Le domande di Craxi a Violante (in attesa di risposta)

La lettera aperta al presidente della Camera e inviata come fax a Tempi. «Non è il tempo della prudenza, ma della verità»

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Qui di seguito ripubblichiamo la lettera aperta che Bettino Craxi inviò all’allora presidente della Camera dei deputati, Luciano Violante. Il testo della missiva fu inviato anche a Tempi tramite fax e fu pubblicato sulla nostra rivista il 20 novembre 1998.

Illustrissimo Presidente, leggo le sue dichiarazioni a proposito di giudici che fanno carriera e di giornalisti che insieme ai giudici farebbero anch’essi carriera, agendo di intesa gli uni con gli altri e gonfiando a questo scopo, a bella posta, l’onda del giustizialismo. Detto questo, lei poi si è fermato, anzi si è corretto. Comunque se quello che lei ha detto era tutto qui, vista la anomala complessità delle cose italiane, era un po’ poco, anzi, se mi posso permettere, era persino un poco ambiguo.

Mi consenta perciò di osservare, essendo io interessato a questa materia, che un discorso tanto impegnativo avrebbe dovuto spiegare sino in fondo e al meglio possibile di che cosa in realtà si tratti, ed a cosa precisamente si voleva alludere.

Gli interrogativi vengono infatti al proposito del tutto naturali, e certamente non sono pochi. In che modo si sono realizzate queste intese che lei ha denunciato, ravvisando in esse un pericolo per la democrazia? Violando il segreto istruttorio? Compiendo opera di favoreggiamento? Mettendo in atto abusi d’ufficio? Compiendo frodi processuali? Violando regole deontologiche? E ancora, ciò è venuto facendo scrivere ed informare senza rispetto della regola aurea della completezza e della obiettività della informazione? Compiendo opera sistematica di diffamazione e di calunnia? Manipolando, alterando, censurando? Venendo meno alle regole della deontologia professionale? E sulla base di questo perverso intreccio, quali carriere si sarebbero costruite e di che genere? Carriere nella magistratura, nel Parlamento, nel Governo, nelle aziende di Stato o private? E quali carriere o favori e per chi? Per sé, per gli amici, per gli avvocati amici, per i famigliari? Quai vantaggi e quali carriere? Giornalistiche, editoriali, televisive, pubblicitarie, professionali, e ancora politiche e di governo, o persino qualcosa di peggio che è andato a sconfinare nel campo della corruzione e della concussione? E chi sono mai allora questi carrieristi, personaggi pericolosi per la democrazia, di cui lei parla, che si sono fatti un nome e hanno compiuto le loro scalate, aiutandosi reciprocamente, in violazione di norma legislative, etiche, professionali?

Lei dice che si è trattato di “una piccola parte”. Ma se la parte è piccola e non una massa indistinta allora essa può essere indicata con precisione. È giusto che sia delimitata, ma è anche necessario descriverla ed elencarla a partire dai suoi centri nevralgici e dai suoi uomini di punta, quelli almeno la cui condotta è stata talmente evidente ed è talmente provata nella sua clamorosa gravità da indurla ad una pubblica denuncia.

A chi in realtà lei intendeva riferirsi? Per i più informati la domanda è
probabilmente retorica. Tuttavia non posso non sottolineare che in realtà ciò che si è verificato e che via via, come mi auguro, verrà alla luce, è di portata assai più ampia e di natura assai più complessa ed articolata.

Sul “circo mediatico-giudiziario” in questi anni è apparso in Francia un saggio molto significativo. In Italia, con un salto di qualità, si è scritto di un “golpe post-moderno”, di una “strategia del ragno”, insomma di una falsa rivoluzione in cui clan giudiziari e clan dell’informazione, strettamente collegati tra loro, hanno costituito o hanno ritenuto di essere l’ala marciante, il braccio armato. «Mani pulite, cuori caldi, cervello freddo», secondo il motto della ceka bolscevica. Un delirio di puri e duri. Ma, come diceva il vecchio Nenni, nella vita c’è sempre uno più puro che ti epura. C’è chi, sempre a questo proposito, ha autorevolmente scritto della «nascita di un potere interno allo Stato che non ha più controllo», di «un potere enorme che ha obiettivi di puro potere e la minaccia è per lo Stato di diritto, delle regole da parte di chi gestisce le stesse regole, cioè la magistratura che anziché esaltarle le travolge». [Giuseppe De Rita, Il Tempo, 12 settembre 1996, ndr]

Ciò che è avvenuto in Italia penso perciò che abbia poco a che vedere (non nulla del tutto, ma ben poco) con la semplice e miserevole ambizione carrieristica di magistrati e giornalisti che hanno peccato di infedeltà rispetto al loro ruolo e al loro dovere.

Ciò che bisogna avere il coraggio di dire è che in Italia lo Stato di diritto, perseguendo soprattutto obiettivi politici e strategie di potere, è stato smantellato un pezzo dopo l’altro con il risultato di creare un grande disordine e di ridurre la libertà di tutti, con una operazione che non ha avuto l’eguale in nessuna nazione democratica e civile del mondo.

Il rischio per la democrazia, come lei dice, non è dovuto perciò al carrierismo ma alla sistematica violazione dei principi della Costituzione repubblicana, delle leggi dello Stato e delle norme contenute nei trattati internazionali, a tutela delle libertà e dei diritti umani, e sottoscritti dall’Italia. E tutto questo è avvenuto, almeno in molti casi, seguendo uno scandaloso principio di discriminazione politica.

Tutto questo era ed è ben visibile. Lei, dall’alto del suo osservatorio, lo ha visto? Di lei dicono a torto o a ragione che sia stato un manovratore dei clan giudiziari. Lei dirà che è una menzogna, e sarà certamente così, ma non può dire di non aver visto ciò che è successo. Suonerebbe come la peggiore delle menzogne.

Mi viene alla mente un verso del Giusti, che mi permetto di parafrasare: «Che fa il nesci, Eccellenza, o non l’ha visto?». Viene denunciato oggi uno “squilibrio” che si sarebbe creato, e che è del resto sotto gli occhi di tutti, tra i poteri dello Stato. Ma che significa? Chi avrebbe invaso una sfera che non gli era propria? Chi avrebbe turbato l’esercizio di prerogative, attribuzioni, funzioni di organi costituzionali dello Stato? Chi avrebbe potuto farlo senza violare le leggi dello Stato? E se le leggi dello Stato sono state violate, chi ne deve rispondere?

Mi consenta allora di ricordare [in sintesi, ndr] le parole che io pronunciai, nel mio ultimo discorso nell’aula che lei oggi autorevolmente presiede:

«Penso che la correzione di un sistema non debba avvenire in modo violento. In nessun paese di alta civiltà giuridica si sono verificati gli eccessi che, ad opera di alcuni magistrati, sono stati compiuti in Italia. Critico gli eccessi di esibizionismo che non hanno precedenti, la logorrea politica, la discriminazione arbitraria, l’uso di espressioni demagogiche che mal si addicono all’alta e severa funzione del magistrato, e, in alcuni casi, la mancanza di obiettività, di prudenza, di controllo, di indipendenza e anche di umanità. Critico non la pretesa di interpretare e applicare la legge, che è il suo fondamentale dovere, ma la pretesa di dettare la legge al Parlamento. Ma la cosa più grave e che tutti possono constatare ogni giorno è il comportamento di una parte almeno della stampa e della televisione. Anche una parte almeno di coloro che esercitano questo potere lo usano in modo violento».

Che quanto affermavo non fosse del tutto infondato appare ora forse più chiaro di quanto non lo fosse allora, e cioè quattro anni orsono. Le condizioni attuali, come non è difficile constatare, sono quelle proprie di una società in crisi, di una economia allo sbando, e di uno Stato in crisi. Le critiche generiche e le allusioni sono utili e possono servire a qualcosa di utile per la democrazia e la civiltà di diritto, e quindi per una fuoriuscita da questa profonda crisi che disegna ormai le più inquietanti incognite per il futuro del Paese, se esse si propongono di giungere ad aprire la strada a formulazioni più specifiche e con esse a decisioni concrete.

Una di queste dovrebbe riguardare l’istituzione di una Commissione di inchiesta parlamentare, che ricerchi la verità dei fatti, valuti, giudichi, e renda testimonianza di fronte alla storia, in relazione a ciò che in questi anni è accaduto nella vita della Repubblica, in particolare in materia di finanziamento dei partiti e della politica.

Mi auguro che lei senta il dovere e la necessità di assumere finalmente questa iniziativa.

Se questo non avviene vuol dire che esistono buone anzi ottime ragioni perché questo non avvenga. Se ella poi ritiene invece di essere stato male interpretato, se precisa come ha fatto, non più come presidente della Camera ma come esponente dell’ex partito comunista, che la linea del Pds non è altra se non quella che fu espressa all’inizio di questa “falsa rivoluzione” politico-giudiziaria, se sottolinea che non ci sono cambiamenti da introdurre e svolte da realizzare, che allora anche questo suo pensiero e questa sua volontà siano resi più chiari. Che si stronchi allora qualche carriera mal guadagnata e che si continui a far credere che è stato affossato da una “rivoluzione” un regime di criminali. Non sino a quando sarà possibile farlo credere, giacché prima o poi, così come in parte sta già avvenendo, la verità o almeno parte significativa delle verità occultate, ignorate, deformate o semplicemente non scoperte, finiranno col venire a galla.

Spero che il presidente della Camera saprà avere il coraggio della verità e saprà usare il linguaggio della verità. Non sono tempi di prudenza ma di coraggio. La prudenza, ne sono certo, verrebbe male interpretata, il coraggio salutato dai democratici in tutto il suo valore.

Con ossequio,

Bettino Craxi

Foto Ansa