L’Italia (come l’Ue) è ormai irrilevante in Libia

Il fallimento diplomatico di ieri non fa che rispecchiare la realtà: «L’Italia non ha più carte da giocare al tavolo. Non abbiamo voce in capitolo», ammette il direttore di Limes, Lucio Caracciolo

libia conte haftar

Ieri si è consumato l’ennesimo fallimento del governo italiano sulla Libia. il premier Giuseppe Conte doveva incontrare i due grandi rivali che si contendono il paese, il premier di Tripoli Fayez al Sarraj e l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar. Ma le cose non sono andate come sperato. Il «fallimento», come definito apertis verbis da tutti i giornali, della diplomazia italiana è stato sancito dal mancato incontro con Sarraj, che irritato dalla decisione di Conte di incontrare prima il leader di Bengasi, Haftar, non si è presentato a Roma, rientrando direttamente in Libia da Bruxelles disertando l’appuntamento.

«L’ITALIA NON HA PIÙ VOCE IN CAPITOLO»

Come commentato al Giornale dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, «l’Italia non ha più carte da giocare al tavolo. Non abbiamo voce in capitolo. Sorpassati da molto tempo ormai non possiamo contribuire in nessun modo». L’Europa, proprio come l’Italia, «sta dimostrando in questo frangente la sua inconsistenza politica. Non c’è una voce. Ognuno parla per sé. Il problema è la credibilità e la forza che può far valere ognuno di loro».

Caracciolo spiega ancora bene la drammatica inconsistenza dell’Italia in un editoriale su Repubblica:

«Quando quasi tutti si armano e sono pronti a impiegare la forza per difendere i propri interessi noi non possiamo usare i nostri militari come badanti, infermieri, logisti o vigili urbani. Tantomeno dobbiamo indulgere nel falso e soprattutto pericoloso mito della “brava gente”. Altrimenti potremo avere mille ragioni ma non la risorsa decisiva per giocarle al tavolo del negoziato. Così non schieriamo uomini, solo potenziali bersagli. E finiamo coinvolti in guerre altrui, senza sapere con chi siamo e in nome di quali interessi spendiamo le nostre risorse. O peggio, come nella fase iniziale della partita libica, le spendiamo contro i nostri interessi, per avere un posto a tavola. Salvo scoprirvici afasici. Nello specifico: che ci abbiamo fatto, facciamo, faremo con i circa 300 uomini a Misurata in missione sanitaria, mentre le milizie misuratine sparano per respingere l’offensiva di Haftar su Tripoli e Sirte? E dobbiamo stupirci se, contrariamente a quanto annunciato, il patetico “capo” della Tripolitania, Fayez al Sarraj, il cui futuro è legato a quello di Misurata, non si è presentato ieri a Palazzo Chigi, dove Conte aveva appena visto il suo rivale, Khalifa Haftar? Se vogliamo contare, in quel che resta della Libia o altrove, serve rispettare tre regole di base. Primo: sapere quel che vogliamo. Secondo: individuare gli attori sul terreno con cui misurarci e negoziare. Terzo: avere a disposizione le risorse militari ed economiche – anche per affittare clienti, come fan tutti – necessarie ad avanzare la nostra causa».

LA LIBIA È IN MANO A RUSSIA E TURCHIA

L’Italia non rispetta nessuna di queste tre condizioni. Ma c’è una notizia ancora peggiore. A prescindere dalla strategia che l’Italia cercherà di adottare d’ora in poi per recuperare il terreno perduto, la verità è che la Libia è già in mano a potenze straniere che si fanno la guerra per procura sul territorio nordafricano: Russia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati da una parte, con Haftar, Qatar e Turchia con Sarraj. Erdogan, dopo aver stretto un accordo con il premier di Tripoli, ha approvato l’invio di un numero consistente di truppe in Libia infischiandosene di quell’embargo sulle armi che è vigente solo nelle lettere che il nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio invia a Repubblica per farsi bello.

E mentre l’Italia e l’Ue mettevano in campo a Bruxelles inconsistenti mezzi diplomatici per far dialogare le parti, inutili proprio perché non coinvolgevano nessuno degli sponsor internazionali di questa guerra, Erdogan e Vladimir Putin si sono incontrati a Istanbul per gettare le basi per un cessate il fuoco in Libia destinato a entrare in vigore dalla mezzanotte di domenica 12 gennaio. Come nota Gian Micalessin sul Giornale, «in un paio d’ore, insomma si sono trasformati da mentori della guerra in risoluti pacificatori. E i rispettivi, bellicosi protetti ben difficilmente oseranno opporsi alle loro intese».

I RISCHI CHE CORRIAMO

La debolezza dell’Italia, che solo grazie alla forza e alla credibilità dell’Eni in Libia forse riuscirà a mantenere le attuali concessioni energetiche, rischia però di compromettere altre partite fondamentali. Come scrive ancora Micalessin, «resta da chiedersi cosa resti all’Italia, un tempo potenza di riferimento per l’assetto politico della nostra ex colonia. La domanda fin qui trova poche risposte. L’Italia guidata da Conte, di Maio e Zingaretti rischia di veder compromessa tutta la sua influenza politica perdendo sia il controllo dei flussi migratori che quello, cruciale per la nostra sicurezza, legato al controllo delle infiltrazioni terroristiche».

Foto Ansa