«L’ipocrisia» dei musulmani: strepiti per le vignette, silenzio sulla Cina

La coraggiosa tribuna su Le Monde della sociologa musulmana Dilnur Reyhan, che denuncia il silenzio dei paesi islamici, complici del «genocidio degli uiguri»

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«La vita di milioni di uiguri non vale forse più di qualche vignetta?». Si intitola così una provocatoria e incisiva tribuna della musulmana di etnia uigura Dilnur Reyhan pubblicata su Le Monde. La sociologa, dopo aver criticato le vignette di Charlie Hebdo su Maometto e la tentazione di condannare tutti i musulmani per gli attentati terroristi compiuti da pochi nel nome dell’islam, denuncia «l’ipocrisia» dei paesi musulmani che inscenano proteste contro la Francia, ma non proferiscono verbo sulla Cina.

I PAESI MUSULMANI SONO COMPLICI DELLA CINA

Infatti, continua Reyhan, «in quanto uigura e membro di un popolo a maggioranza musulmano vittima di un genocidio portato avanti dalla Cina da quattro anni nell’indifferenza totale del mondo, e in particolare dei paesi musulmani, non posso non stupirmi di questa “collera” selettiva». Se la Cina, scrive, «continua a costruire e ad allargare nell’impunità i suoi campi di concentramento per musulmani malgrado le pressioni internazionali, è soprattutto grazie al sostegno incondizionato dei suoi amici musulmani».

A partire dall’aprile 2017 la Cina ha incarcerato almeno 1,8 milioni di uiguri, minoranza turcofona di religione prevalentemente musulmana, in quelli che il governo a partire dal 2018 ha chiamato “centri di formazione professionale”, ma che sono carceri a tutti gli effetti, secondo le testimonianze di chi è scappato dalla regione autonoma dopo un periodo detentivo, dove inoltre viene sfruttato il lavoro forzato dei detenuti. Oltre a lavorare anche dieci ore al giorno, al ritorno in cella gli internati subiscono sessioni di lavaggio del cervello e rieducazione. Molti sono morti all’interno delle prigioni, altri si sono suicidati.

Oltre a incarcerare gli uiguri, come rivelato da un rapporto dell’Aspi,  negli ultimi tre anni nel Xinjiang «migliaia di moschee sono state danneggiate o distrutte». Fino a pochi anni fa nella regione c’erano 24 mila moschee. Oggi ne sono rimaste appena 15 mila e almeno la metà di queste è danneggiata. «È il numero più basso dai tempi della Rivoluzione Culturale, quando rimasero appena 3 mila luoghi di culto». Dal 2017, il 30 per cento delle moschee è stato demolito, un altro 30 per cento danneggiato in qualche modo.

«IL VERGOGNOSO SOSTEGNO DEI PAESI MUSULMANI»

La sociologa uigura ricorda il vergognoso sostegno che nell’estate del 2019, 50 paesi, «di cui la metà musulmani», «hanno dato alla politica genocidaria della Cina, mentre altri 23 paesi, in maggioranza occidentali, l’hanno condannata chiedendo la chiusura dei campi».

Reyhan sottolinea soprattutto l’atteggiamento della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che da anni pretende di ergersi a difesa dei musulmani di tutto il mondo e che ha guidato le proteste internazionali contro la Francia per la ripubblicazione delle vignette su Maometto.

LA LEZIONE DI ERDOGAN

Scrive Reyhan:

«In Turchia, ad esempio, dove risiede la più grande diaspora uigura al di fuori dell’Asia centrale, la società civile ha sempre sostenuto la causa del mio popolo. Malgrado questo forte sostegno e la pressione popolare, il paese ha firmato nel 2017 un accordo con la Cina che autorizza l’estradizione degli uiguri di nazionalità cinese. Così, nell’agosto 2019, una giovane donna è stata deportata con i suoi due figli attraverso il Tagikistan. Nel 2020, degli studenti uiguri hanno cercato di manifestare silenziosamente a Istanbul indossando delle magliette con impresse le foto dei loro familiari rinchiusi nei campi cinesi. La polizia turca li ha obbligati a girare le magliette e ha fatto cancellare foto e video girati durante l’evento. In seguito, alcuni uiguri hanno organizzato una conferenza stampa ad Ankara ma i testimoni partiti da Istanbul sono stati costretti dalla polizia a fare marcia indietro».

«MAOMETTO AVREBBE DIFESO LE VITE UMANE»

Anche Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Indonesia hanno agito come la Turchia nonostante la Cina «bruci decine di migliaia di copie del Corano e distrugga migliaia di moschee». «Negli ultimi quattro anni», continua Reyhan, «non c’è un capo di Stato musulmano che abbia detto una parola. Peggio, alcuni collaborano con il diavolo e contribuiscono all’accelerazione del genocidio in corso».

Negli ultimi anni, «non c’è stata una sola iniziativa per boicottare le merci cinesi nei paesi musulmani. Conoscendo la sua vita, sono certa che il nostro Profeta avrebbe preferito proteggere delle vite umane piuttosto che la sua immagine».

Foto Ansa