Il fax che Craxi inviò a Tempi sulla «prepotenza della giustizia politica»

Vent’anni fa moriva in esilio il leader del Psi. Come nacque il rapporto con noi e un messaggio da Hammamet

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Vent’anni fa moriva Bettino Craxi. E le cose che scriveva vent’anni fa Craxi dall’esilio di Hammamet sono ancora di una spaventosa attualità. Il leader socialista era un amico di questo giornale e lo diventò non quando era all’apogeo della sua carriera politica, ma quando tutti lo avevano abbandonato.

Come ha raccontato una volta Luigi Amicone, capitò questo: su Tempi era apparso un articolo che lo riguardava e Craxi chiamò in redazione per parlare con il direttore. Si era negli anni del grande terrore manipulitista, quando si finiva in gattabuia per un avviso di garanzia ed era facile intuire che una telefonata dalla Tunisia del “latitante” fosse sottoposta a intercettazione. Fu per questo che, in quel primo colloquio, Amicone abbozzò qualche cauto monosillabo. Poi, però, se ne vergognò. Si vergognò di vivere in un paese in cui bisognava avere paura di parlare, esprimere opinioni controcorrente, rivendicare una conoscenza. Fu così che richiamò ad Hammamet e propose a Craxi di scrivere su Tempi.

Siamo nel 1996 e su Tempi iniziarono a essere pubblicati i fax provenienti dalla Tunisia. Nell’archivio cartaceo del nostro settimanale sono conservati i numeri su cui apparivano gli scritti di Craxi. Ve ne sono di enciclopedici – come una lunga ricostruzione del delitto Moro – e di più brevi, nervosi, inerenti l’attualità e le polemiche del tempo (contro il “bugiardo” Scalfari, il “pavido” Violante e uno, stranissimo, in dialetto milanese, rivolto a Umberto Bossi: “Se l’è sta Padania?”).

Sta di fatto che Tempi iniziò a guardare Craxi con simpatia e Craxi cominciò – lui, laico e socialista – ad apprezzare il lavoro di quello strano giornale cattolico e corsaro, come ci ha anche di recente confermato la figlia di Bettino, Stefania. (eb)

Il fax da Hammamet

Qui di seguito riproponiamo uno dei suoi fax mandati da Hammamet, inerente ai 64 miliardi di lire che il fisco esigeva da lui. L’articolo apparve il 19 marzo 1997 su Tempi.

Il massacro organizzato nei miei confronti continua senza sosta. Se io debbo essere chiamato in causa per ogni finanziamento illegale, vero o presunto, che sarebbe stato fatto al partito di cui ero il segretario politico, si potranno organizzare ancora un centinaio di processi. Decine di processi sono del resto già stati fatti o sono in corso, e alcuni sono stati portati a termine con la velocità del suono. Un privilegio che spetta a pochi. È sembrato quasi che si volesse chiudere subito e ad ogni costo un capitolo che non doveva ammettere repliche.

Viste le novità, anche le più cervellotiche ed anche le più illegali con le quali debbo fare i conti ogni giorno che fa Dio, sono portato a pensare che ancora per molti anni dovrò subire questa incredibile persecuzione. Farò in tempo ad andare all’altro mondo.

Che cosa tutta questa campagna contro di me abbia a che fare con la giustizia è molto difficile dire. Non si capisce innanzitutto perché venga sempre tirato in ballo il sottoscritto, con le accuse più disparate e più infondate, mentre un trattamento di questo genere non viene di certo riservato a tutti gli uomini politici che nel passato hanno avuto responsabilità di primo piano.

E non mi riferisco solo ai segretari di partito, ma anche agli alti dirigenti politici ed anche sindacali, a personalità non secondarie della vita politica, parlamentare ed istituzionale, e a tutti coloro che partecipavano senza dubbio alcuno al sistema allora vigente, e che non riguardava solo il finanziamento ai partiti, ma anche quello delle attività politiche dei gruppi, delle correnti, delle campagne elettorali personali ed altro ancora. Per tutti questi, soprattutto per quanto riguarda una vasta e composita area politica, poco o nulla o nulla di nulla.

Vengo inquisito, rinviato a giudizio, processato sistematicamente, nella più parte dei casi per fatti di cui non ero neppure a conoscenza e per vicende alle quali ero totalmente estraneo. E tutto questo avviene mentre nessuno mai, per esempio, si è preoccupato di compiere analisi e verifiche sui bilanci dei partiti approvati dal parlamento e sui rendiconti della campagne personali, egualmente sempre approvati senza colpo ferire. Che una gran parte di questa documentazione fosse falsificata nessuno si è mai levato per contestarlo, così come invece su poche persone di primo piano si è snodata un’offensiva giudiziaria ben mirata e guidata soprattutto, salvo eccezioni, da un rigoroso scrupolo di discriminazione politica.

I bilanci erano falsi ma non venivano firmati dai segretari politici dei partiti bensì dagli amministratori. Era intervenuta una ben precisa norma di legge in questo senso che, modificando la precedente normativa, intendeva esplicitamente dare ai segretari politici uno statuto e una responsabilità ben distinta dalle responsabilità degli amministratori. In ogni caso, i bilanci venivano approvati, almeno secondo il nostro statuto, da un organo collegiale, i cui membri, secondo la logica che si è seguita, avrebbero dovuto essere chiamati in causa tutti perché egualmente corresponsabili.

Alla stessa maniera avrebbero e dovrebbero essere chiamati in causa tutti coloro che, pur essendo ben consapevoli della natura, in parte illegale, delle risorse di cui disponeva un partito, accettarono senza la benché minima obiezione il concorso alle loro spese politiche, mediante contributi erogati con vario metodo e forme diverse.

L’aggressione che viene condotta contro di me, con un accanimento che continua, come se io fossi il solo consapevole ed il solo responsabile del sistema di finanziamento cui partecipava anche il Psi, è qualcosa di peggio di una semplice ingiustizia. Essa mi pone di fronte ad un problema che io posso e potrò affrontare, innanzitutto difendendo con ogni mezzo la mia libertà di fronte a Giustizie diverse, internazionali e Stati sovrani, e poi contribuendo a determinare una “operazione verità” che faccia luce sul fenomeno in questione, in modo più ampio e più convincente, visto che non lo si è voluto e non lo si è voluto scandagliare sino in fondo, mentre si agisce invece, secondo i criteri arbitrari di una giustizia politica che continua a far valere la sua forza, la sua prepotenza, ed in molti casi la sua spettacolare propensione alla demagogia.

Un paese civile, una democrazia forte, una classe politica autorevole, dovrebbe esse in grado di usare finalmente il linguaggio della verità, riscrivendo la storia come essa merita di essere scritta, e compiendo ad un tempo un’azione di giustizia, accompagnata da un saldo riequilibrio tra i poteri dello Stato. Tutto questo succederà probabilmente quando non avranno troppi titoli in capitolo coloro che, pur avendo vissuto e partecipato in ogni modo al vecchio sistema, hanno pensato in questi anni di far bene facendo credere, mentendo, di aver concorso a gettare delle mele marce strappate da una cesta di mele profumate.

Foto Ansa