Lo Stato islamico del Mali è vicino?
Quando nel 2020 il generale Assimi Goita prese il potere in Mali con un colpo di Stato e cacciò le forze francesi e internazionali, interrompendo la cooperazione con gli Stati Uniti per affidare la sicurezza del paese nelle mani della Russia, non si aspettava che i soldati dell’Afrika Corps di Vladimir Putin si sarebbero dileguati, lasciando ai jihadisti una delle città più importanti del paese saheliano senza neanche sparare un colpo.
L’avanzata di Al-Qaeda e dei Tuareg
Ma questo è quello che è avvenuto sabato scorso, quando migliaia di miliziani hanno attaccato il Mali in modo coordinato da sud e da nord. Mentre i ribelli separatisti Tuareg del Fronte di liberazione dell’Azawad invadevano le città settentrionali di Kidal e Gao, i jihadisti legati ad Al-Qaeda del Jnim (Gruppo per il sostegno dell’islam e dei musulmani) colpivano a morte Kati, roccaforte militare a nord-ovest di Bamako, Senou, sobborgo della capitale, oltre a Sevaré, Mopti e Segou.
A Kati, dove vivono i membri della giunta militare, un terrorista islamico ha guidato un’autobomba contro la residenza del ministro della Difesa, Sadio Camara, mentre altri miliziani facevano irruzione nella sua abitazione, uccidendolo.

La fuga dei soldati russi
Mentre i jihadisti colpivano a sud, i Tuareg attaccavano a nord, conquistando la città di Kidal senza sparare un colpo. Il capoluogo dell’omonima regione, riconquistato dalla giunta nel 2023 con l’aiuto dei paramilitari russi della Wagner, poi sostituiti dall’Afrika Corps, è caduto a causa della soverchiante superiorità dei separatisti, che hanno risparmiato la vita dei russi permettendogli di lasciare la città.
«Nessuno poteva pensare di abbandonare la principale città del nord del Mali senza combattere: se l’hanno fatto è perché erano praticamente circondati e non avevano possibilità di rispondere», ha commentato ad Africa Rivista Marco Di Liddo, direttore del Centro studi internazionali (Cesi).
«Bamako è sotto assedio»
L’intento dell’attacco coordinato non è stato puramente dimostrativo. I terroristi legati ad Al-Qaeda, infatti, hanno dichiarato che «metteremo sotto assedio la capitale Bamako, accerchiandola. Nessuno potrà più entrare», ha annunciato il portavoce dei jihadisti, Bina Diarra. «Tutti i musulmani, i maliani e i soldati che hanno a cuore la propria vita si uniscano a noi per applicare la religione di Allah onnipotente».
L’obiettivo dei jihadisti è quello di strangolare ulteriormente la capitale fino a farla cadere. A partire dall’anno scorso, i terroristi hanno impedito l’afflusso di diesel e benzina a Bamako, bloccando la città. Il Mali, infatti, non ha sbocchi sul mare e il 95 per cento del carburante proviene da Senegal e Costa d’Avorio trasportato su gomma.
Se il Mali diventa un altro Afghanistan
Con una media di 800 attacchi al mese in tutto il paese, i jihadisti e i ribelli Tuareg sono riusciti a conquistare diverse città. Nei centri caduti sotto il proprio controllo, i soldati del Jnim hanno applicato il consueto schema islamista: separazione dei sessi sui mezzi di trasporto, obbligo del velo per le donne, imposizione dello zakat (le decime islamiche), divieto di ascoltare musica non religiosa e prelievo fiscale sulle attività minerarie indipendenti.
Se il Jnim vuole fondare in Mali uno Stato islamico come quello già presente in Afghanistan e come quello in fase di realizzazione in Siria, l’obiettivo dei Tuareg è di creare uno Stato indipendente nella regione di Azawad.
La giunta militare del Mali contrattacca
L’attacco e la fuga dei soldati russi dell’Afrika Corps è un durissimo colpo sia per la giunta militare di Goita, che ha puntato tutto sulla sua capacità di ristabilire la sicurezza nel paese martoriato dagli attentati jihadisti e da 15 anni di violenze, che per la reputazione internazionale di Mosca.
Dopo giorni di silenzio, il generale Goita si è fatto fotografare in compagnia dell’ambasciatore russo in Mali, Igor Gromyko, a testimonianza dell’intenzione del presidente e dei russi di rispondere agli attacchi.
Secondo l’analista Nathaniel Powell, «i jihadisti non sembrano avere le capacità per conquistare e gestire un’area urbana per un lungo periodo di tempo, quindi Bamako non è in pericolo imminente, ma le prospettive di lungo termine non sono affatto buone», ha dichiarato a France 24.

Enormi pericoli anche per l’Europa
L’offensiva jihadista in Mali conferma quello che il Global Terrorism Index segnala da tre anni: il Sahel è il nuovo epicentro del terrorismo globale. Il modo in cui è avvenuta l’ultima avanzata, con l’impotenza dimostrata dai soldati russi, rappresenta un duro colpo sulla pretesa capacità di Mosca di garantire la sicurezza degli Stati che si sono alleati con il Cremlino e sono usciti dall’Ecowas: Mali, Niger e Burkina Faso. Anche negli altri due paesi il terrorismo non è stato sconfitto, anzi, continua a macinare attentati e a conquistare territori.
Se dopo Afghanistan e Siria, anche il Mali cadesse definitivamente nelle mani dei jihadisti, oltre che per le popolazioni africane interessate sarebbe un disastro anche per l’Europa.
Non solo perché i rinnovati successi degli islamisti potrebbero fare adepti nel Vecchio Continente e risvegliare cellule dormienti. Ma anche perché il Sahel è la via di transito per il traffico di esseri umani, i migranti che tentano in modo disperato la traversata del Mediterraneo per raggiungere le nostre coste, e il traffico di droga, soprattutto cocaina, proveniente dall’America Latina verso l’Europa.
Come ha dichiarato papa Leone XIV, di ritorno dal lungo viaggio apostolico in Africa, «forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi paesi dell’Africa perché i loro abitanti non abbiano la necessità di emigrare in altri paesi».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!