Marianne, una ragazza tra i Fratelli Musulmani

La missione al Cairo di Marianne Malak, unica (giovanissima) cristiana nell’assemblea costituente dell’Egitto dominata dai fan della sharia. «Violenze per mancanza di educazione e cultura»

È  difficile intervistarla non per una sua scarsa disponibilità ai rapporti diretti coi media, ma perché vive incollata al cellulare. Coi suoi 27 anni Marianne Malak è la persona più giovane che abbia mai seduto in parlamento nella storia dell’Egitto (maschi compresi), nonché l’unica donna cristiana fra i 100 componenti del Comitato costituzionale che sta redigendo la nuova legge fondamentale del paese. Se passa gran parte del tempo all’apparecchio, soprattutto quando viaggia all’estero, non è per vezzo tardoadolescenziale, ma perché non smette mai di dare il suo contributo all’elaborazione della Costituzione in corso e al dibattito parlamentare, che prosegue nonostante la sentenza della Corte costituzionale che nel giugno scorso ha portato allo scioglimento del parlamento da poco eletto.

Figlia di un importante avvocato copto ortodosso del Cairo, Marianne s’è fatta notare in questi mesi non solo per i suoi record anagrafici. Abile nell’alternare modi formali e modi accattivanti, è riuscita nell’ardua impresa di convincere gli accigliati deputati salafiti a scambiare i saluti coi loro colleghi, comprese le signore. Sulla situazione politica corrente ha idee molto precise. Se le si chiede chi detiene il potere reale in questo momento in Egitto, non ha esitazioni: «Ci governa il neo-presidente Mohamed Morsi, e il potere reale è nelle sue mani e in quelle dei Fratelli Musulmani. I militari sono tornati ad essere l’istituzione dello Stato incaricata di difendere il paese dalle minacce esterne, non esercitano più un ruolo politico e non avranno uno statuto speciale nella nuova costituzione».

All’inevitabile domanda sulle violenze confessionali e gli attacchi ai cristiani risponde respingendo le teorie del complotto, ma anche ammettendo che sono più numerosi che al tempo di Mubarak: «La causa delle violenze è la mancanza di educazione e di cultura. Manca l’educazione, ancora tanti egiziani sono analfabeti, ma manca soprattutto la cultura: non c’è ancora accettazione dell’altro come persona, indipendentemente dalla religione e dal sesso, manca questa cultura dell’altro da sè. Altra ragione del moltiplicarsi delle violenze è la lentezza della legge: spesso le autorità non intervengono immediatamente, creando un clima di impunità, oppure le vittime reagiscono con rappresaglie e ne segue una escalation di violenze. È vero che gli attacchi sono aumentati dopo la caduta di Mubarak, ma le cause sono sempre le stesse, sono quelle che ho detto». La sentenza della Corte costituzionale che ha portato allo scioglimento del parlamento l’ha turbata, ma sposa un approccio moderato alla questione: «La sentenza è tecnicamente inoppugnabile, però sorprende che sia stata emessa con tanta sollecitudine, quando ci sono tante altre cause importanti pendenti di fronte alla Corte, che aspettano da anni una decisione. È stato sciolto il primo parlamento post-rivoluzionario, votato da 50 milioni di egiziani in un’elezione che è costata più di un miliardo di sterline egiziane. La gente è depressa, ma non si è ribellata perché noi deputati abbiamo assunto una posizione moderata: critichiamo la sentenza ma senza invocare la rivoluzione, bensì facendo ricorso nei termini legali».

E la nuova costituzione? «Ridefinirà le competenze dei tre poteri dello Stato, e ciascuno sarà sovrano e indipendente nel suo ordine. L’età per la pensione dei magistrati sarà abbassata a 65 anni: ci sarà un bel ricambio!».