Le api di vetro di Ernst Jünger

Visione lucida e avanguardistica di un uomo che si fa Dio, che mediante lo sviluppo della tecnica non persegue il progresso quanto il potere

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Fino a non molto tempo fa, gli uomini in miniera portavano con sé i canarini; gli effetti delle fughe di gas erano intuibili solo attraverso la sensibilità dell’uccellino e saperne leggere il silenzio o il malessere equivaleva ad evitare le pur frequenti stragi.

Nelle miniere il canarino, in superficie l’ape: spie dello stato di salute dell’ambiente, la loro morte porta anche alla morte dell’uomo.
A meno che… a meno che l’avanzamento tecnologico si faccia tanto inarrestabile da superare la natura al suo stesso gioco. Questa l’idea dietro “Le api di vetro”, novella della maturità letteraria di Ernst Jünger.

Criticamente poco fortunato, ha subito a lungo l’etichetta di romanzetto luddista, reazionario con poca fantasia. A narrare è il capitano Richard, soldato nel mondo post-bellico del quale è diventato un ingranaggio desueto. Jünger stesso già nel ’42 – ufficiale nella Parigi occupata – scriveva nel diario: “La vecchia cavalleria che dette nobiltà alla potenza nelle guerre napoleoniche, e perfino nella guerra mondiale, è finita per sempre. Le guerre sono dirette dai tecnici”.

Al presente che prepara il futuro non interessano le lezioni sul coraggio e l’onore della casta guerriera, fuori moda e destinata ad arrugginire. Il nuovo mondo è in mano a Zapparoni, imprenditore geniale e rivoluzionario che ha portato la robotica in ogni ambito della società.

Il cavaliere appiedato non trova di meglio che cercare, mediante l’aggancio di un ex commilitone, un lavoro da civile presso Zapparoni. Sua Eccellenza (“il titolo gli spettava, come molti altri”): al tempo stesso fornitore di mezzi all’esercito e di robot casalinghi alle massaie, potentissimo e amorale, gioca una partita misteriosa solo contro tutti.

Le api di vetro, introdotte quasi all’improvviso durante il colloquio, sono il paradigma di tutto il romanzo: non semplicemente un divertissement da esibire agli ospiti ma la prova di una sostituzione in piena regola, laddove il confine fra reale e artificiale sfuma quando la copia diventa più efficiente dell’originale, a qualsiasi costo.
L’ape meccanica non prova alcun tipo di emozione per il fiore, non sente la necessità di corteggiarlo e nemmeno di adoperarne le risorse con misura: l’azione è una predazione violenta che lascia esausta la vittima. Perfino il tempo, in loro presenza, sembra scorrere più rapido, incurante dei ritmi biologici.
Nella società degli insetti di Zapparoni non c’è né gerarchia né sesso, inutili a qualsivoglia fine produttivo, quando lo scopo è uno solo per tutti: il profitto.
Non sono “messaggere di amore” ma operai inarrestabili: gli stessi operai di Zapparoni, pur umani, sono probabilmente molto più simili alle api di vetro che ai loro colleghi.

Poco a poco si disvela l’orrore: le api sono minacciate dall’obsolescenza progettata a loro insaputa dall’ingegno mefistofelico di Zapparoni. il cavallo, protagonista dei campi di battaglia da millenni, è già sparito, rimpiazzato dai carri armati. Il cavallo, compagno di vita dei padri e dei padri dei padri, simbolo vivente di un’epoca diversa, relegato ad essere una reliquia. E con esso anche l’uomo com’era stato per millenni: l’uomo è la vittima successiva, anzi lo è già, al pari delle api. L’uomo, rigorosamente cittadino, diventa un’isola, circondato da milioni di suoi simili eppure solo e grigio, con l’insoddisfazione come unica fede.

Gli operai delle fabbriche di robot sono consci di essere intenti a lavorare alacremente alla loro stessa distruzione?

E poi il grande dubbio: Zapparoni stesso è reale? Impossibile dirlo, considerato il livello di simulazione della vita raggiunto dai suoi automi. I suoi occhi, troppo penetranti, di un blu troppo perfetto, sembrano tradire l’ombra dell’inumano, del post-umano. Forse non è altro che l’invenzione di una corporazione, lo sponsor perfetto per insinuare una nuova normalità.

“Le api di vetro” è la visione lucida e avanguardistica di un uomo che si fa Dio, che mediante lo sviluppo della tecnica non persegue il progresso quanto il potere, osservato dagli occhi di un uomo al contempo suo pari e infinitamente lontano. Dall’uomo che realizza il sogno di animare la materia morta, alla materia morta che morta non è più, che riproduce e rigenera sé stessa senza bisogno di alcun aiuto. Tutto questo, immaginato o previsto nel 1952, ha il sapore amaro della profezia.

Per inciso, l’ormai spiantato capitano finisce per accettare il lavoro offertogli. Tutti i dubbi, tutte le paure passano in secondo piano di fronte alla possibilità di tornare a respirare. C’est la vie.

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