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Luca Zaia, il federalista impenitente

Intervista al governatore del Veneto. Che non ci sta a fare il leghista anti Salvini e rilancia sull’autonomia. «Il Meeting? Un luogo per discutere davvero»

Luca Zaia

Pubblichiamo l’intervista al governatore veneto Luca Zaia, ospite al Meeting di Rimini, uscita sul numero di agosto 2020 di Tempi. Attenzione: di norma i contenuti del mensile sono riservati agli abbonati. Per abbonarti a Tempi, clicca qui

È quando cita il De brevitate vitae di Seneca, quando lo senti pronunciare con un tono quasi sfidante che «la vita, se la sai usare, è lunga», che capisci che l’orizzonte politico di Luca Zaia è molto più lontano della scadenza elettorale del prossimo settembre. Lui in realtà cita Seneca per schermirsi. Per spiegare che nonostante i sondaggi, la popolarità, i retroscena che lo indicano come “l’uomo oltre Salvini”, non ha «alcuna velleità». «Non vivo il potere come una patologia. Faccio una vita normale, nessun evento mondano, solo il Festival di Venezia, ma giusto l’inaugurazione. Frequento gli stessi amici da quando sono piccolo e sono uno di quelli che non ha l’ansia di cosa farà da vecchio. Di certo non starò lì a sbavare per una poltrona».

Eppure le poltrone nella sua vita non mancano. Presidente della Provincia di Treviso, ministro dell’Agricoltura, vicepresidente della Regione Veneto e ora, da dieci anni, governatore. Il fatto che possano diventare quindici è, per quasi tutti, una pura formalità. Non a caso il Pd ha scelto per sfidarlo il vicesindaco di Padova, Arturo Lorenzoni. Dovrà correre senza l’appoggio di Italia viva né del M5s. Praticamente una battaglia di testimonianza.

Zaia, l’impressione è che le piaccia vincere facile. Lo sa che le elezioni politiche non saranno così semplici? 

Guardi, io alle elezioni politiche non ci penso. Spero che questo governo cada il prima possibile, che i cittadini possano votare un nuovo esecutivo e che questo sia espressione del centrodestra. Detto ciò, io mi occupo del Veneto e credo che, in questi dieci anni, abbia ampiamente dimostrato quanto amo questa regione: dalla candidatura di Cortina alle Olimpiadi invernali (che è stata una mia idea) al riconoscimento delle colline del Prosecco come patrimonio dell’Unesco, fino alla Pedemontana veneta di cui termineremo i lavori nel 2020. I risultati di quello che abbiamo fatto direi che non mancano.

Poi, però, è arrivato il Covid e lei, stando ai sondaggi, è oggi il governatore più amato d’Italia. Sicuro di non essere tentato di esportare il “modello Veneto” a Roma?

Il Covid ha mischiato le carte della politica italiana. Per mesi chi non si è occupato della gestione della pandemia è finito nel dimenticatoio. All’università ho studiato statistica, direi che i sondaggi di oggi hanno scarso valore predittivo.

Eppure il leader del suo partito, Matteo Salvini, sembra in difficoltà con i sondaggi in calo e Giorgia Meloni in rapida ascesa.

Ho visto la Lega al 3 per cento e al 36. La vita è fatta di alti e bassi e dopo la pioggia, di solito, viene il sereno. Il mio problema non è una percentuale ma il fuoco delle idee. Un partito vive se ha un’idea, se è identitario. Dopotutto la crisi della sinistra cosa è se non una crisi identitaria? Se la ricorda la battuta: di’ una cosa di sinistra?

E qual è oggi l’identità della Lega?

Per me, mi perdoni il gioco di parole, è l’identità dell’identità. La difesa identitaria dei popoli italiani. Noi siamo per la pasta e fagioli, non per il fast food. Ma come si realizza questa difesa? Dando competenze ai territori. Luigi Einaudi diceva che a ognuno bisogna dare l’autonomia che gli spetta. Fa un po’ sorridere pensare che oggi, a difendere le idee dei padri costituenti, non siano coloro che li beatificano quotidianamente ma una forza identitaria come la Lega spesso accusata di essere anticostituzionale.

Quindi la sua Lega non deve essere antieuropeista modello Bagnai?

La Lega non è antieuropeista. Don Luigi Sturzo, nel 1949, diceva: «Sono unitario ma federalista impenitente». Ecco, io sono europeista, ma federalista impenitente. Quello che non funziona dell’attuale Unione Europea è che non ha una dimensione politica. Anche nell’emergenza Covid, nonostante le risorse che sono state stanziate, viene da chiedersi: dov’era l’Europa durante la gestione della pandemia? Perché non c’è stata una regia europea, una Schengen sanitaria? Glielo dico io che in Europa ci sono stato a occuparmi di un tema importante come l’agricoltura: quando metti 27 persone attorno a un tavolo, bene che va, assisti a un cerimoniale inutile in cui ognuno legge il suo interventino di tre minuti scritto da un grigio funzionario. Lo storico John Lukacs diceva che non avremmo mai visto la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Anche la Bce, che cosa sta facendo? 

Sostiene anche lei la candidatura di Mario Draghi per il dopo Conte? 

Per me l’unico governo possibile, dopo questo, è un governo nato dal voto degli italiani. Sono contro qualsiasi esecutivo tecnico che nasca da manovre parlamentari.

Magari Draghi presidente della Repubblica?

Non lo eleggerò io il presidente della Repubblica. Detto questo, mi piacerebbe che sia per quando riguarda il capo dello Stato sia per il presidente del Consiglio si possa arrivare all’elezione diretta. In questo modo eviteremo di doverci affidare a persone da “terra di mezzo” come Conte. Pensi ai governatori in questi ultimi mesi: se non fossimo stati espressione del popolo ma di un’assemblea che forza avremmo avuto? La verità è che la nostra è una democrazia che vive nel terrore del ritorno alla dittatura e quindi fa di tutto per non essere pienamente democratica. Ma Mussolini non torna. Non torna.

Lei ne parla positivamente, ma qualcuno sostiene che proprio la “forza” con cui i governatori hanno gestito la pandemia abbia dimostrato la debolezza delle nostre Regioni.

Anzitutto vorrei chiedere a queste persone di citarmi un caso. Una Regione.

Beh, dalle parti del Pd, le direbbero sicuramente la Lombardia.

Non sanno di cosa parlano. La violenza con cui il virus ha colpito la Lombardia è stata paurosa. E anche chi fa la comparazione con il Veneto non sa di cosa parla. Si tratta di territori completamente diversi, di processi sanitari diametralmente opposti. Le faccio un esempio: nella prima settimana il virus è arrivato a Venezia. Personalmente, vista la conformazione della città, mi aspettavo una strage. Invece il numero dei morti è stato contenuto e anche quello dei contagi. Così come è arrivato, il virus se ne è andato. Mi piacerebbe che qualcuno riuscisse a spiegarmi questo. E comunque grazie al lavoro delle Regioni oggi l’emergenza sanitaria è andata via via scemando. In Veneto abbiamo un migliaio di contagiati, per la maggioranza asintomatici, di cui riveliamo la positività perché siamo bravi a fare i tamponi. Ma non abbassiamo la guardia: abbiamo appena presentato un piano per la sanità pubblica in vista dell’autunno veramente potente. 

“50 anni di Regioni: l’architettura dell’Italia alla prova”, sarà il titolo dell’incontro cui parteciperà al Meeting di Rimini. Il sistema, a cinquant’anni di distanza, funziona? 

Il sistema delle Regioni, il sistema dei territori è forte e lo ha dimostrato durante questa pandemia. Quello che serve è più autonomia, non meno. Dopotutto, se pensiamo al modello delle grandi multinazionali, non basta un amministratore delegato per far funzionare tutto, servono anche i responsabili di zona.

L’impressione è che il tema dell’autonomia non sia più così centrale nella “nuova” Lega di Salvini.

Partiamo da un punto fondamentale: il Veneto è la Regione che storicamente ha posto, per prima, la questione dell’autonomia attraverso la richiesta del referendum. La situazione oggi è ancora più viva e attuale. Anzitutto perché negare l’autonomia significa negare la Costituzione. E io credo, come spesso ho detto, che il certificato di italianità non te lo danno se canti l’inno e sventoli il tricolore, ma se rispetti la Costituzione. Detto ciò, dal referendum, in questi oltre 1.000 giorni, noi non abbiamo mai smesso di lavorare. Il nostro comitato scientifico ha preparato una bozza d’intesa con il governo, ma a Roma non pensano all’autonomia come un’opportunità, come un’assunzione di responsabilità da parte dei territori, ma come una sottrazione di poteri. E pensare che sono tanti gli esempi nel mondo di come un assetto federalista con una forte autonomia rappresenti una ricchezza. L’autonomia ha un effetto centripeto: è il modo migliore per valorizzare le peculiarità del nostro paese che è unico in quanto a ricchezza dei territori. Il centralismo invece è centrifugo e, nel lungo periodo, produce disgregazione, contrapposizioni, violenza. E lo dico da obiettore di coscienza, quindi da persona che rifugge la violenza.

Le ricordo che la Lega è stata al governo di questo paese per più di un anno. Forse dovrebbe lamentarsi con i suoi colleghi di partito. 

Con la Lega al governo, nonostante un’esperienza durata poco più di un anno, il ministro Erika Stefani ha fatto un lavoro straordinario e ha preparato il tavolo per arrivare all’intesa. Il problema è stato il M5s. A dicembre del 2018, un anno e due mesi dopo il referendum, il premier Giuseppe Conte aveva annunciato che entro poco tempo il discorso sarebbe stato chiuso. Poi è arrivato Luigi Di Maio che ha lanciato l’idea di sottoporre l’intesa all’esame di una commissione di accademici partenopei. Ho capito che ci stavano prendendo in giro. E, anche per questo, è stato doveroso e giusto far cadere quel governo.

Salvini, però, sperava nelle elezioni. Invece è arrivato il Conte bis. Un errore politico che normalmente spinge un partito a chiedere le dimissioni del segretario.

Noi non siamo il Pd.

Sarà, ma vecchi esponenti della Lega come Roberto Maroni hanno ripreso la tessera. Sembra quasi che quella che in molti definiscono “l’altra Lega” stia organizzando le truppe.

Sono anni che sento questa storia dell’“altra Lega”. La sentivo quando c’era Bossi, poi quando c’era Maroni, oggi se ne parla con Salvini. Sinceramente penso che quello del vice che conta più del comandante e lavora per fargli le scarpe sia un format un po’ vecchio e abusato.

E i rapporti con gli alleati di centrodestra? Anche quelli non sembrano troppo entusiasti di Salvini. 

Io governo la Regione da dieci anni con una coalizione di centrodestra e non ho avuto mai problemi. Certo, tutti i partiti hanno i loro travagli. Durante un viaggio ci sta che si incontrino delle turbolenze. Per me l’unica condizione per proseguire il viaggio in Veneto è quella dell’autonomia. Per questo è fondamentale che tutte le forze politiche sottoscrivano un accordo a livello locale, ma soprattutto a livello nazionale su questo punto. Non voglio ritrovarmi, se come spero il centrodestra andrà presto al governo, con un Parlamento che non sia disponibile a completare il processo dell’autonomia. Cosa dico ai miei elettori? Che i miei alleati non vogliono?

In attesa del governo dei suoi sogni deve fare i conti con il Conte bis. Cosa si aspetta alla ripresa? 

Mi aspetto che il governo faccia di più sui temi dell’economia e, in particolare, dell’occupazione. E la smetta di varare misure assistenziali. 

Mes sì o Mes no?

Dovreste chiederlo a Conte. La Lega ha avuto il merito e la colpa di avviare il dibattito sul Mes. La colpa perché, in questo modo, abbiamo tolto visibilità alle divisioni che su questo argomento ci sono all’interno della maggioranza. Siamo diventati il parafulmine del Mes mentre Pd e M5s litigano. Non dico Mes sì o Mes no, dico che Conte, invece di starsene nascosto, dovrebbe affrontare il problema.

Perché in questo momento ha senso realizzare e partecipare a un evento come il Meeting?

Perché è un luogo che offre la possibilità a tutti di parlare in modo civile. Un luogo che difende la libertà. In un momento storico in cui si moltiplicano i premi Nobel dei social e il dibattito è a livelli bassissimi, mi sembra una grande ricchezza. 

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Luca Zaia interverrà all’incontro del Meeting sui 50 anni del sistema delle Regioni, previsto per sabato 22 agosto ore 11. Discuteranno con lui i “colleghi” Stefano Bonaccini (Emilia-Romagna), Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia), Jole Santelli (Calabria) e Giovanni Toti (Liguria)

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Foto Ansa