Liberare la scuola dal morbo statalista

Di Carlo Marsonet
16 Maggio 2026
Un libro di Rothbard mette lo Stato sul banco degli imputati: standardizza la creatività appiattendo le differenze ed emargina il ruolo educativo dei genitori
Insegnante fa lezione in un’aula di scuola
Foto Depositphotos

I lettori tempisti più attenti ricorderanno probabilmente il primo numero della rivista Lisander. Esso riguarda l’educazione e, in particolare, l’importanza che gioca la libertà in questo cruciale settore. Il sociologo della cultura che apre il focus, Paolo Terenzi, così scriveva:

«Uno Stato laico dovrebbe cercare di mettere i cittadini nelle condizioni migliori per la coltivazione della propria umanità e per il perseguimento di opzioni educative diversificate. Peraltro, la crescente importanza dei fattori culturali in ambito socio-economico richiede una riqualificazione dei sistemi scolastici che può essere favorita solo dalla compresenza di opzioni scolastiche alternative – si può parlare così di un pluralismo delle istituzioni, insieme ad un pluralismo nelle istituzioni. Offrire una reale possibilità di scelta, attraverso l’introduzione di strumenti tecnici adeguati, costituisce inoltre un intervento in favore di un’eguaglianza di opportunità che superi una peculiarità negativa della situazione del nostro paese».

In breve, Terenzi auspicava una scuola più libera, cioè un sistema educativo non più stato-centrico bensì centrato sulla persona, sui suoi reali bisogni e sulla possibilità davvero garantita di un pluralismo degno di questo nome.

Un monopolio che nega la libertà

In una delle tante e significative repliche, Dario Antiseri e Flavio Felice insistevano ancor più su un punto dirimente: la critica al monopolio statale dell’istruzione. Assuefatti, come siamo, a pensare che solo ciò che è statale è pubblico, dimentichiamo – o non consideriamo proprio, data la mentalità statalista pervasiva – che lo Stato non occupa tutta la vita delle persone e non può arrogarsi (con la compiacenza di molte, troppe persone) la prerogativa di statizzare la coscienza individuale. Cosa che effettivamente avviene in un sistema intossicato dallo statalismo, com’è il settore scolastico.

Scrivevano a tal proposito gli autori:

«Il monopolio statale dell’istruzione è negazione di libertà: unicamente l’esistenza della scuola libera garantisce alle famiglie delle reali alternative sia sul piano dell’indirizzo culturale e dei valori che sul piano della qualità e del contenuto dell’insegnamento. Il monopolio statale dell’istruzione viola le più basilari regole della giustizia sociale: le famiglie che iscrivono il proprio figlio alla scuola non statale pagano due volte; la prima volta con le imposte – per un servizio di cui non usufruiscono – e una seconda volta con la retta da corrispondere alla scuola non statale. Il monopolio statale dell’istruzione devasta l’efficienza della scuola: la mancanza di competizione tra istituzioni scolastiche trasforma queste ultime in nicchie ecologiche protette e comporta di conseguenza, in genere, irresponsabilità, inefficienza e aumento dei costi».

Il “buono scuola”, in tal senso, risulterebbe ancora oggi una buona soluzione sia per garantire una effettiva libertà di scelta delle famiglie sia per rendere il sistema scolastico maggiormente al servizio dei suoi fruitori, mentre oggi sembra servire di più altri interessi. Sia, diciamolo, per liberarci almeno un po’ del morbo statalista.

Spegnere la creatività

Vi è chi, però, è andato ancora oltre. E non poteva che essere un autore libertario come Murray Newton Rothbard (1926-1995). Ne I danni della scuola di Stato, pubblicato da Liberilibri con traduzione e cura di Riccardo Canaletti, il pensatore americano prende di petto il problema della standardizzazione e dell’intruppamento che una scuola statale comporta: un tema, a ben vedere, che possiamo ritrovare in un piccolo ma fondamentale libretto di Denis de Rougemont, I misfatti dell’istruzione pubblica (pubblicato da Rubbettino con l’introduzione di un giovanissimo, ma già prodigioso Alberto Mingardi).

Nondimeno, come ricorda in una delle due postfazioni Carlo Lottieri (l’altra è di Anna Monia Alfieri), Rothbard è noto per aver immaginato l’abolizione dello Stato dalla vita sociale. E dunque, in questo lavoro non fa che rimanere coerente nella sua opinione mostrando i guasti che lo Stato causa anche nel settore dell’istruzione. E per diversi motivi.

In primo luogo, si è detto della standardizzazione che spegne la creatività umana, anziché promuoverla. Questo perché lo Stato cerca soprattutto di appianare le differenze, livellare i gusti e reprimere le personalità individuali in nome dell’amore per l’eguaglianza e dell’uniformità. Sennonché, si dimostra pienamente incoerente sin da subito. Come scrive Rothbard, infatti, come si può pretendere di rendere eguale, tramite l’istruzione, ciò che nasce diseguale per natura, interessi, talento e così via?

E i genitori?

Secondo punto, alla faccia dello Stato liberale, l’istruzione statale viola il diritto dei genitori di scegliere cosa è meglio per i propri figli. L’idea alla base dello statalismo in campo educativo è che lo Stato sappia meglio cosa è bene per i futuri cittadini: e questo, banalmente e rousseauianamente, perché statizzare le coscienze dei più giovani oggi costruisce il buon cittadino di domani. E ciò si ricollega a un’altra questione, che è quella dell’autonoma capacità di giudizio e discernimento che dovrebbe allevare l’istruzione. E che invece non fa perché si cerca di portare tutti nella medesima direzione, indottrinando le menti circa determinate questioni, eventi e idee (si veda ad esempio A scuola di declino. La mentalità anticapitalista nei manuali scolastici, pubblicato dallo stesso editore maceratese e scritto da Andrea Atzeni, Luigi Marco Bassani e Carlo Lottieri).

La domanda che bisogna porsi è infine questa: è l’individuo variabile indipendente rispetto allo Stato o invece una variabile che dipende da quest’ultimo? Dalla risposta che se ne dà, si tende verso la società libera oppure il totalitarismo. Tertium non datur.

“I danni della scuola di Stato”, di Murray N. Rothbard, Liberilibri, 160 pp, 15 euro

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