La preghiera del mattino
Le lezioni dell’11 settembre che non abbiamo voluto imparare
Venticinque anni fa, l’11 settembre 2001, 19 terroristi affiliati ad Al-Qaeda dirottarono quattro aerei di linea contro le due Torri gemelle del World Trade Center a New York, il Pentagono in Virginia e un edificio del governo federale a Washington (ma la rivolta dei passeggeri fece schiantare il velivolo a Shanksville, in Pennsylvania). Nel più grande attentato mai subìto dagli Stati Uniti morirono 2.997 persone, compresi i terroristi.
La Cbc, la Rai canadese, ha ordinato all’inizio del mese scorso ai suoi giornalisti di evitare la parola “terrorismo” parlando dell’11 settembre, suscitando un polverone e spingendo l’emittente a fare retromarcia, come riassunto da un articolo di National Review:
«Dopo aver dato disposizioni al personale di non definire gli attentati dell’11 settembre come atti di terrorismo, la Cbc ha fatto marcia indietro, pubblicando nuove linee guida che riconoscono l’accuratezza di tale definizione. All’inizio del mese, Basem Boshra – responsabile degli standard giornalistici – aveva diffuso una nota (resa nota per prima dal Toronto Sun) in cui istruiva il personale a non definire gli eventi dell’11 settembre come attacchi terroristici. La scorsa settimana, in seguito a forti critiche, Boshra ha revocato tali disposizioni. “Non definite gli attacchi dell’11 settembre come attacchi terroristici”, aveva scritto in precedenza Boshra».
Non è dato sapere perché la Rai canadese abbia anche solo potuto pensare a una stupidaggine così grossolana, così contraria alla realtà dei fatti e così irrispettosa delle tante vittime americane. È probabile però che abbia a che fare con il vecchio tic di un Occidente che, avendo perso la propria identità, non riesce neanche a vedere e a chiamare per nome quella dei propri nemici, quando questa è scomoda. Gli attentatori dell’11 settembre erano terroristi e non terroristi comuni, ma terroristi islamici che obbedivano al motto religioso e nichilista di Osama bin Laden: «Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita». Dopo l’11 settembre, l’Occidente avrebbe dovuto smascherare l’utilizzo ideologico della religione e aiutare l’islam a rileggere in modo critico i propri testi sacri. Invece, come la brutta topica della Cbc dimostra, le élite culturali dell’Occidente – malate di politicamente corretto e sperse in un mondo senza più riferimenti dopo aver buttato a mare l’ancoraggio cristiano – hanno ancora paura di chiamare le cose con il loro nome.
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George Weigel riflette sul National Catholic Register sulle lezioni che non abbiamo imparato dall’11 settembre:
«Quanto al doversi confrontare con la realtà che il jihadismo – una forma di islam staccata dalla ragione e decisa a imporre al mondo un regime islamista coercitivo – sia stato la causa principale dell’11 settembre? Ebbene, quel processo di riflessione non è mai realmente decollato, nonostante i tentativi di papa Benedetto XVI a Ratisbona, nel 2006, di proporre un’agenda seria per il dialogo interreligioso sul tema del rapporto tra l’islam e “il resto del mondo”».
Come la vicenda della Cbc dimostra, sono ancora in tanti nell’Occidente laicista a non volere capire quanto sia importante la religione nella vita delle persone, nel bene e nel male, e quanto sia fondamentale evitare che questa venga strumentalizzata. Benedetto XVI provò ad aiutare l’islam a riflettere su se stesso e sull’importanza del rapporto tra fede e ragione, ma non fu ascoltato né aiutato a portare avanti un’istanza che avrebbe fatto molto bene innanzitutto ai musulmani. Quel lavoro andrebbe ripreso a maggior ragione oggi, dal momento che la guerra con l’islam radicale non è ancora finita e il jihad è diventato un marchio cool che affascina ancora centinaia di migliaia di musulmani ed è facilmente esportabile in tutto il mondo.
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Douglas Murray su The Free Press parla di una seconda guerra che va ancora combattuta:
«Eppure è in corso un’altra guerra: quella sull’origine e sul significato degli attentati dell’11 settembre. Negli ultimi anni, bugie e teorie del complotto su quegli eventi hanno assunto nuovo rilievo, alimentate dalla destra, dalla sinistra e dagli stessi estremisti islamici. Nel frattempo è giunta a maturità una nuova generazione di adulti: molti di loro hanno idee politicamente distorte e tutti sono troppo giovani per ricordare quegli attacchi in prima persona. Proprio per loro, e per mantenere saldi i riferimenti morali della nostra società, chi ricorda l’11 settembre ha il dovere di confutare le teorie complottiste e di affermare la verità sugli attentati in modo chiaro e deciso».
Mattia Ferraresi aggiunge su Domani:
«Questo è anche l’anniversario della furia complottista. Prima dell’attacco alle Torri, il catalizzatore dietrologico per eccellenza dell’immaginario americano era stato l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy (…). L’11 settembre ha ereditato quella funzione, rilanciandola in una nuova epoca. Il movimento per la “verità” sull’11 settembre non è rimasto l’espressione di una sottocultura marginale, ma è diventato l’incubatore di tutto ciò che è seguito. Il Birtherism, il Pizzagate, il movimento QAnon, il negazionismo elettorale del 2020 si sono formati alla scuola dei complotti sull’11 settembre, che ha solidificato l’immagine del deep state che mette in scena un cataclisma fondativo, nascondendo la verità ai suoi cittadini. (…) Dubitare della versione ufficiale sull’11 settembre significava mettere in discussione l’intera architettura del potere americano nel momento del suo massimo consenso patriottico, e questo ha contribuito a rendere il sospetto un’abitudine mentale trasferibile a qualunque altro evento traumatico successivo. (…) A 25 anni di distanza l’America non condivide nemmeno il significato dell’evento che l’ha definita nel nuovo secolo».
La madre dei complottisti, per parafrasare un noto adagio, è sempre incinta. Il fenomeno è fisiologico, ma nel caso americano è più grave perché nel corso del tempo l’unità post 11/9 si è sfilacciata, lasciando spazio alle derive allarmanti ben descritte da Ferraresi e Murray. Donald Trump, come scritto più volte, è il sintomo di questa malattia americana, il catalizzatore, ma non è lui il morbo da debellare. Passato Trump, il problema resterà. Vale davvero la pena riprendere allora un illuminante e attualissimo passaggio di un articolo scritto 21 anni fa per Tempi da Lorenzo Albacete:
«In questi giorni ho riletto sant’Agostino a proposito degli ideali che spingono una persona alla ricerca della felicità e della pace. (…) Non è affatto vero ciò che sostiene il presidente [George W. Bush], ossia che “la migliore speranza per la pace è la diffusione della libertà” in quanto la libertà umana è “la sola forza della storia che può mettere fine all’odio e ai risentimenti, smascherare le menzogne dei tiranni e ricompensare le aspirazioni delle persone oneste e tolleranti”. La libertà può essere tanto uno strumento di pace quanto di violenza. La sola forza che può salvare il mondo è quel genere di amore che viene chiamato carità, che si realizza quando il fascino dell’atto redentivo della grazia si compie attraverso l’accettazione del fascino di Cristo. È per questo che Agostino ha scritto le seguenti parole: “Per quanto la virtù senza pietà possa essere esaltata e onorata come utile alla gloria dell’uomo, non può essere neanche lontanamente paragonata con gli stessi primi piccoli passi dei santi, vale a dire di coloro la cui speranza è riposta nella grazia e misericordia di Dio”».
Oggi che gli Stati Uniti soffrono le amare conseguenze di una concezione impazzita della libertà – dal woke all’illusione che basti la forza a risolvere qualsiasi problema – queste parole di Albacete risuonano come profetiche e aprono una finestra di speranza tra le mura asfittiche in cui l’Occidente si è rinchiuso.
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