L’olocausto di Aleppo non è ancora finito

Colpi di mortaio, benzina scarsa e costosa, un generale senso di insicurezza. L’incontro con padre Ibrahim Alsabagh

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DAL NOSTRO INVIATO IN SIRIA – ALEPPO. Una pellicola di pioggia sottile avvolge Aleppo in questo mattino di una primavera che tarda ad arrivare. «Non aveva mai fatto così freddo ad aprile!», commenta suor Haya Sant, la direttrice della scuola che le religiose del Santo Rosario hanno aperto da un anno in un palazzo di Sdeide. Ma non fa freddo nella poco distante e ben riscaldata chiesa parrocchiale latina di san Francesco ad Azizie, dove il parroco padre Ibrahim Alsabagh si è preoccupato di sistemare ovunque condutture che convogliano il calore della corrente elettrica sotto le pavimentazioni.

I fedeli si trattengono volentieri anche dopo la Messa mattutina delle 7.30 pregando davanti alle statue e alle pitture dei santi e della Vergine, e non solo per la fede fervorosa: a casa li attendono quasi sempre pareti domestiche umide e fredde. «Il governo fornisce 200 litri di gasolio all’anno per famiglia a prezzo calmierato, ma non bastano per superare l’inverno», racconta Roula, impiegata della parrocchia latina. «Allora bisogna rivolgersi ai rivenditori privati, che praticano un prezzo tre-quattro volte più alto. Ma quest’anno il gasolio non si trovava proprio, anche se avevi i soldi!».

Aleppo vive lo stesso paradosso di Damasco: nella parte ovest (l’est è tutt’altra faccenda) le attività fervono, le merci non mancano, e persino la vita notturna è ripresa di buona lena, con quattro dei ristoranti della zona della Cittadella che hanno riaperto (prima erano una decina); ma riscaldamento ed elettricità scarseggiano per mancanza di carburanti, conseguenza dell’ultimo round di sanzioni contro la Siria decise nel novembre scorso da americani ed europei. Per rendere scintillante la città di notte gli iscritti della Camera di Commercio hanno pagato una quantità notevole di luminarie che danno alle vie un tono natalizio (stelle comete rosse e blu si alternano ad arabeschi bianchi e gialli e a serpenti di luce che si avvolgono attorno ai tronchi di decine di alberi), ma dentro le case l’elettricità si manifesta per due ore e poi sparisce per quattro. In alcune vie si notano piazzati sui marciapiedi grossi generatori blu, grandi come un’utilitaria, dai quali si dipartono grovigli di fili in stile baraccopoli africana: si tratta dell’acquisto collettivo delle famiglie della via per procurarsi energia elettrica quando quella della rete pubblica viene meno.

Degli inverni da quando è iniziata la guerra (che ad Aleppo è cominciata il 19 luglio 2012 con un assalto in grande stile dei ribelli dopo mesi di proteste di piazza e attentati con autobombe ed è terminata il 22 dicembre 2016 con l’evacuazione degli ultimi combattenti dai quartieri orientali dove erano annidati) quello appena terminato è stato il peggiore. «Non abbiamo mai avuto tanti casi di malattie respiratorie come quest’anno», racconta padre Ibrahim, il parroco francescano. «Gli inverni sono diventati umidi oltre che freddi, perché il governo ha dovuto scoperchiare i molti canali della città che in precedenza aveva cementato: venivano utilizzati dai ribelli per i loro attacchi. E non abbiamo mai avuto tanti casi di tumori ai polmoni come quest’anno. Tutti sono convinti che l’incremento dipenda dai vapori e dagli agenti chimici dispersi in questi anni sulla città dalle bombe e dagli esplosivi di tutti i tipi che sono stati usati, oltre che dallo stress di chi ha vissuto tutti questi anni in pericolo di vita».

Ad Aleppo, come a Damasco, la guerra è finita, ma non del tutto: a 15 chilometri dalla città si trova la nuova linea del fronte fra le forze governative e i ribelli, quasi tutti ormai organizzati in formazioni jihadiste, delle quali la principale è Hei’at Tahrir al-Sham, nuovo nome assunto da Jabhat al-Nusra, la filiale siriana di al Qaeda che per anni ha terrorizzato vaste regioni della Siria. A ovest del governatorato di Aleppo si stende il governatorato di Idlib, ultima roccaforte dei ribelli che probabilmente ammontano a 50 mila, e dove sopravvivono 3 milioni di civili, per la metà sfollati da altre regioni del paese riconquistate dai governativi. A nord c’è il territorio conteso fra i curdi dell’Ypg e le truppe turche entrate da tempo in territorio siriano (almeno 6 mila e 500 soldati turchi si trovano attualmente in territorio siriano, una cifra superiore anche a quella dei militari delle forze armate russe schierati col governo, che sono 5 mila senza contare i contractor).

Aleppo è soffocata economicamente e logisticamente da questa assenza di entroterra a ovest e a nord con cui commerciare senza ostacoli. Per raggiungerla dal sud occorre imboccare, dopo Homs nel centro del paese, una serie di strade statali spesso strette e in alcuni punti in cattive condizioni, perché l’autostrada che collegava il sud col nord passa attraverso l’Idlib controllato dai jihadisti. I quali si finanziano anche prelevando un pedaggio dagli sfortunati automobilisti locali, oltre che imponendo dazi su tutte le merci che dalle zone governative entrano nell’Idlib. L’unica consolazione del viaggiatore è rappresentata dai campi invasi da milioni di fiori gialli e di papaveri rosso acceso, scuro come il sangue, che accompagnano il percorso per almeno cento 100 chilometri e richiamano inevitabilmente alla mente i 400 mila morti del conflitto siriano.

Ad Aleppo la guerra è finita, ma non è proprio finita: sui quartieri periferici sono caduti missili e colpi di mortaio anche negli ultimi giorni. Settimana scorsa una pioggia di colpi di mortaio si è abbattuta sul quartiere residenziale che chiamano High Syrian, causando distruzioni e feriti; lunedì un grosso missile ha centrato un edificio fortunatamente disabitato a Mugombo. Venerdì notte alle ore 23 le forze armate sono passate all’azione: sei forti esplosioni si sono sentite distintamente in tutta Aleppo; dopo aver individuato le basi degli attacchi coi suoi droni, l’esercito ha colpito con le artiglierie. L’olocausto di Aleppo, che ha visto annientare più di 31 mila vite negli anni delle offensive e delle controffensive, per i tre quarti civili non combattenti, sembra non essere del tutto concluso.

La guerra, anche quando non è parte della cronaca, torna continuamente nei discorsi della gente. «Lavoro come manager alla sede di Aleppo della Banca centrale, cioè la zona dove è esplosa la prima autobomba nella città», racconta Noubar, un cristiano armeno. «Per anni siamo andati al lavoro entrando da una porta laterale, protetti dalla sagoma di un grosso camion che ci nascondeva alla vista dei cecchini. Poi un giorno abbiamo scoperto che i terroristi stavano scavando un tunnel per raggiungere la banca e farla saltare in aria. Allora abbiamo scavato anche noi un tunnel intorno all’edificio, e lo abbiamo riempito di acqua, così quando avessero raggiunto le nostre vicinanze l’acqua avrebbe invaso il loro tunnel». Come Damasco e altre città molto antiche, Aleppo ospita nel sottosuolo decine di gallerie costruite nelle epoche storiche più diverse. All’inizio della guerra i governativi hanno provocato molti crolli per renderle inagibili ai ribelli. I quali però ne hanno scavate di nuove, a volte con tremendo successo: l’hotel Carlton e un’altra struttura poco distante, usate dalle forze armate e dai servizi segreti come basi di appoggio per i militari barricati nella Cittadella ai cui piedi i due edifici si trovavano, sono stati fatti crollare dai ribelli dopo aver collocato quintali di esplosivo sotto di essi grazie a tunnel pazientemente scavati.

C’è il taxista che si ferma e ti mostra il palazzo da cui sparava un cecchino dei ribelli: «Ha ucciso tanti civili che salivano dalle due vie che confluiscono qui, allora abbiamo steso un enorme tappeto di traverso alla sua via, agganciato ai balconi e alle finestre dei due lati, per togliergli la visuale. A quel punto hanno cominciato a scagliarci colpi di mortaio».

La guerra non è finita nemmeno per i tanti militari che hanno finalmente ottenuto il congedo dopo molti anni di servizio. Il reinserimento dei reduci nella vita civile è, come ovunque nel mondo, molto difficoltoso. Le autorità erogano loro un sussidio di 35 mila lire siriane mensili per un anno (70 euro al cambio del mercato, un terzo della cifra che serve per vivere ad Aleppo decentemente con una famiglia), poi il soggetto deve arrangiarsi da sé. Presso l’ufficio di assistenza legale promosso dalla Chiesa latina è attivo anche un programma per i soldati congedati. Li si aiuta a scrivere il curriculum con cui cercheranno un lavoro, e si cerca di capire a chi indirizzarli. «Alcuni di loro sono rimasti anche otto anni di seguito sotto le armi, sono partiti da casa che avevano vent’anni e ora ne hanno quasi trenta: non si sono sposati, non hanno proseguito gli studi o imparato un lavoro», racconta Toni, l’avvocato che gratuitamente offre parte del suo tempo per coordinare tutte le attività dell’ufficio. «Sono traumatizzati e confusi, anche chi non è stato ferito ha avuto la psiche sconvolta. Noi li aiutiamo a trovare un posto di lavoro o ad avviare un’attività in proprio. Ne abbiamo già assistiti 105».

L’attività economica che sembra andare per la maggiore in questo momento ad Aleppo è quella del meccanico per auto. Due intere vie della città sono state interamente occupate da officine automobilistiche e negozi di vendita di ricambi per auto. Officine meccaniche e negozi di componentistica si alternano per centinaia di metri senza essere interrotti da nessun altra tipologia commerciale. Vie e stradine interamente dedicate ai negozi di oreficeria o ai laboratori artigiani di questa o quella specialità si conoscono in tutto il mondo, ma due vie occupate, nei piani degli edifici a livello stradale, esclusivamente da officine meccaniche e da negozi di accessori o ricambi per auto (e un’altra vicina interamente occupata da gommisti), non si sono mai viste da nessuna parte. «È per difendere meglio le nostre proprietà», spiega un signore di mezza età con le mani sporche dell’olio del carburatore che ha smontato. «Ognuno di noi si quota per una certa cifra, e paghiamo gli addetti alla sicurezza che proteggono tutti gli esercizi della via dalle mire di ladri e malintenzionati vari. Di questi tempi un’officina isolata sarebbe svaligiata nel giro di poco».

Foto di Rodolfo Casadei