Lo spread ci imporrà le riforme (forse) ma intanto azzoppa le nostre aziende

Se per certi versi lo spread è paragonabile a quello che prima dell’euro era il rapporto di cambio lira/marco, la beffa, per le aziende italiane, è che questa volta non ci sono neanche i risvolti positivi sul lato esportazioni della svalutazione della liretta… Pubblichiamo l’editoriale finanziario di Alessandro Frigerio (RMJ Sgr) che compare sul numero 46/2011 di Tempi, da oggi in edicola

Pubblichiamo l’editoriale finanziario di Alessandro Frigerio (RMJ Sgr) che compare sul numero 46/2011 di Tempi, da oggi in edicola.

Circa due mesi fa, il 5 settembre, Mario Draghi, allora governatore designato della Bce, aveva affermato che gli spread sono un potente strumento per imporre cambiamenti. Da allora il differenziale di rendimento tra Bund e Btp è schizzato di quasi 100 punti base: il caso vuole (sarà stato un caso?) che nello stesso periodo gli acquisti della Bce sul mercato secondario dei titoli di Stato si siano fortemente ridotti. Maliziosamente, portando agli estremi il ragionamento, si potrebbe osservare, in linguaggio “draghiano”, che non tutto il male vien per nuocere, perché la forte crescita del costo del debito pubblico (a causa della quale «il debito diventerebbe ingestibile», Draghi dixit) costringerà il governo italiano ad apportare quelle riforme strutturali auspicate dalle varie autorità europee e mondiali. Ma succederà davvero?

Può essere, anche se nel frattempo questa situazione nuoce, e tanto, alle aziende italiane che vanno sul mercato a raccogliere capitali. Pensiamo per esempio alla recente emissione effettuata dal gruppo Telecom Italia che, per attrarre investitori, è stato costretto a offrire un rendimento superiore al 7 per cento, quasi tre volte il costo della raccolta della concorrente tedesca Deutsche Telekom: uno squilibrio che certo non si giustifica con la differenza tra i rating dei due emittenti (BBB per l’italiana, BBB+ per la tedesca). E che dire poi della Fiat, il cui costo della raccolta sui mercati finanziari è pari a quasi quattro volte quello della Daimler (il 9 contro il 2,6 per cento)? Se per certi versi lo spread è paragonabile a quello che prima dell’euro era il rapporto di cambio lira/marco, la beffa, per le aziende italiane, è che questa volta non ci sono neanche i risvolti positivi sul lato esportazioni della svalutazione della liretta…