Mara Carfagna: «Salvate Asia Bibi o non ci sarà pace»

Il ministro per le Pari opportunità, in difesa della cristiana condannata a morte in Pakistan per presunte offese al Corano, lancia un appello dalle colonne di Tempi: «Quel processo è stato una farsa. La fede non è mai una colpa»

Rilanciamo l’appello scritto dal ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna in difesa di Asia Bibi, pubblicato sul numero 3 di Tempi.


Asia Bibi è una donna. Una donna cristiana, con il dono più prezioso,
quello della Fede. Una madre di quarantacinque anni e cinque figli. Nessuna di queste caratteristiche peculiari dovrebbe poterle costare la vita. Invece Asia Bibi è condannata a morte. Un tribunale pachistano ha emesso la sentenza. Asia Bibi non ha commesso alcun reato, la sua “colpa” è il suo credo, il nostro credo, cioè la Fede in Dio.

Lo dimostra l’accusa con la quale è stata trascinata in tribunale: blasfemia nei confronti di Maometto. Poco importa se i racconti di questa presunta blasfemia sono confusi, se il processo è probabilmente una farsa, fondato solo su quanto affermato dalla polizia locale: di fronte al dramma di Asia Bibi non possiamo restare in silenzio.

Le ragioni della politica, anche quella – delicatissima – internazionale, non possono sopire il nostro senso di repulsione nei confronti di una persecuzione che rischia di trasformare una contadina del Pakistan in una martire, nell’anno domini 2011. Questa esile donna che vive in un paese lontano, così diverso dal nostro, è un simbolo.

Asia è la prima donna a essere incriminata e a rischiare la vita per una presunta profanazione del Corano dal 1986, anno di introduzione della legge contro la blasfemia in Pakistan; uno strumento che, neppure in maniera troppo velata, è utilizzato per colpire la minoranza cristiana nel paese, tiene sotto scacco una comunità di quattro milioni di persone. Asia, rinchiusa in carcere vicino a Lahore da oltre un anno, è il simbolo al quale ci aggrappiamo per chiedere al Pakistan che apra i confini alla libertà. Libertà religiosa, innanzitutto.

Così come abbiamo fatto di Sakineh, la donna iraniana condannata alla lapidazione, il simbolo della nostra sete di diritti per le donne nei paesi islamici, Asia Bibi ci costringe tutti a mobilitarci perché questa legge ingiusta sia cancellata, affinché sia consentito di professare la propria Fede anche in Pakistan.

Io l’ho fatto, personalmente, sottoscrivendo l’appello inviato al governo pachistano e invitando tante altre persone a farlo. L’Italia si sta impegnando al massimo. Il collega ministro degli Esteri si è recato a Islamabad per cercare una soluzione diplomatica, ha schierato un paese – convintamente – dalla parte della vita; il Parlamento è riuscito a convergere, in un momento politico non facile, su un testo che condanna la persecuzione nei confronti dei cristiani, in ogni angolo del mondo; il capo dello Stato ha messo in campo tutta la sua autorevolezza, invitando «la comunità internazionale a una profonda riflessione, anche rispetto alle azioni da intraprendere nei confronti di quei paesi che negano ai loro cittadini la libertà di professare il proprio credo».

Le autorità pachistane hanno dato rassicurazioni sulla sorte di Asia Bibi. Ora, dopo il barbaro assassinio di Salman Taseer, musulmano laico e governatore del Punjab, ucciso dalla sua stessa guardia del corpo per il solo fatto di aver preso le difese della povera donna e di aver auspicato una riforma della legge contro la blasfemia, apprendiamo che anche Asia Bibi si trova in costante pericolo a causa delle minacce di morte e addirittura delle taglie sulla sua testa offerte da estremisti e terroristi.

Perciò, fino a quando Asia non sarà libera, libera soprattutto di professare la propria Fede, non possiamo abbassare la guardia. Nessuno, poi, può rimanere indifferente di fronte alle parole del Santo Padre, Benedetto XVI, per il quale «negare o limitare in maniera arbitraria la libertà religiosa significa coltivare una visione riduttiva della persona umana» e «rendere impossibile l’affermazione di una pace autentica e duratura di tutta la famiglia umana».

Inviare una e-mail al governo pachistano, rispondere a un appello, anche semplicemente raccontare a qualcuno che non la conosce la terribile storia di Asia Bibi, dunque, significa lavorare – concretamente – per la pace nel mondo, quella vera.