Le cause impossibili (e perciò degne) a cui deve votarsi Berlusconi, ora che è “resuscitato”. Grazie a Ketty la Rossa

Dopo l’assoluzione nel processo Ruby servono le riforme condivise col Pd di Renzi e con chiunque ci sta, la rimessa in carreggiata dell’Italia di fronte alla disintegrazione del mondo europeo e un nuovo centrodestra

Può piacere o no. Ma anche se l’anagrafe è lì a certificare che il futuro non si chiamerà Silvio Berlusconi, oggi l’Italia ha ancora bisogno di lui e del suo spirito pugnace. Matteo Renzi, che di Berlusconi ha il carattere, trent’anni in meno e il vantaggio di essere dalla “parte giusta”, si è preso un bel rischio convocandolo al tavolo delle riforme e scegliendolo come partner nell’impresa di cambiare le carte fino ad oggi distribuite nelle segrete stanze delle procure e dei gazzettini di complemento.

Da venerdì 18 luglio, data della sentenza di assoluzione che dopo anni di ordalia giudiziaria (e chi ripaga il malcapitato? E l’Italia dal bombardamento speculativo in grazia della pessima reputazione del malcapitato? E gli italiani scippati del voto e dal governo del malcapitato?) restituisce al leader di Forza Italia le redini della politica attiva, i giudici della Corte di Appello di Milano confermano che Renzi ha visto giusto. «Con Forza Italia che rappresenta milioni di voti non c’è un accordo di governo ma istituzionale perché in un paese civile le regole si fanno insieme. Dal punto di vista istituzionale mantenevo la parola anche se Berlusconi fosse stato condannato», dice commentando il verdetto the boss, lo Springsteen fiorentino.
Risultato? Le riforme vanno avanti. Un certo spirito di unità nazionale può prendere corpo. La maggioranza trasversale tiene. M5S è costretto a rincorrere. Gli sfascisti a rosicare. E così, anche il centrodestra riprende a respirare sotto il solleone del 40,8 per cento del rottamatore. Un processo che ha dunque scritto la parola fine sulla guerra dei vent’anni, come ha titolato in prima pagina il quotidiano torinese perbene? È così.

tempi-berlusconi-sussite-copertina-copaC’è un giudice (rosso) a Berlino
Non solo. Nessuno ad esempio ha colto il dettaglio minuscolo, ma di simbolica fascinazione, consistente nel fatto che accanto al presidente Enrico Tranfa, il secondo giudice di Corte che ha mandato assolto l’ex Cavaliere, c’è una cosiddetta “toga rossa” come la mitica Ilda Boccassini, regina dell’accusa. Accanto al “galantuomo” Tranfa, che al Palazzo di Giustizia di Milano gode di reputazione per il suo equilibrio e idiosincrasia al protagonismo da riflettori, a sentenziare che la concussione non sussiste (e non costituisce reato neppure l’ipotesi che una ragazza che all’epoca dei fatti era minorenne ma si spacciava come 24-25enne sia stata ospite consenziente in villa ad Arcore), c’era infatti il giudice Ketty Locurto, tessera di Magistratura Democratica e facente capo alla medesima corrente della folta schiera togata che, con o senza Ilda la Rossa, da Milano a Palermo, da Napoli a Bari, si contendono fin dal 1994 anche solo momenti di gloria di inchieste sul Re leone della politica italiana di Seconda Repubblica.

Altra noticina in margine a una storica sentenza: nessuno ha notato che, visto il sorprendente cappotto rispetto al verdetto di primo giudizio, e considerato che la difesa degli avvocati Coppi e Dinacci ha ottenuto dai giudici di secondo grado risposta oltre ogni aspettativa, nessuna risposta è invece venuta dal capo della Procura di Milano all’accusa – una delle tante – mossagli da un suo sostituto di avergli sottratto fascicoli di sua pertinenza.

Nel caso, Edmondo Bruti Liberati non ha ancora detto una parola sul perché ha girato il faldone riguardante la concussione del caso Ruby (capitolo che in primo grado ha pesato per sei anni sui sette di pena comminati all’imputato B.) a Ilda Boccassini, direttrice dell’ufficio distrettuale antimafia, invece che a Alfredo Robledo, responsabile dell’ufficio per i reati contro la pubblica amministrazione. Come buon senso e regola che si è data la stessa Procura di Milano avrebbero esigito, essendo appunto la concussione un reato contro la pubblica amministrazione. Ma insomma, comprensibile è stata la delusione dei bastian contrari a una sentenza che concettualmente libera il paese dai tutori delle manette e dai parrucconi di palazzo.

L’addio all’Italia dei poveri Scalfari
E infatti, per maramaldeggiare su un affare che dopo tutto riguarda solo i fanti, c’è stato addirittura uno che ha scomodato i santi. «Nessuno è infallibile, papa Bergoglio sa che non lo è neppure il papa». Se la presunzione fosse dio, Eugenio Scalfari sarebbe l’Altissimo. Come si fa ad avere il dono della lingua retorica biforcuta e disprezzarlo al punto da farsi accecare dal più gretto dei sentimenti umani, il pregiudizio per la persona? O odioso errore, figlio della malinconia, perché mostri agli impressionabili pensieri degli uomini le cose che non sono? Avesse evocato il drammatico dilemma shakespeariano, perfino Scalfari avrebbe avuto un lampo di genio. E invece, neghittoso e avaro oltre ogni Narciso quale egli è, scrive e fa titolare l’omelia domenicale “Sentenza forse giusta ma che disonora il paese”.

Ora, a parte lo sbilenco non senso dell’affermazione (poiché è evidente che ristabilire giustizia è per definizione un rendere onore), con questo suo patente rachitismo interiore incapace di riconoscere l’onore delle armi anche all’avversario più ostico da atterrare nella polvere e perfino dinnanzi alla legge di cui lo Scalfari-Repubblica pensiero mena vanto di essere sommo baluardo, il Fondatore non solo riesce a fallire l’incredibile opportunità di tre, dicasi tre colloqui a tu per tu con il Sommo Pontefice, ma si candida a fallire anche l’ultimo miglio della sua predica terrena.
Ma passando dal mal di vivere che si nutre del vissuto altrui, all’altro capo del mondo dove il mondo si specchia nel tipo venuto dalla imprenditoria alla politica a miracolo mostrare, la sentenza di Milano fa ritrovare uno che con tutta la somma dei suoi difetti, dei suoi errori, delle sue follie, della sua condanna passata in giudicato e perfino delle miserie che condivide con tutti noi mortali, sussiste in una misura civilmente e umanamente superiore a quella di questi presunti gesuiti della Repubblica dalle mani pulite e i guanti prensili. Prendi un altro papa alla Scalfari. L’abbiamo davanti come se fosse qui, adesso, con il suo profilo aquilino, il naso adunco, la mansuetudine che muta improvvisamente in ira, Mr. Hyde in Dr. Jekyll.

«Guai alla chiesa se appoggerà Berlusconi». Così disse Norberto Bobbio e lo scrivemmo in tempi non sospetti, di ritorno dalla sua casa torinese dove fummo suoi graditi ospiti agli inizi del ’94, quando l’uomo di Arcore aveva annunciato la sua discesa in campo. Allora il filosofo della politica si interrogava sul male dell’universo, sembrava un Socrate, ma dentro di sé rosicava per l’inquilino privo del supposto pedigree istituzionale, da cui in seguito scaturì il famoso giudizio di “Unfit” sentenziato su Berlusconi da quei così tanto fit e fighi dell’Economist che finirono con la loro corrispondente da Roma – tale Tana de Zolueta – a farsi rappresentare in parlamento italiano nella lista di quel fine esponente di pedigree istituzionale, common low e diritto britannico, che fu Tonino Di Pietro da Montenero della Bisaccia.

Ecco, i vent’anni della persecuzione giudiziaria su mandato dell’antiberlusconismo da regimetto dei parrucconi e della lunga lista dei Picone da complemento, sta dentro quest’arco tra il Bobbio del ’94 e lo Scalfari di domenica 20 luglio 2014. L’arco che va dall’avviso di garanzia consegnato dal Corriere della Sera con un titolo a nove colonne nel luglio del 1994 a Silvio Berlusconi presidente del Consiglio e scintillante capotavola al summit dei grandi a Napoli, al titolo più sommesso, ma chirurgicamente devastante con cui lo scriba del Corriere della Sera del giugno 2013 rifaceva i conti della prescrizione e, sbagliandoli, sottraeva Silvio Berlusconi al suo giudice naturale per consegnarlo in fretta e furia alla condanna del famoso giudice feriale Antonio Esposito. In entrambi i casi le veline hanno avuto effetti pesantemente distorsivi nel gioco della democrazia. In entrambi i casi non si conoscono gli architetti dell’operazione che, nella prima circostanza minò e quindi ribaltò gli esiti del primo trionfo elettorale di Berlusconi.

Nella seconda mise una pietra sopra alla sopravvivenza anche solo in laticlavio del leader che nel suo quarto mandato da premier aveva ottenuto il plebiscito degli italiani. Si fa presto a dire promesse non mantenute. In tutti gli altri casi, miriadi nell’arco dei due sopra citati, forse perché ben tre presidenti della Repubblica hanno giocato contro o si sono sempre voltati dall’altra parte quando c’è stato di mezzo Berlusconi, il sistema delle corporazioni e dello Stato profondo gli hanno mosso guerra usando ogni leva. Altro che Commissione di inchiesta. Toccherà agli storici misurare l’infinita pochezza di un regimetto e la grandezza di un carisma controverso ma autentico.
D’accordo, se nel 1997 ci fu almeno un Paolo Mieli a fare mea culpa su quel primo titolo (di cui mai ha voluto rivelare la fonte) e sull’accanimento mediatico-giudiziario che ne seguì, per quei paradossi e nemesi della Storia, oggi tocca a un giudice e perfino militante di Md, sentenziare che non solo la gloria di un passato, ma che il presente è ancora lì, politicamente a disposizione di colui che solo due settimane or sono fu a un passo al darsi per vinto.

Quella tentazione di mollare tutto
«L’ho invitata a cena, caro direttore, per regalarle una notizia in esclusiva: Berlusconi si ritira dalla scena politica». Succedeva quindici giorni fa, la sentenza non era alle viste, men che meno il sette a uno della Germania sul Brasile. Ebbene sì, quella sera ci parve che l’inquilino di Arcore ne avesse abbastanza. Tanto gli sembravano soverchianti le forze avverse e gli anni addosso, sembrava volesse mollare il colpo. Così, seduto al desco di un tardo lunedì in cui la mestizia si mescola al vuoto di prospettiva di un’altra settimana divisa tra Roma e Cesano, Berlusconi passava e ripassava per le mani le agenzie di giornata.

«Sì, perché leggi qui, Renzi dice le cose bene, le dice meglio di me, ed è più giovane di me». Naturalmente la malinconia era per farsi dire che no – sono testimoni al tavolo una deputata e una collaboratrice della comunicazione – è impossibile immaginare un centrodestra senza Berlusconi. Più semplicemente, gli consigli, «Presidente, non le conviene. Fare politica è l’unico modo che lei ha per difendersi e per difendere una grande azienda che dà lavoro. Quanti italiani sono? Cinquantacinque, sessantamila? Ecco. Naturalmente la serata si concluse con un «naturalmente caro direttore scherzavo». E da copione burlesque come si conviene a un genio burlone, «…ma non troppo».

Ce la faranno a compiere l’impresa?
Il resto è storia del week-end più felice a casa Arcore. E del capo di Forza Italia che raccomanda ai suoi di non attestarsi nelle grida di giubilo e di cortigianeria, rimettersi a fare politica, togliersi dai binari a far da massi in compagnia dei frenatori del treno Renzi. E del tam tam, pepe sulla sciapita cronaca politica estiva, intorno alle telefonate ad Alfano e agli altri di Ncd che restano sulla difensiva ma capiscono che alternativa non c’è al tornare insieme o al marciare separati con le stampelle sotto il solleone. Molti sostengono che Berlusconi sia il suo doppio. Invece Berlusconi è, almeno nel punto sorgivo, sempre e solo Berlusconi. Libertà. Adesso, in piena continuità con l’Italia dei liberi, e perciò veramente laici, da De Gasperi a Einaudi a Craxi, da Amendola a Giussani a Ferrara, il resuscitato anche grazie a Ketty la Rossa può e deve offrire l’ultima parte della sua impressionante durata politica a cause impossibili e perciò degne.

La causa delle riforme condivise col Pd di Renzi e con chiunque ci sta. La causa della rimessa in carreggiata dell’Italia di fronte alla disintegrazione del mondo europeo. La causa di un nuovo centrodestra. Ce la farà? Ce la farà, se si farà almeno sui fondamentali, la “grosse koalition” all’italiana? Ce la farà il giovane alla Boschi e Toti a dar torto ai menagramo? Non lo sappiamo. Sappiamo però che l’Italia ha bisogno di loro, e non dei gufi.