Leggere Benedetto XVI, il papa che ci ha spiegato l’ultimo mezzo secolo

Anche il suo messaggio alla commissione teologica è stato ignorato, eppure nessuno più di Ratzinger è stato capace di comprendere il nostro tempo

Benedetto XVI

A tre mesi di distanza prendiamo atto che il Messaggio alla Commissione Teologica internazionale del papa emerito Benedetto XVI in occasione del 50esimo dalla fondazione stessa della Commissione suddetta è passato sotto silenzio. Forse perché considerato qualcosa per addetti ai lavori, forse perché lo scandalismo dei nostri tempi ritiene più appetibile altro rispetto a pacate e profonde riflessione del Papa emerito che aiutano a comprendere meglio il senso della storia dell’ultimo mezzo secolo.

Una volta si pensava che la teologia fosse una disciplina che studiavano i preti, quindi attinente la religione (cattolica). Così si pensava. Poi tra gli anni Sessanta e Settanta venni per caso a conoscenza della teologia della liberazione che andava per la maggiore nei paesi dell’America Latina. Mi incuriosì e mi affascinò l’idea che in nome di Cristo si potesse imbracciare il fucile per la liberazione dell’uomo. In seguito, durante un soggiorno di studio, a metà degli anni 70, a Regensburg scoprii che si poteva studiare teologia anche essendo atei e quindi insegnare religione nelle scuole statali.

A quei tempi insegnava nell’Università di quella città il professor Joseph Ratzinger ed ero diventato amico di alcuni giovani e bravi sacerdoti che frequentavano le sue lezioni. Fui sorpreso dal fatto che seguire Ratzinger non era motivo di merito, ma al contrario si era considerati reazionari e oscurantisti. Altri erano gli astri del firmamento teologico: Karl Rahner, Walter Kasper, Karl Lehmann, Hans Kung, per dirne solo alcuni dei tanti.

Un metodologismo sempre più spinto prendeva il sopravvento sulla natura del kerigma forzando così l’esegesi biblica e neotestamentaria riducendola a sociologia antropologica. Il tragitto classico nella impostazione degli studi di teologia iniziava con la Cristologia, da cui la natura e il mistero della Chiesa (Ecclesiologia), sino alla Teologia della missione: quest’ultima era concepita come il compimento pastorale educativo e culturale della coscienza di sé che la Chiesa aveva maturato. Con la “svolta antropologica” di Rahner il metodo teologico fonda la propria investigazione ponendo come apriori la immagine dell’uomo deducibile dalle scienze umane.

La teologia quindi si risolve in antropologia obliterando l’immagine biblica dell’uomo come “creato” e della realtà come “data”. Inizia così una progressiva erosione dogmatica e morale della Chiesa, basti solo pensare a quanto disse con aperto tono di sfida Rahner nella sua relazione alla Commissione teologica internazionale nel 1969: «Se il Magistero della Chiesa non avrà oggi il coraggio e l’audacia di ritrattare i passati errori , non rimarrà degno di fede e di fiducia». Nello specifico, il gesuita tedesco intimava a papà Paolo VI di “ritrattare” l’Enciclica Humanae vitae (1968) e attaccava deliberazioni del Concilio Vaticano I. Si noti, en passant, che -al contrario del cattolico Rahner, oltre cento anni prima, il filosofo e teologo protestante Soren Kierkegaard osservò che in materia di fede il primo criterio non è l’erudizione o la scienza, ma il carisma dell’autorità (Myndighed).

Se tutto ciò può sembrare riferito solo al mondo ecclesiale e teologico di lingua tedesca, vale citare il teologo Luigi Sartori, presidente e fondatore dell’Associazione teologica italiana (1969), perito conciliare dal 1964 e punto di riferimento per le scuole teologiche del Triveneto propugnatore del dialogo interreligioso, grande estimatore e amplificatore del pensiero di Kung, il teologo svizzero borderline che aveva fatto della critica al magistero apostolico il suo cavallo di battaglia.

Tutto ciò per prendere atto del clima che, a partire dal post Concilio, ha favorito la crisi culturale, antropologica e morale che la Chiesa ha dovuto attraversare sotto la guida forte e sicura dei vari pontificati. Il messaggio di Benedetto XVI non ha dunque nulla di celebrativo, ma segna lo sforzo di un cammino difficile e drammatico. Non si è trattato solo di correnti teologiche contrapposte, ma di una relativizzazione della verità, affidata in quanto tale alla dialettica delle culture e della storia. Certamente la questione antropologica è fondamentale, ma non riducibile a “scienza umana” che storicamente muta i propri parametri di giudizio per adeguare ad essi, tanto per fare un esempio, la teologia morale e i suoi principi. Il cosiddetto “situazionismo”, cioè l’adeguarsi del giudizio morale alla particolare situazione che può consentire la deroga dai criteri fondamentali, apre al permissivismo, vuole spalancarsi al soggetto valorizzandone, attraverso la casistica, istanze e tendenze, ma di fatto viola la “irriducibilità” dell’uomo.

L’adattamento al mondo e ai suoi costumi che una volta veniva definito come necessario “aggiornamento” della Chiesa, ha dato luogo a quel cristianesimo “anonimo” che Hans Urs von Balthasar ben rappresenta in un immaginario, drammatico dialogo all’interno di Cordula, ovverosia il caso serio del Cristianesimo (titolo completo del libro del teologò svizzero). Cultura gender, celibato, fine vita, aborto e tutto ciò che va sotto il nome di bio-politica, cioè gestione di aspetti e momenti decisivi dell’esistenza umana affidati alla giurisdizione del potere sovrano, impongono il ricorso a verità e certezze non costruite dal potere. Non tanto in senso apodittico, dogmatico, confessionale, ma come apertura dell’uomo, di tutto l’umano, alla verità di sé.

Il popolo di Dio non ha bisogno sopratutto di specialisti che discettano di catto-ecologia o di nuovi paradigmi necessari al cambiamento d’epoca, ma di testimoni credibili della verità. Benedetto XVI, a conclusione del suo messaggio alla Commissione teologica, auspica che questa prosegua il suo lavoro e riconosce di avere imparato molto, pur nelle diversità di vedute, dal continuo confronto e dialogo tra posizioni spesso contrapposte. «Esso è stato per me continua occasione di umiltà, che vede i limiti di ciò che ci è proprio e apre così la strada alla Verità più grande. Solo l’umiltà può trovare la Verità e la Verità a sua volta è il fondamento dell’Amore, dal quale ultimamente tutto dipende».

Non si tratta di un atteggiamento morale che ci mette in ginocchio difronte alla presenza di Dio, ma forse papa Ratzinger vuole indicare, tenendo presente Agostino, un orientamento filogenetico. Umiltà richiama humilis, humilis viene da humus, dalla terra fertile, generatrice, di cui siamo parte. Dunque la Verità nasce dalla carne e da questa rigenerata consapevolezza la teologia acquisisce ancora di nuovo la sua utilità per la Chiesa che mai cessa di essere, dentro ogni epoca, Lumen Gentium.

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