Le mie nove Olimpiadi

Da Seul ’88 a Londra 2012 più quelle invernali di Torino e Vancouver. Tra un crogiolo di razze, atleti, sushi, corruzione e imbroglioni. Alla ricerca di quelle storie che almeno una volta nella vita ti fanno entusiasmare

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Pubblichiamo l’articolo contenuto sul numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Te la racconto io l’Olimpiade. Innanzitutto più che l’importante è partecipare, l’importante è parteciparla. L’Olimpiade è un grande affare, insomma, e sui “Lords of rings”, i signori degli Anelli, sono stati scritti libri, scatenati segugi (il più famoso è Andrew Jennings che le ha cantate anche a Sepp Blatter, il colonnello svizzero padrone della Fifa dal 1998 al 2015) e avviate inchieste. Chi lo desidera può trovare tutto il materiale che vuole. Bastano, qui, alcuni concetti essenziali.

L’Olimpiade è Atlanta che nel 1996 strappa l’edizione del centenario ad Atene e tutti ad accusare la Coca Cola; l’Olimpiade è Atene che strappa l’Olimpiade del 2004 a Roma e meno male, praticamente quell’edizione è costata alla Grecia una bella fetta del default statale. Adesso Roma ci riprova, ma vi dico una cosa. Atlanta ’96 ha fatto da spartiacque. Perché, malgrado l’intervento di Obama (uno dei pochi significativi a livello internazionale) Tokyo ha battuto Chicago per il 2020? Perché il Comitato Olimpico Internazionale (Cio, per gli amici) dopo l’edizione disastrosa del 1996, la più raffazzonata, la più dispersiva, la più approssimata degli ultimi cinquanta anni, ha stabilito un principio essenziale, una norma non scritta ma chiarissima: mai senza la città. Negli Stati Uniti l’Olimpiade la producono i privati, ad Atlanta il mayor non mise un penny in infrastrutture, in sostegno, in opere, non fece uno svincolo essenziale per lo stadio Olimpico, la piscina era una vasca in mezzo al nulla con le tribune di calcestruzzo fresco intorno, nugoli di zanzare e cessi chimici. Come subodorano che a Roma c’è una sindaca recalcitrante, come capiscono che il comune è ostile – già lady Raggi si è fatta scappare che l’Olimpiade non la vuole, remember? – la storia di Roma 2024 è bella e impacchettata.

Perché ho cominciato da qui? Perché l’Olimpiade è un grande affare con un’anima ancora decoubertiniana. La grande impresa sportiva è sempre centrale rispetto a tutto il resto e anche i trafficoni, i vecchi dirigenti che governano lo sport mondiale lo sanno e in fondo nutrono un sacro rispetto per l’atleta, per l’evento. Ad Atlanta, nel 1996, a causa dei disservizi, di autisti improvvisati, di bus alla deriva, numerosi atleti non arrivarono in tempo alle gare, ci furono moltissimi casi di driver che si persero nella campagna della Georgia. Successe anche a me, un bel giorno di quell’agosto umido. Dovevo andare in piscina e invece, con altri disperati, mi trovai contro la staccionata di un ranch, con le mucche che ci fissavano sgomente almeno quanto noi e il tizio alla guida che ammetteva, sconsolato: «Non so dove siamo». Io pensavo a Non aprite quella porta e a Leatherface con la sega elettrica che sbucava dalla casa oltre la staccionata. Ma non concorrevo per una medaglia, come nessun giornalista, e non avevo lavorato duro per quattro anni per pochi attimi di gara. O meglio, avevo lavorato in modo duro, ma se arrivavo con qualche mezz’ora di ritardo non succedeva nulla. I giornalisti che il popolo bue idolatra, invece, lavorano pochi minuti per chiedere all’archivio del loro giornale pacchi di ritagli per scrivere in anticipo gli articoli sui vincitori, salvo poi buttarli se si verifica l’imponderabile (ve lo illustro dopo). Io, tutt’al più, concorrevo per il Premio Ussi-Coni (che infatti vinsi l’anno successivo: botta di narcisismo).

Reagan, Gorbaciov e Wojtyla
Arrivavano volontari da tutti gli Stati Uniti per l’Olimpiade, come succede per tutte le edizioni dei Giochi, ma se un tale di Napoli ha qualche difficoltà a muoversi a Torino, alla fine s’arrangia; invece un tale di New York appena fuori la Grande Mela non capisce più una cippa. Qui se Virginia Raggi non sta in prima fila con la fascia tricolore al vento, accanto ai piacions boys, cioè Malagò (presidente Coni) e Montezemolo (presidente comitato organizzatore), a Roma niente trippa per gatti o meglio niente gatti, di cui ci sarebbe un gran bisogno visti i miliardi di topi che sciamano felici dalla monnezza.

Al centro dei Giochi c’è ancora l’atleta e il segreto dell’Olimpiade moderna, arrivata alla sua XXXI edizione, è ancora la sfida, lo spingersi al limite e spesso superarlo. Possibilmente senza effetti speciali e colori ultravioletti, cioè senza usufruire del doping, più o meno di Stato: a Rio la Russia arriverà decimata, se arriverà. L’Olimpiade malgrado corruzione, politica, invadenza degli sponsor, doping, è ancora il più affascinante ed emozionante spettacolo sportivo del mondo. Lo è anche malgrado questi tempi cupi e l’allarme terrorismo, che poi c’è sempre stato, fin dalla prima delle mie nove Olimpiadi. Già a Seul 1988, l’Olimpiade della riconciliazione, si temevano attentati. Per i più giovani: Seul ’88 è stata l’Olimpiade che ha restituito l’Olimpiade a se stessa dopo un ventennio in cui i Giochi erano finiti nel tritatutto della grande crisi politico-sociale globale.

Da Città del Messico (1968) a Los Angeles (1984) anche i Giochi furono investiti dalla stagione dell’ideologia e dei blocchi contrapposti. A Città del Messico ci furono incidenti, stragi, proteste; a Monaco ’72 arrivarono i terroristi palestinesi e finì definitivamente il sogno antico, olimpico, greco classico dello sport che ferma le guerre; nel 1976 a Montreal non si presentarono gli africani per protestare contro il Sudafrica all’apice della politica dell’apartheid; a Mosca ’80 fu la volta degli Stati Uniti e di molti paesi occidentali a non partecipare per via dell’invasione sovietica dell’Afghanistan; i russi restituirono il favore nel 1984 a Los Angeles, accompagnati da tutti i loro scherani dell’Est Europa. Atleti persero la loro occasione, atleti ebbero la loro. Ci furono ori indimenticabili e altri dimenticabili. Nel 1988, sotto l’azione di Reagan, Gorbaciov e Wojtyla crollarono (un certo tipo di) muri e lo sport si riunì di nuovo. Diciamo che, da allora, il mondo è tornato a dividersi, ma lo sport no. Da allora i Giochi Olimpici sono stati sempre più belli, più grandi, più ricchi. Più o meno e compatibilmente con la crisi globale.

Londra, ad esempio, venuta dopo Pechino, non ha imbandito una brutta Olimpiade, ma il paragone con il colosso cinese è stato impietoso. Pechino è la capitale di una nazione che nel 2008 doveva mostrare tutta la sua forza, la sua potenza, la sua organizzazione. È stata un’Olimpiade incredibile, ma paradossalmente avrebbe potuto essere ovunque. Non era importante il luogo, la città. Non la si avvertiva, si avvertiva solo che era l’Olimpiade cinese, ma potevano essere anche a Calcutta o a Bucarest o in via Sarpi. Ricordo che un giorno a Casa Italia ebbi una discussione con un arrogante manager di una banca italiana, sponsor della club house azzurra. Il tale, ovviamente alla sua prima Olimpiade ma appartenente alla categoria di quelli “so tutto, capisco tutto”, sentenziò: «Che grande Olimpiade e che sensazione di libertà, non si vede neanche un poliziotto».

Gli risi in faccia. «Non si vede un poliziotto perché sono tutti poliziotti. I volontari che ti indicano la strada, quelli che ti servono alla mensa del villaggio, quelli che guidano i bus, perfino quelli che puliscono i bagni (e come li pulivano, mai visti in 35 anni di viaggi, uno specchio) sono tutti soldati». Lui si ribellò e allora lo straccionai, furioso. «Non c’è un volontario al di sopra dei 25 anni, sono tutti giovani, forti, magri. A Torino 2006 c’erano gli alpini di 70 anni con il San Bernardo e la boccia di grappa, le signore di una certa età e di un certo peso e gli studenti con l’acne, di che stiamo parlando?». E l’arrogante, vedendomi alterato e bisognoso di una scaglia di Grana Padano, abbozzò. Al di là di questo, al di là di tutto, l’Olimpiade è meravigliosa perché, dal punto di vista di un giornalista, ma non solo, c’è la grande rivincita della Storia.

La pallavolista e Playboy
Chi fa o ha fatto questo mestiere, si sarà almeno una volta nella vita entusiasmato per una Storia e sarà andato a proporla al suo capo, al suo direttore, trovandosi una o più volte di fronte allo scetticismo, inchiodato da quello sguardo che viene a chi sta ruminando sulla Storia che tu pensi dovrebbe aprire il giornale e lui è indeciso se metterla nell’ultima pagina, in fondo a destra. O non metterla affatto. All’Olimpiade, ogni quattro anni, si rinnova il miracolo. Più la Storia è piccola, umile, sconosciuta e più viene riconosciuta la sua grandezza. Più non se n’è mai parlato e più non se ne parlerà, più in quei 18 giorni è straordinaria.

Le storie senza futuro (mediatico e popolare) si intrecciano con quelle di atleti che invece continueranno ad accendere la nostra immaginazione e a scatenare un’ormonale tempesta dei sensi. Accanto a Bolt e a Federica Pellegrini ci sono atleti di cui ci dimenticheremo salvo riscoprirli magari tra quattro anni. Arcieri, vogatori, tiratori. Già, il tiro, come la scherma, uno dei nostri bacini d’utenza dorata. Tirano su sempre qualche oro, qualche medaglia. Mi ha sempre affascinato questa nostra riottosità ad affrontare e a vincere le guerre (le abbiamo perse quasi tutte), questa nostra vocazione al quieto vivere e questa mira micidiale quando c’è da sparare a un piattello o a un bersaglio.

Nel 1992, a conclusione dell’Olimpiade di Barcellona – con Sydney 2000 una delle più belle per me – scrissi un articolo raccogliendo tutte le storie che avevamo raccontato e che, appena finita la cerimonia di chiusura e il passaggio di consegne alla città successiva, avremmo scordato. Ricordo lo scalpore suscitato da una pallavolista olandese che aveva posato (neanche nuda) per Playboy su cui avevamo ricamato romanzi, o una cavallerizza italiana con un cognome tedesco (come il padre), ma con un passaporto italiano (come la madre), che andai a intervistare all’impianto di equitazione e che mi accolse vestita d’azzurro, in inglese: «Io parlo tedesco o inglese, cosa preferisce?».

Ammazzateò. Ma anche questa è la bellezza dell’Olimpiade. Scopriamo sport, mondi, universi che a noi che viviamo di calcio, di F1, di basket e se appena scendiamo un attimo già ci annoiamo, abbiamo ignorato fino al giorno prima. Ogni tanto, nei corridoi del centro stampa, riecheggia un grido: «C’è un italiano a medaglia nel pentathlon». E allora come un branco di bestie selvagge ci si sposta rapidamente verso l’impianto del pentathlon per poi scoprire che l’italiano è arrivato quarto. E c’è chi si infuria.

E mo devi riscrivere il pezzo
Questa ve la devo raccontare. Nel 2012 in un pomeriggio di agosto livido di pioggia londinese, me ne andai in piscina a vedere Tania Cagnotto in odore di medaglia nei tuffi dal trampolino metri tre. Sarebbe stata una medaglia storica, la prima di un italiano più di trent’anni dopo l’ultima, guarda caso ma neanche tanto, proprio del padre di Tania, Giorgio. Une belle histoire. E infatti un giornalone italiano famoso per la sua prosopopea e per la spocchia dei suoi giornalisti mandò una famosa giornalista, scrittrice, conduttrice e quant’altro. Quando arriviamo, con un mio collega, lei sta pestando ferocemente sui tasti. «Ma che fa?», mi chiede l’amico. «Scrive l’articolo». «Ma la gara deve ancora cominciare». Seeee, quisquilie, pinzillacchere, avrebbe detto Totò.

La grande inviata aveva scritto l’elegia senza tener conto della meravigliosa e crudele altalena dello sport, per cui Tania, con nostra grande malinconia, butta una medaglia sicura e scivola ai piedi del podio, quarta. La medaglia peggiore di tutte, la medaglia di legno. Wood medal. La grande inviata si precipita furente nella zona mista. La zona mista è quel luogo infernale dove si incontrano gli atleti e dove dividi uno spazio angusto con giornalisti di tutto il mondo, quasi tutti ignari dell’esistenza del deodorante o dello spazzolino. La grande inviata aggredisce la povera Tania, per nulla bloccata dalle sue lacrime. «Ma non ti vergogni?». Perché si è comportata così? Chiedevano gli ingenui colleghi alla prima Olimpiade. Eh, cari, mo deve riscrivere il pezzo, invece di andare a cena con la gente che piace, ma che si piace, soprattutto.

E di storie così ne potrei raccontare a decine, da qui a Tokyo 2020. La prossima volta vi parlerò dei ristoranti olimpici. Il migliore di tutti è stato quello di Sydney 2000, vario, ricco, buono. Ecco, l’Olimpiade, malgrado tutto, è ancora questo: un crogiolo di razze, lingue, spaghetti, atleti, sushi, imbroglioni, storie, noodles, magliette sudate, computer, insalate, piacioni, dirigenti corrotti, sogni, giornalisti, anatre alla pechinese, pizze, fotografi giapponesi (con un paio ho sfiorato la rissa), perfino traffici sotto banco. A cui ho partecipato, lo confesso. A Londra, nel 2012, feci un grande affare con un giornalista cubano. Cinquanta euro per una scatola di Partagas e una spilla con Fidel. I Partagas li ho fumati, la spilla la conservo gelosamente. Olimpiade, mon amour.

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •