«Le partite Iva ormai sono il bancomat del welfare: lasciateci l’autonomia e non tartassateci»

Intervista ad Anna Soru (Acta): «Aumenteranno i nostri contributi, ma già paghiamo più dei dipendenti».

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Anna Soru, ricercatrice economica a partita Iva è anche presidente di Acta, l’associazione nata per tutelare i lavoratori autonomi. Dopo avere presentato alla commissione Lavoro del Senato e al ministero del Welfare una scottante memoria sulla categoria, la settimana scorsa ha ricevuto una chiamata da Roma: «Attenda in linea, le passo il ministro Fornero» si è sentita dire a sorpresa. «Non me l’aspettavo – racconta Soru a tempi.it -, ma notiamo con piacere una discontinuità rispetto al passato, visto che sinora non siamo mai stati consultati. Il ministro mi è sembrata interessata a capire la posizione delle partite Iva, spero che questo sottintenda una disponibilità a modificare alcuni passaggi del ddl». La nuova riforma del mercato del lavoro introduce infatti cambiamenti importanti, ma visti in negativo dai professionisti autonomi.

Anzitutto ci spiega perché un lavoratore a partita Iva versa maggiori contributi di uno dipendente?
Normalmente si pensa che i dipendenti versino il 33 per cento e noi il 26 per cento, ma non è vero perché il prelievo fiscale nel nostro caso è calcolato in modo diverso, cioè sul totale del lavoro fatturato e non sul costo lordo del lavoro, come per i dipendenti. Quindi, se calcoliamo il lordo complessivo per entrambe le categorie, scopriamo che il contributo pensionistico dei dipendenti è inferiore al 26 per cento, quello delle partite Iva si aggira intorno al 27 per cento. Dal ’96 al 2006 i contributi che le partite Iva devono versare sono cresciuti in modo graduale, ogni volta per un obiettivo diverso. Si è fatto ricorso ai nostri contributi quando servivano risorse finanziarie per coprire esigenze di vario tipo: così sono stati creati i “tesoretti” per dare ai 58enni le pensioni di anzianità nel 2007 o per l’apprendistato nel 2011. Il ddl Fornero prevede un ulteriore aumento contributivo di sei punti percentuali, con l’obiettivo sulla carta di parificarci ai lavoratori dipendenti. Così però la nostra sopravvivenza è a rischio.

Oltre ai contributi pensionistici, attualmente per che cosa paga oggi una Partita Iva?
Noi paghiamo il 27 per cento per la pensione, e lo 0,72 per le altre prestazioni (i dipendenti il 3,86 per cento): ma non abbiamo quasi nulla. L’unica copertura riguarda la maternità, ma i congedi parentali, introdotti poco tempo fa con il decreto Salva Italia, per noi durano solo tre mesi. Per le malattie abbiamo un’indennità irrisoria e in caso di infortunio o disoccupazione niente. Anche la mini Aspi ci vede esclusi, perché comunque è dedicata solo ai collaboratori. Non possiamo permetterci un aumento dei contributi al 33 per cento, perché per noi è un costo insostenibile. Semmai chiediamo vengano ridotti i nostri contributi pensionistici e di usare quel differenziale per l’Aspi.

Cosa ne pensate delle misure messe in atto contro gli abusi delle false partite Iva, che prevedono l’assunzione obbligatoria per chi lavora al 75 per cento presso un unico committente?
Come Acta abbiamo attaccato questa misura. Temiamo non solo di non avere assunzioni, ma di ridurre le collaborazioni ora esistenti. Noi partite Iva vorremmo venisse caso mai valutata la continuità della collaborazione, per esempio calcolando chi è il principale committente in due anni di lavoro, e poi calcolata l’entità del reddito del libero professionista (più è alto, più la partita Iva ha potere contrattuale). A nostro avviso gli abusi andrebbero semmai contrastati con i controlli dell’ispettorato del lavoro, che sono diventati sempre più rari. Noi siamo ben felici di rimanere autonomi e di avere un committente grosso, che assicura una commessa grossa. La consideriamo una fortuna, non un danno. Ricordo che essere autonomi rientra anche in una scelta: molte donne lo vogliono proprio per conciliare lavoro e famiglia in autonomia di gestione, e questo contrasterebbe con l’obiettivo di diventare dipendenti. Un altro aspetto che non ci piace della riforma è che esclude gli ordini professionali, dove si è sottoposti a maggiori ricatti. Ora è il momento di far leva sui controlli per il lavoro, e di voltare pagina.

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