“L’islam è la soluzione”. Il partito dei Fratelli Musulmani potrà usare il suo motto alle elezioni

La legge elettorale è stata modificata dal Parlamento egiziano: ora i partiti potranno di nuovo usare slogan religiosi alle elezioni.

I partiti in Egitto potranno usare di nuovo slogan religiosi come motti elettorali. Il Parlamento egiziano, che sta modificando la legge elettorale dichiarata illegale da una corte egiziana, rinviando così le elezioni da aprile a data da destinarsi, ha eliminato l’articolo dell’era Mubarak che vietava ai partiti di usare slogan religiosi in campagna elettorale. L’articolo 61 prevedeva per chi violava la legge almeno tre mesi di prigione, oltre a una multa compresa tra un minimo di 570 euro e un massimo di 1150 euro. È stato anche approvato un emendamento che prevede la condanna a cinque anni di prigione per i candidati che commettono reati durante il periodo elettorale.

EGITTO ISLAMICO. L’eliminazione del divieto di utilizzare slogan religiosi in campagna elettorale piace ai Fratelli Musulmani, il cui partito Libertà e giustizia è ansioso di tornare al motto “L’islam è la soluzione”, come riferisce Al-Masry Al-Youm. Lo slogan caro ai Fratelli Musulmani non era stato utilizzato nelle elezioni del 2011, che avevano sancito comunque la loro vittoria. La nuova legge, insieme all’approvazione di una «Costituzione islamista», conferma la volontà da parte dei Fratelli Musulmani di mischiare Stato e religione. Volontà confermata anche dalle parole di Essam El-Erian, nuovo capo della Fratellanza in Egitto: «L’Egitto ha rifiutato ogni forma di laicismo e ha salutato il nazionalismo unito all’islam».

BASSEM YOUSSEF. I Fratelli Musulmani non hanno dunque fatto tesoro delle parole del 118mo papa copto Tawadros II, che pur incoraggiando i cristiani ad entrare in politica, dopo la sua elezione a novembre aveva dichiarato: «La chiesa non deve avere alcun ruolo politico. Se politica e religione si incontrano, si rovinano a vicenda». La prova del nove è costituita dal caso di Bassem Youssef (nella foto in alto di Al-Masry Al-Youm), dottore diventato famoso in Egitto perché dopo la caduta di Mubarak ha cominciato a pubblicare su Youtube filmati satirici sui politici e in particolare su Mohamed Morsi. Il comico è stato accusato a gennaio per avere «minato la reputazione» del presidente. Ora è stato accusato di avere insultato l’islam e il presidente dei Fratelli Musulmani e domenica è stato interrogato per cinque ore dall’Alta corte egiziana dopo che contro di lui è stato emesso un mandato di arresto.

INSULTI ALLA RELIGIONE. Youssef è stato liberato su cauzione, dopo avere respinto ogni accusa: «Io non ho mai insultato la religione, ho solo mostrato quei canali che hanno abusato della religione creandole un danno enorme più di chiunque altro. Insulta la religione chi usa l’islam come un’arma per ragioni politiche». E su Morsi ha aggiunto con ironia: «Insultare il presidente? Nessuno può farlo».

MORSI PEGGIO DI MUBARAK. Per quanto riguarda la libertà di espressione, Morsi si è dimostrato peggio di Mubarak se si considerano, dati alla mano, i casi di giornalisti o scrittori denunciati per avere insultato il presidente. Secondo il Network arabo per i diritti umani nei primi 200 giorni di governo di Morsi sono state denunciate ben 24 persone, nei 30 anni di dittatura di Mubarak ci sono stati “solo” quattro casi. La legge che condanna chi «insulta il re» è stata varata nel 1897: da allora al 2009, cioè in 112 anni, sono state denunciate 23 persone, mentre Morsi in soli 200 giorni ne ha fatte denunciare 24. In seconda posizione si colloca Re Farouk, l’ultimo re dell’Egitto prima della rivoluzione che restò al potere 16 anni e fece denunciare 7 persone.