Gratta il catastrofista e troverai il comunista
«Gratta il Peppone e troverai il Pepito», dice, sornione, don Camillo svelando l’arcano dello pseudonimo – Pepito Sbazzeguti – utilizzato dal compagno Giuseppe Bottazzi per firmare la schedina del Totocalcio. Una scelta provvidenziale: la giocata è risultata vincente con un premio che Peppone non ha nessuna intenzione di donare al Partito: «Con dieci milioni si può comprare un discreto podere». «Sei uno sporco capitalista», lo irride il parroco: «La terra ai contadini, dice il comunismo. Ti porteranno via tutto. Il comunismo è destinato a trionfare. Il mondo va a sinistra, caro compagno…».
L’episodio narrato ne Il compagno don Camillo ci è tornato alla mente nel leggere un paio di recenti interviste di Mario Tozzi, geologo, primo ricercatore presso il Cnr, saggista e conduttore televisivo, in questi giorni in tour per l’Italia a presentare il suo ultimo libro, Caro Sapiens. Parafrasando Guareschi, si potrebbe dire di lui: gratta il catastrofista climatico e troverai il comunista.
Tutta colpa dell’ultraliberismo
La sua ossessione, per nulla solitaria, sembra infatti essere il liberismo. Non il modello base, apparentemente un prodotto fuori commercio, ma la sua versione estrema, quella “ultra” (vanno molto di moda anche le varianti, “turbo” e “selvaggio”) che, a detta del nostro, andrebbe per la maggiore in Italia: così, dice, gli hanno rivelato gli esponenti di Fratelli d’Italia alla festa di Atreju. Ora, si può senza dubbio riconoscere il merito all’esecutivo di Giorgia Meloni e, in particolare, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di aver tenuto la barra dritta sui conti pubblici ma il risultato è stato ottenuto con un aumento delle entrate fiscali e non agendo sul lato della spesa. Nulla a che vedere con Javier Milei.
E anche a prescindere dal giudizio di merito, sostenere che un paese come l’Italia, con un livello di spesa pubblica, di tassazione e di debito senza precedenti, sia un caso di scuola delle politiche liberiste, significa non aver la minima contezza della realtà. Giova ricordare che già settanta anni fa, quando la pressione fiscale era la metà di quella attuale, don Luigi Sturzo denunciava gli eccessi del nostro statalismo.
L’ossessione di Mario Tozzi
È un’ossessione che permea la sua visione del cambiamento climatico di cui sarebbero colpevoli le cattivissime “Oil & gas corporation”. Non è, ovviamente, così. La responsabilità delle emissioni che causano il riscaldamento della Terra – il 2025 è stato il secondo anno più caldo da quando abbiamo a disposizione le rilevazioni satellitari che sono in buon accordo con quelle terrestri, seppur con un calo di 0,3 °C rispetto al 2024 – è di ciascuno di noi: nessuno ci costringe ad andare a fare il pieno dal distributore, a riscaldare e a raffrescare le nostre case, a usare gli elettrodomestici, a costruire solide abitazioni in cemento.
L’uso sempre maggiore dei combustibili fossili è stato un ingrediente fondamentale per il miglioramento delle condizioni di vita di miliardi di persone e per fare crescere, come mai era accaduto prima, la torta della ricchezza: dal 1850 a oggi il Pil mondiale è cresciuto dell’8.000 per cento. Un altro “dettaglio” che sfugge a Tozzi per il quale «chi ha di più, più vuole avere e lo deve prendere a qualcun altro», secondo il classico pensiero a somma zero dove non c’è spazio per la creazione di maggior valore ma si può solo redistribuire una ricchezza data.
Tozzi e gli altri profeti di sventura
La sua debolezza argomentativa non si limita peraltro all’economia politica, ma si ritrova nella valutazione degli impatti del riscaldamento del pianeta a causa del quale «la parte ricca del mondo perderà il benessere, quella povera morirà o sarà costretta a emigrare». Anche in questo caso, il geologo non è certo il solo profeta di sventura. Peccato, però, che a contraddirlo sia un autorevole scienziato dell’Ipcc. In un commento apparso su Nature, Brian C. O’Neill scrive che in base ai dati di cui disponiamo possiamo «prevedere un futuro in cui, nella maggior parte degli scenari, l’umanità sarà più istruita, meglio nutrita, vivrà più a lungo e in salute, con meno povertà e meno conflitti, proseguendo trend in atto da decenni. Questi miglioramenti non valgono solo per le medie globali o nazionali, ma – laddove sono stati analizzati – anche per le popolazioni più vulnerabili».
Nascondere, quando non negare proprio, i benefici passati e presenti della disponibilità abbondante di energia e prospettare un futuro apocalittico è un atteggiamento che non ha nulla di scientifico ma che è utile e, forse, indispensabile se il cambiamento climatico non è un problema da affrontare con politiche efficienti che tengano conto di costi e benefici ma, piuttosto, un mezzo, una «crisi da non sprecare» direbbe Rahm Emanuel, consigliere di Barack Obama, per imporre la propria ideologia da parte di chi è di colore verde acceso fuori e rosso dentro.
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