I martiri cristiani, i boia jihadisti e noi che abbiamo dimenticato la lezione di Otranto

Oggi come allora la comunità internazionale deve decidere se, come insegna la dottrina sociale della Chiesa e come ha ricordato papa Francesco, non sia urgente esercitare il diritto e il dovere di «fermare l’aggressore ingiusto»

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Pubblichiamo la rubrica di Alfredo Mantovano contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La storia non è mai uguale a sé stessa. Riesce a essere maestra, se si decide di prenderne gli insegnamenti e di cogliere le analogie con quanto accaduto in altre epoche. Nel 1480 Otranto, città italiana all’epoca fra le più importanti, è distrutta, i suoi abitanti sono uccisi in combattimento e i sopravvissuti martirizzati uno per uno, tagliando loro la testa, esattamente come fanno oggi i boia dello Stato islamico, dall’esercito ottomano di Maometto II. La distruzione di Otranto non avviene per caso: segue di 27 anni la presa di Costantinopoli ed è l’esito della ritrosia dei governanti dell’Occidente a unire le forze contro la minaccia proveniente da Oriente. Vi è chi giunge all’intelligenza col nemico: in un conflitto che vede schierati da una parte il Papato e Napoli e dall’altra Firenze, Milano, Venezia e la Francia, costellato da omicidi e congiure, Lorenzo de’ Medici e la Serenissima spingono i Turchi ad aggredire le sponde adriatiche del Regno partenopeo.

Novant’anni dopo, nel 1571, la ruota gira diversamente: una flotta di Stati cristiani ferma la minaccia turco-islamica nel Mediterraneo al largo di Lepanto. Lo scenario europeo non è migliorato rispetto al 1480: la Francia fa lega con i principati protestanti per contrapporsi agli Asburgo e si compiace della pressione che i turchi esercitano contro l’Impero nel Mediterraneo; Parigi e Venezia non muovono un dito per difendere i Cavalieri di Malta nell’assedio condotto contro di loro da Solimano il Magnifico.

La vittoria di Lepanto non è quindi il frutto della convergenza di interessi politici; al contrario, è un inaspettato trionfo che si realizza nonostante le divergenze: per una volta principi, politici e comandanti militari sanno accantonare le divisioni e unirsi per difendere l’Europa, grazie a un residuo di visione del mondo sostanzialmente comune, fondata sul rispetto del cristianesimo e del diritto naturale.

martiri-copti-libia-stato-islamicoL’indifferenza è una resa
Oggi la minaccia terroristica e la persecuzione delle comunità cristiane non risparmia nessuna zona del globo. Recarsi a Messa la domenica in Pakistan o in Nigeria è andare incontro al martirio; lo stesso accade se non si fugge dai luoghi dove si parla ancora l’aramaico, l’antica lingua di Gesù. Le stragi e le decapitazioni dei fedeli di Cristo in diretta tv sono pianificate e puntano, come si voleva fare a Otranto nel 1480 o come sarebbe accaduto all’Italia e alla Spagna se non ci fosse stata Lepanto, a eliminare la Croce come segno di speranza e di salvezza. Oggi come allora ogni comunità cristiana è chiamata alla preghiera perché la fede dei martiri resti salda, ma la comunità internazionale deve decidere se, come insegna la dottrina sociale della Chiesa e come ha ricordato papa Francesco, non sia urgente esercitare il diritto e il dovere di «fermare l’aggressore ingiusto».

Certo, lo stesso Pontefice aggiunge che la soluzione non sta nella sola opzione militare, che «una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto», che la difesa deve essere multilaterale, possibilmente sotto l’egida di organizzazioni internazionali. Ma la scelta è fra Otranto e Lepanto, fra l’indifferenza che concorre ai massacri e il sentire come una lesione a sé stessi l’uccisione di migliaia di fedeli mentre assistono alla Messa. Non scegliere significa aver deciso che i boia vadano avanti.

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