Libia, la guerra di Haftar e i rischi per l’Italia

Il maresciallo che controlla la Cirenaica vuole prendersi tutto il paese con l’appoggio di francesi, russi e sauditi. Ma la battaglia per la conquista di Tripoli potrebbe essere più difficile del previsto

I nodi della Libia vengono al pettine. Dopo anni di tentativi andati a vuoto della comunità internazionale per risolvere politicamente la crisi, innescata dall’intervento Nato del 2011 e dall’uccisione del raìs Muammar Gheddafi, ora il maresciallo Khalifa Haftar prova a conquistare militarmente tutto il paese. Giovedì 4 aprile il leader delle Forze armate libiche (Lna) ha lanciato l’operazione per la conquista della capitale Tripoli “Diluvio di dignità”, che ha già fatto 35 vittime.

I DUE GOVERNI IN LOTTA

Dal 2014 due governi si contendono il potere in Libia. Da una parte il Governo di accordo nazionale (Gna) con sede a Tripoli, guidato dal premier Fayez Serraj, che gode dell’appoggio delle Nazioni Unite e governa la regione occidentale della Libia, la Tripolitania. Dall’altra il governo di Tobruk, che presiede la regione orientale della Cirenaica, ed è di fatto comandato dall’esercito di Haftar.

Il 14 aprile è previsto a Ghadames, nel sud-ovest del paese, una conferenza internazionale sul futuro della Libia, che dovrebbe stabilire anche una road map per arrivare a elezioni nazionali. Secondo gli esperti, Haftar vorrebbe conquistare la capitale prima della conferenza per poi trattare da una posizione di forza.

Il maresciallo ha annunciato di aver già conquistato l’area in cui sorgeva l’aeroporto internazionale della città e di essere pronto a marciare sui quartieri meridionali della capitale. Dopo un primo momento di sbandamento, Tripoli ha lanciato una controffensiva, denominata “Vulcano di rabbia”, e ora la situazione sembra vicina a uno stallo. Haftar era convinto di conquistare la capitale in pochi giorni, ma l’impresa potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.

MILIZIE E SPONSOR INTERNAZIONALI

Come scritto da Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, Haftar negli anni si è alleato «con numerose tribù e milizie legate al vecchio regime dei Gheddafi. Sono i Warfallah, Warshafannah, i volontari di Bani Walid, di Mizdah, oltre alla Settima Brigata di Tarhouna». Serraj invece non dispone di un esercito e per sopravvivere si affida a diverse milizie, soprattutto quella di Misurata, che odia Haftar. Misurata aveva in precedenza dichiarato di «non essere disposta a morire per Tripoli», ma davanti all’avanzata del maresciallo potrebbe cambiare idea.

La partita libica non è certo un affare locale, ma internazionale. Haftar è sostenuto da Emirati arabi uniti, Russia, Egitto e Arabia Saudita. Secondo molti osservatori, il leader della Cirenaica avrebbe deciso di sferrare l’attacco finale a Tripoli dopo aver ottenuto il via libera a marzo dai sauditi. La comunità internazionale, Italia in primis, oltre a Turchia, Qatar e alla galassia dei Fratelli Musulmani sostiene invece il governo di Serraj. Più ambiguo il ruolo della Francia, che da anni fa un doppio gioco fornendo assistenza logistica e di intelligence ad Haftar. Non a caso Tripoli ha chiesto formalmente all’ambasciatrice francese in Libia, Béatrice du Haccuellen, di riferire la sua «forte protesta» al suo governo e al presidente francese, Emmanuel Macron.

Non è un mistero, come dichiarato a tempi.it anche da Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa.it, che «l’obiettivo di Macron sia quello di scalzare l’Italia dal ruolo di decisore nella crisi Libica. La Francia vuole riaffermare la sua influenza dominante nel paese, come cerca di fare dal 2011. Macron vuole emarginarci».

GLI AFFARI DELL’ENI

Ieri gli Stati Uniti hanno deciso di ritirare i marines a difesa della loro ambasciata a Tripoli, ormai praticamente chiusa. Annunciando che non ci sarà «alcun intervento militare» da parte degli Usa, il segretario di Stato Mike Pompeo ha chiesto di «interrompere immediatamente le ostilità». Anche l’Eni ha evacuato il suo personale in Libia dagli impianti di El Feel e Mellitah, mentre rimane aperta l’ambasciata nella capitale e non lasceranno il paese i circa 400 militari italiani divisi tra Tripoli e Misurata.

Una conquista della Libia da parte di Haftar sarebbe una pessima notizia per l’Italia e per gli affari dell’Eni nel paese nordafricano. L’interscambio tra Italia e Libia vale oggi 4 miliardi di euro. Il cuore sono le importazioni di gas e di petrolio. Le attività Eni sono regolate da contratti che hanno durata fino al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas. Con un governo Haftar, questo accordo potrebbe essere messo in discussione, come potrebbero cadere nel dimenticatoio i crediti vantati da 130 aziende italiane e che ammontano ad almeno 900 milioni di euro.

TUTTO RUOTA ATTORNO AL PETROLIO

Haftar ha conquistato quasi tutto il paese e ha in mano i più importanti giacimenti di greggio. Non controlla però, come nota il Sole24Ore, le rendite petrolifere:

«Riconoscendo come legittimo solo il Governo di Tripoli, la Comunità internazionale esige che le esportazioni debbano avvenire tramite la compagnia petrolifera nazionale, la Noc, presente a Tripoli. Tobruk, che accusa Tripoli di corruzione nella gestione del petrolio, ha così provato a creare una Noc parallela in Cirenaica per vendere il greggio per proprio contro. Ma ogni volta che ci ha provato, le petroliere sono state intercettate e sequestrate da navi militari straniere. Haftar in principio ha chiesto a Tripoli, senza successo, che almeno il 40% delle rendite energetiche nazionali siano assegnate alla Cirenaica. Ha provato a muoversi autonomamente ma si è reso conto che non riesce a vendere greggio all’estero per finanziarsi».

Per il momento Haftar non ha interrotto l’estrazione del petrolio, per dimostrare di avere a cuore i destini della popolazione libica. Ma il futuro è incerto. Come già dichiarato a tempi.it da Michela Mercuri, docente universitaria tra le maggiori esperte di Libia,

«il problema essenzialmente è che non esiste uno Stato libico, e quindi le milizie si sono sostituite allo Stato nella gestione del petrolio, nella gestione dell’economia, nella gestione del paese. Il grandissimo sforzo che la comunità internazionale deve fare è togliere alle milizie la gestione dell’economia illegale e sostituirla con un’economia legale. Disarmare le milizie ma cercare di riconvertirle in effettivi dell’esercito nazionale: non possiamo pensare di disarmare le milizie e dire loro “arrivederci, grazie”. Bisogna pensare a un progetto alternativo di ridistribuzione dei proventi del petrolio a livello centralizzato che tenga anche conto delle milizie, altrimenti non si riesce a convincerle a rinunciare alla loro fonte di reddito. E alla stabilizzazione della Libia non si arriverà mai».

Foto Ansa