Ma quale “gaffe” a Ratisbona. Oggi possiamo riconoscere che Benedetto XVI aveva ragione?

Di fronte alle violenze perpetrate dallo Stato islamico si fanno ancora più attuali le due domande poste dal Papa emerito nel 2006 al mondo islamico. Un articolo dell’intellettuale cattolico George Weigel

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Riproponiamo la nostra sintesi di un articolo firmato a settembre da George Weigel, intellettuale cattolico americano biografo di san Giovanni Paolo II. Weigel scriveva a proposito delle violenze perpetrate dallo Stato islamico in Siria e Iraq, ma la sua riflessione vale forse perfino di più oggi.

Se tutti quelli che nel 2006 hanno criticato papa Benedetto XVI per il suo famoso discorso di Ratisbona «facessero un esame di coscienza» e «ammettessero che si sbagliavano» sarebbe già un «utile primo passo» per affrontare la minaccia che in questi mesi è davanti agli occhi di tutto il mondo. È quanto scrive in un articolo su First Things George Weigel, intellettuale cattolico celebre in tutto il mondo per una monumentale biografia su Giovanni Paolo II (Witness to Hope).

MA QUALE GAFFE? Dopo che lo Stato islamico ha invaso l’Iraq e conquistato un terzo della Siria, facendo strage di cristiani e musulmani e in generale di chiunque si opponesse all’imposizione della sharia nel nome dell’islam, «il discorso di Ratisbona appare molto diverso», scrive Weigel. Infatti, in quel discorso, «lungi dall’aver fatto una gaffe, Benedetto XVI ha indagato con colta precisione due domande chiave, rispondendo alle quali si potrebbe influenzare profondamente la guerra civile che infuria all’interno dell’islam».

DUE DOMANDE CHIAVE. La prima domanda riguardava la libertà religiosa: «Possono i musulmani trovare, all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici a favore della tolleranza religiosa (inclusa la tolleranza verso coloro che si convertono ad altre fedi)?», riporta l’intellettuale americano. La seconda domanda riguardava la struttura delle società islamiche: «Possono i musulmani trovare, sempre all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici per distinguere tra autorità religiosa e politica in uno Stato giusto?».

RUOLO DELLA CHIESA. Per papa Benedetto XVI il «dialogo inter-religioso tra cattolici e musulmani dovrebbe concentrarsi su questi due temi». Da questo punto di vista, la Chiesa cattolica ha molto da insegnare, visto che è riuscita a separare potere temporale e spirituale «giocando un ruolo chiave nella società civile, ma non direttamente nella governance, senza arrendersi alla filosofia politica secolare».

LA QUESTIONE IGNORATA. Un simile processo «è possibile nell’islam? Questa era la Grande Domanda posta da Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona. Ed è una tragedia di proporzioni storiche che la domanda non sia stata compresa, prima, e ignorata poi». Le caratteristiche di questa tragedia si possono vedere oggi «in tutto il Medio Oriente», dove i terroristi dello Stato islamico sono tornati a compiere «atrocità che hanno scioccato un Occidente che sembrava impossibile scuotere, come la crocifissione e la decapitazione di cristiani».

CHIAMARE LE COSE PER NOME. Ora che l’attualità di Ratisbona è davanti agli occhi di tutto, conclude Weigel, «i leader cristiani devono preparare la strada» per il dialogo sul futuro dell’islam come improntato dal Papa emerito «chiamando per nome in modo esplicito le patologie dell’islamismo e del jihadismo; ponendo fine a scuse anacronistiche per il colonialismo del 20esimo secolo; e affermando pubblicamente che, quando bisogna affrontare fanatici malvagi come quelli responsabili per il regno di terrore instaurato in Siria e Iraq questa estate, la forza militare, dispiegata in modo prudente e preciso da chi ha la volontà e i mezzi per difendere gli innocenti, è moralmente giustificata».

Foto Ansa

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