«Governo troppo distratto. Ora la Libia è in mano a Erdogan e Putin»

Intervista all’esperta Michela Mercuri: «Turchia e Russia si fanno la guerra per procura in Libia. Per trovare un accordo bisogna parlare con loro. L’Ue è debole, l’Italia pure. Per riunificare il paese servirebbe un “nuovo Gheddafi”»

«L’Italia ha perso la Libia già nel 2011, ma negli ultimi mesi il governo ha tralasciato questo dossier in modo ingiustificato e ora cerca di recuperare posizioni. Ma difficilmente riuscirà a farlo». Commenta così Michela Mercuri a tempi.it la visita nel paese nordafricano del ministro degli Esteri Luigi di Maio. La docente di Geopolitica del Medio Oriente presso l’Università Niccolò Cusano di Roma, membro dell’Osservatorio sul fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista dell’Università di Calabri, guarda con scetticismo agli ultimi tentativi italiani di dialogare con le due parti in causa, Fayez Sarraj a Tripoli e Khalifa Haftar in Cirenaica : «La partita non è più o non solo nelle loro mani. Ormai bisogna parlare soprattutto con i loro sponsor internazionali: Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin».

Qual è in questo momento la situazione in Libia?
Da una parte c’è la Turchia, che sostiene Sarraj e le milizie dell’Ovest. Erdogan ha stretto un accordo di ferro con Tripoli per rifornire le milizie che difendono la capitale di armi e magari entrare in Tripolitania, come si dice, “boots on the ground”. L’obiettivo del presidente turco, e non è un mistero, è preservare il predominio dei Fratelli musulmani nell’Ovest e mettere le mani sulle risorse energetiche del Mediterraneo.

E dall’altra parte?
Il generale Haftar è sostenuto da Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati arabi uniti. Mosca combatte a fianco di Haftar con mercenari e droni, nella speranza di guadagnarsi un ruolo di primo piano nel Mediterraneo.

La Libia non dovrebbe essere sotto embargo per quanto riguarda le armi?
L’embargo è un segreto di Pulcinella che nessuno rispetta. Tutti dicono di attenervisi ma nessuno lo fa. Russia e Turchia non fanno neanche finta di rispettarlo, mentre i paesi europei cercano di mantenere la legalità almeno di facciata. Il risultato però non cambia e volendo sintetizzare la situazione è questa: in questo momento gli attori che contano in Libia sono quelli che si stanno facendo la guerra per procura a due passi dall’Italia. La Libia è in mano a Russia e Turchia ed è con loro che bisogna trattare.

L’Unione Europea resta a guardare?
L’Ue è debole perché è divisa. Pochi giorni fa Italia, Francia e Germania si sono riuniti a Bruxelles ma si tratta di un intervento tardivo, sfociato in una dichiarazione di intenti fragile. Bruxelles invoca la pace, ma ogni suo intervento non fa che dimostrare la debolezza della comunità internazionale. Prevedo già un fallimento per la conferenza di Berlino che si terrà a gennaio, che potrebbe ridursi a una “photo opportunity”.

Perché l’Ue è divisa?
Perché ha interessi diversi. L’Italia, che pure non ha mai smesso di dialogare con Haftar, almeno formalmente difende Sarraj perché tutti i nostri interessi energetici e migratori sono nella Tripolitania. La Francia invece, che ha scatenato la guerra nel 2011, appoggia Haftar perché vuole scalzarci dalla Libia. Ma posso dire che oggi neanche la Francia conta molto sul terreno.

Martedì Di Maio ha incontrato Haftar, che ha rivolto parole molto affettuose al ministro italiano: «Se l’avessi conosciuta prima, ora avremmo un accordo».
Sinceramente mi sembrano frasi di circostanza. Di Maio sarà stato più morbido rispetto ad altri ministri verso il generale, ma il punto è che neanche lui può garantire ad Haftar quello che vuole: soldi e armi per conquistare Tripoli. L’atteggiamento di Di Maio non migliora la posizione dell’Italia in Libia.

Haftar sta davvero per conquistare la capitale della Libia?
No. È da aprile che il generale va dicendo che sta per arrivare a Tripoli, ma nonostante l’aiuto militare della Russia non fa grandi progressi. A sostegno di Tripoli, infatti, sono schierate le truppe di Misurata, che nel 2016 sono state in grado di sconfiggere lo Stato islamico a Sirte. Sono forti e ben equipaggiate. Anche se non arriverà a Tripoli, però, Haftar può fare un bagno di sangue.

La comunità internazionale invoca una soluzione pacifica per la Libia. Ma su quali basi?
È questo il problema: invocare la pace in un paese in guerra è un ossimoro. La verità è che parlare con Sarraj e Haftar serve a poco per raggiungere la pace. Bisogna coinvolgere i loro sponsor internazionali, a partire da Russia e Turchia, altrimenti la diplomazia non avrà mai successo.

Quale potrebbe essere una soluzione concreta e fattibile?
Qui entriamo nel campo della fantapolitica. Haftar è disposto a fermarsi se qualcuno gli garantisce il controllo di tutto il paese. E questo è impossibile. Solo Putin può convincerlo a fermarsi e imporgli un accordo.

L’accordo tra Sarraj e Turchia cosa implica per l’Italia?
Niente di buono. Erdogan ha stretto un patto per realizzare una zona economica esclusiva che metterebbe in discussione gli interessi dell’Eni nell’area.

L’Italia ha perso la sua storica influenza sul paese?
Noi abbiamo perso la Libia nel 2011, quando abbiamo accettato di eliminare il nostro principale alleato nel Mediterraneo, Muammar Gheddafi. Poi abbiamo cercato di recuperare terreno attraverso l’Eni, più che con la politica. Il governo negli ultimi mesi ha colpevolmente perso di vista questo dossier e ora si è svegliato all’improvviso e sta cercando di recuperare. Ma è difficile. Il pallino ora ce l’hanno russi e turchi.

La Libia tornerà mai un paese unito?
De iure lo è ancora ma de facto è spaccato in due. La verità, e mettiamolo tra virgolette, è che ci vorrebbe un “nuovo Ghedddafi” in grado di raccogliere il consenso di entrambi le parti in causa e riunire la Libia. Ma è difficile ora trovare una simile figura perché le spaccature locali si sono incancrenite dopo otto anni di guerra. Forse sarebbe meglio pensare a una Libia federale con due centri fortemente autonomi, Tripoli e Bengasi, ma non è quello che i libici vogliono. I giovani, con cui ho parlato spesso, sono fieri dell’unità del loro paese. Trovare una soluzione è ormai estremamente complicato.

Foto Ansa