Molte paritarie aspettano ancora dallo Stato il saldo 2019: «È il 70% dei contributi»

Intervista a Massimiliano Tonarini, presidente della Foe (Cdo opere educative): «I grillini vogliono controllare le nostre scuole? Facciano pure, ma non ritardino i pagamenti dovuti»

Alunno di scuola isolato sul suo banco durante l'emergenza coronavirus

«Non è questione di giocare d’anticipo, non c’è più tempo, qui sono due mesi che le scuole hanno iniziato a ragionare su metrature, spazi, mense, corridoi seguendo la normativa del momento. C’è chi ha buttato giù pareti, trovato locali, trasformato in classi strutture parrocchiali, laboratori, teatri, adeguato necessità a richieste e aggiornamenti dei documenti del comitato tecnico scientifico. E dove non si è riusciti a mantenere i gruppi classe causa numerosità dei bambini si è iniziato ad ingaggiare nuovo personale. Queste cose costano. Per non parlare delle spese per la sanificazione e le pulizie, la riorganizzazione di ogni angolo di bagno. Dalla ringhiera all’ultimo rubinetto, tutto è oggetto di attenzione, tutto incide sul bilancio».

Massimiliano Tonarini è stato eletto presidente della Foe, Cdo opere educative, nel momento più folle per la scuola italiana, ancora appesa alle incognite della riapertura; una scuola travolta dalla rivoluzione della didattica a distanza, di insegnanti e maestri che casa per casa sono venuti a prendere figli di gente sempre più povera e precaria nelle loro stanzette, e che vede ora i gestori reinventarsi imprenditori, architetti, arredatori, ciascuno responsabile della sopravvivenza e della tenuta della propria piccola o grande opera. La Foe ne associa 200, tra cooperative sociali, fondazioni, enti religiosi, un totale di 700 istituti scolastici di ogni ordine e grado, 60 mila alunni, 5 mila lavoratori tra docenti e non. È un popolo, la Foe, soprattutto di paritarie che hanno fatto molto più che arrabattarsi per restare in piedi mentre si moltiplicavano in Italia le chiusure definitive di porte e portoni.

«Non senza paradossi: a Milano, col caos degli asili e delle graduatorie capita che le scuole dell’infanzia non riescano a fare fronte all’aumento di iscrizioni, ma la riduzione dei gruppi classe imposti dalla normativa non ci premette di tradurre le richieste in risposte e il problema del bilancio rimane. Non parlo di soldi per scantonare il tema dell’emergenza educativa, ma perché non vada disperso un briciolo della creatività espressa in questi mesi, durante i quali si è “fatta scuola” nel senso pieno del termine; ogni tentativo, ogni singolo giorno, ci ha rinfacciato la domanda, lo scopo ultimo dell’educazione: perché educare?».

La questione ha molto a che fare con l’origine di tantissime scuole associate a Foe spesso nate (proprio come La Zolla a Milano, della cui cooperativa sociale Tonarini è stato per anni presidente) dall’iniziativa di un manipolo di genitori, amici, preti, gente che allora non ha aspettato lo Stato per cercare insegnanti, radunare banchi, trovare aule, e che hanno avuto l’ardire di chiamare tutto questo “scuola” battendosi perché venisse riconosciuta come tale. Non hanno aspettato lo Stato per aprire allora, non lo aspettano oggi per riaprire a settembre: peccato che questa volta sia lo Stato ad avere un bisogno disperato della seconda gamba del sistema di istruzione pubblico per non collassare.

La libertà di scelta educativa, il suo valore – prezioso soprattutto per un’Italia che non potrebbe mai permettersi i costi di 900 mila studenti riversati nelle scuole statali se le paritarie chiudessero -, è così tornato al centro del dibattito parlamentare incontrando le scontatissime barricate dei Cinquestelle: dopo mesi di ostruzionismo settimana scorsa è stata approvata una bizzarra mozione proposta dai pentastellati che prevede «massima trasparenza» e controlli a dir poco stringenti e verifiche sull’uso dei 300 milioni di euro che il decreto Rilancio ha stanziato alle scuole per far fronte alla crisi sanitaria e garantire la ripresa in sicurezza delle lezioni. Non esattamente la priorità in un momento in cui è a rischio la sopravvivenza delle scuole stesse e il destino scolastico di quasi un milione di alunni e 180 mila dipendenti.

«L’ideologia mi preoccupa fino a un certo punto, ai parlamentari, tutti i parlamentari, rivolgo però due considerazioni. La prima: molte scuole paritarie stanno ancora aspettando il saldo dei contribuiti 2019/2020: la scuola è finita da un mese e mezzo e queste realtà non hanno ancora ricevuto il saldo pari al 70 per cento della cifra dovuta. Non è una nota di colore, non servono slogan: se si vogliono sventolare le bandiere delle scuole aperte si faccia in modo che tutte le scuole ottengano il saldo e l’acconto 2020/2021 subito. Seconda considerazione: nessuno qui ha paura dei controlli, veniamo da un triennio di ispezioni rigorose da cui tutte le scuole Foe sono uscite indenni. Stupisce tuttavia, in un momento in cui le scuole si preparano ad affrontare un massiccio aumento dei costi per la riapertura a settembre, che la priorità sia la verifica sulla destinazione dell’uso di contributi erogati a fronte di mancati incassi. Non vorrei, e mi auguro di venire smentito, che il tempo dedicato a imbastire nuovi sistemi di controllo rimandino ulteriormente i pagamenti dovuti alle scuole che si piccano di controllare. Quanto alla trasparenza, sono due anni che si discute il tema: se dobbiamo essere trattati come enti pubblici che ci vengano riconosciuti anche i relativi benefici».

Secondo Tonarini le scuole non sono ammortizzatori sociali e a chi è sordo al principio che i destinatari degli aiuti siano ragazzi e famiglie ricorda «il ruolo delle paritarie che sono venute incontro ai genitori e viceversa per sostenere i costi delle scuole chiuse. Quelli delle scuole dell’infanzia, impossibilitate a ricevere rette per la didattica a distanza, in particolare superano ampiamente i contributi previsti. Eppure le realtà sono sopravvissute e oggi c’è bisogno di loro. Anche per attivare quei famosi patti di comunità previsti dal governo con terzo settore, associazioni, territorio per garantire un posto a tutti a settembre. Si chiama sussidiarietà, sappiamo farla. Chiediamo di essere messi nelle condizioni per tradurla in scuola, realtà, educazione».

Tempi vi aveva già raccontato l’impegno della Cdo opere educative affinché non un briciolo della “creatività”, nata in un momento eccezionale, figlia della necessità e di una libertà finalmente espressa, non andasse perso. Ma perché possa esprimersi di nuovo, è necessario che essa sia compresa, coltivata e favorita (a meno che qualcuno non voglia augurarsi un virus ogni anno). «Abbiamo diffuso un documento, “Liberare le scuole“. Chiediamo innanzitutto libertà di insegnare: un’impresa impossibile da oltre sei anni per i professori delle secondarie. Ora speriamo che il concorso di settembre risolva la situazione ma non è pensabile affrontarla ciclicamente. Chiediamo quindi l’abolizione del vincolo del possesso dell’abilitazione come titolo per l’insegnamento, riconoscendo idonei ad insegnare tutti coloro che possiedono i requisiti per partecipare ad un concorso per l’assunzione come docenti nei ruoli statali. È avvenuto per i medici, in periodo di emergenza, si introduca anche per gli insegnanti».

Secondo punto, libertà di organizzazione, «chiediamo autonomia per rispondere alle esigenze delle famiglie a cominciare dal calendario e dall’articolazione del tempo scuola, definendo il tempo della didattica e del recupero, ripensando modalità e funzione degli esami». Terzo, libertà di scegliere, «a vent’anni dalla legge 62/2000 chiediamo il riconoscimento della parità economica, attraverso detrazioni fiscali per le spese di istruzione, voucher, qualunque cosa permetta alle famiglie di scegliere veramente e liberamente la scuola per i propri figli, senza vincoli geografici o di spesa». Da ultimo, la libertà di costruire, «coinvolgere la comunità, come peraltro previsto dalle stesse linee guida nazionali del 26 giugno, nella realizzazione di strutture, infrastrutture, contributi, attraverso la totale esenzione fiscale delle donazioni, la defiscalizzazione, lo school bonus. Di tutte queste cose abbiamo parlato durante i seminari organizzati per la ripartenza, confrontandoci, aiutandoci come lo stesso Marco Masi che mi ha preceduto alla presidenza della Foe ci aveva insegnato: mettere a fattore comune ciascuna esperienza per trovare una strada sostenibile per tutti». Per ripartire non dal virus ma dalla persona, oggi come allora un inizio di popolo.

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