell’essere e dalla osservazione della vita della comunità familiare.

Chissà se oggi, nell’aula Giulio Cesare in Campidoglio, qualcuno farà ascoltare l’eco di un diritto antico e mai superato, di fronte alla volontà espressa dal sindaco Marino di istituire nella capitale il registro che trascrive i matrimoni fra persone dello stesso sesso contratti all’estero. Marino non è il primo a prendere una simile iniziativa: è stato preceduto dai suoi colleghi di Grosseto, di Fano e di Bologna; la replica a Roma ha però un peso evidente. È superfluo sottolineare che quei registri sono illegittimi; la disciplina del matrimonio è di competenza esclusiva dello Stato, anche quanto al riconoscimento degli effetti nel nostro ordinamento di nozze celebrate fuori dai confini nazionali.

Il confronto con Scalfarotto
Le materie per le quali il sindaco è ufficiale di governo sono normate dalle leggi nazionali: matrimoni e registri dello stato civile rientrano in tale ambito. Lo stesso sindaco Merola, commentando l’invito a lui rivolto dal prefetto di Bologna di revocare il suo provvedimento, ha ammesso la correttezza del richiamo del rappresentante del governo, e ha qualificato il proprio atto privo di “effetti legali”, e invece carico di effetti “simbolici”. Altrettanto superfluo è ricordare che la categoria degli atti aventi effetti “simbolici” non esiste: al più potrebbe interessare la Corte dei conti, se mai quest’ultima volesse chiedere ragione dei costi connessi all’introduzione di certi “simboli”; che a Roma segue in parallelo il non simbolico incremento delle rette per gli asili nido.

In un confronto avuto qualche sera fa col sottosegretario alla presidenza Scalfarotto, costui auspicava un ordinamento nel quale una coppia costituita da persone dello stesso sesso possa attingere al medesimo scaffale dei diritti riservato a un uomo e a una donna che si uniscono in matrimonio. Alla scuola del pagano Modestino gli ho replicato che i diritti, se sono realmente tali, non sono merce che si preleva a piacimento da uno scaffale, per la elementare ragione che sono iscritti nella natura dell’uomo, e rispondono non ai suoi desideri, ma alle esigenze che quella natura esprime da millenni; e la natura, come è noto, non tollera violenze né forzature.

Ricordarlo oggi – chi avrà voglia di farlo – al sindaco Marino nel Palazzo senatorio dell’Urbe, sotto lo sguardo delle statue e dei busti dei romani antichi, non sarà retrivo clericalismo, ma fedeltà a un diritto e a una civiltà rispettose dell’uomo.