«Io, eroe antimafia e tifoso dei magistrati, rovinato da una giustizia disumana. Non ci credo più»

Era il presidente dell’associazione antiracket di Caltanissetta, un simbolo della lotta alle cosche in Sicilia. È finito nel tritacarne mediatico-giudiziario. «Non mi ha dato la possibilità di difendermi». La storia allucinante di Mario Rino Biancheri

«Non lo nascondo, ero un giustizialista. Ero uno di quelli che dicono: “Credo nella magistratura”. Pensavo che essere sottoposti a un processo fosse indizio di colpevolezza. Ma oggi ho lasciato tutto alle spalle. Non ci credo più». Dopo sette anni spesi a difendersi in tribunale, e dopo una condanna in primo grado nel 2013, Mario Rino Biancheri è ancora in attesa di una sentenza di assoluzione che ponga fine al suo calvario. La giustizia italiana? «È disumana. I magistrati respingono le prove a mio favore, i media mi ritraggono come un criminale, la gente mi addita come colpevole. Ho perso il lavoro, i soldi, tutto quello per cui mi ero battuto. Sono stato costretto a sopportare un processo nel processo».

Biancheri ci ha fatto l’abitudine, alla frustrazione. E non riesce a trattenerla quando pensa alla piega che prese la sua vita nel 2006. Allora era appena un trentenne. Un simbolo dell’antimafia. Aveva vinto il Premio Internazionale “Europa” , il Premio “Mercurio d’Oro” e il Premio “Italia che Lavora”. Fu indagato e costretto ad abbandonare l’associazione anti-usura che presiedeva con l’accusa di averla derubata. «Se sei innocente, ti invitano a camminare a testa alta. Ma come fai? Non riesci a difenderti nei tribunali. A parte i familiari e pochi intimi, la gente tende a evitarti. I politici che ti elogiavano quando eri un uomo dell’antimafia fanno finta che tu non esista. Ti senti addosso gli occhi di tutti. Il sospetto. Solo i criminali osano avvicinarsi. Ti fanno l’occhiolino, e con un sorriso dicono: “Ti piace stare dall’altra parte?”».

Come è iniziata la sua vicenda giudiziaria?
Dopo un passato nella Confcommercio, dieci anni fa diventai presidente dell’Associazione Antiracket. L’unica riconosciuta dalla prefettura di Caltanissetta. Aiutavamo le vittime dell’usura, organizzavamo convegni, informavamo gli imprenditori. Arrivammo ad assistere circa settanta persone vittime del racket. Sette anni fa, due di queste persone mi truffarono. Non me lo sarei mai aspettato da loro. Li consideravo due amici e mi pugnalarono alle spalle. Approfittarono della mia buona fede. Soprattutto uno di questi, che alla commissione nazionale antimafia fece lodi sperticate di me e della nostra associazione.

In che modo è stato truffato?
Questi due imprenditori si presentarono come vittime dell’usura. Li aiutammo e io arrivai a considerarli come amici. Dopo qualche tempo, iniziarono a chiedere merce ai fornitori promettendo di essere coperti dai soldi dell’associazione. Queste persone, come molte altre nella loro situazione, non hanno conti correnti, quindi avevano bisogno di qualcuno che promettesse di pagare i fornitori. E si servirono dell’associazione. In seguito, presero a compilare assegni falsi a mio nome e chiamarono i fornitori spacciandosi per persone dell’associazione. In tutto sottrassero 100 mila euro. Denunciai i fatti alla magistratura, e il pm decise di indagare anche me. Non solo. Mi accusò di essere il responsabile. Nonostante avesse le prove che avevo perso 40 mila euro per aiutarli, mi accusò di essere un loro collaboratore e mi portò a processo.

Perché i magistrati la ritengono responsabile dell’appropriazione indebita?
Perché ero il presidente dell’associazione. Ma quale bisogno avevo di rubare i soldi all’associazione che avevo contribuito a costruire? Da un punto di vista dell’utilità non avevo alcuna convenienza: ero in una situazione di privilegio, ero un apprezzato “uomo dell’antimafia”. Ora ho perso tutto e l’associazione è stata chiusa. Perché avrei dovuto farlo? I magistrati non hanno mai risposto a questo. Inoltre mi chiedo perché il pm non abbia mai portato a processo le due persone che mi hanno incastrato, sulla base della mia denuncia, per sostituzione di persona, insolvenza fraudolenta, eccetera.

I giudici non le hanno creduto. Sulla base di quali prove?
Semplicemente, mi hanno impedito di difendermi, per un motivo o per l’altro. Quando andai all’udienza preliminare il giudice sembrò ascoltarmi. Poi, forse, si dimenticò di me. Lesse il verbale dell’udienza cinque mesi dopo e mi rinviò a giudizio. Sono stato interrogato numerose volte. Ho fatto dichiarazioni spontanee. Nessuna delle mie parole è stata sconfessata dalle indagini. Gli altri due imputati sono stati processati in contumacia. Pare che i magistrati non siano interessati a raccogliere prove della mia innocenza, prove che sono state sistematicamente respinte ed escluse dal dibattito.

Per quale ragione le prove a sua discolpa sono state escluse dal processo?
Per varie ragioni. Alcune perché dovevano essere presentate con il benestare dei coimputati (un non-senso, visto che accuso i miei coimputati di avermi truffato). Altre sono state rifiutate per qualche cavillo giuridico. E per finire, altre non sono state accettate perché c’è il “pericolo” della prescrizione. Quando abbiamo presentato duecento allegati in mia difesa, la camera di consiglio ha espresso un giudizio sfavorevole dopo soli 5 minuti. Io mi chiedo come abbiano fatto a leggere duecento allegati in 5 minuti. Se i magistrati agiscono in questo modo, come si fa a parlare di processo equo?

Adesso che cosa la attende?
Ero un privilegiato, ora sono sul lastrico. In attesa di leggere le motivazioni della sentenza di condanna in primo grado, l’unica cosa che posso fare è dichiarare la mia innocenza. Per questo ho un sito internet e ho scritto un libro, Sepolto vivo, che sarà pubblicato il 10 dicembre.