La crisi è talmente profonda che l’Europa non ha nemmeno più voglia di cantare. A Malmö, Svezia meridionale,nel maggio prossimo si svolgerà il consueto concorso dell’Eurovisione, ma i rappresentanti canori di quattro stati mancheranno all’appello: Grecia, Cipro, Portogallo e Polonia non parteciperanno alla gara. I motivi sono eminentemente economici: i citati paesi non possono permettersi di rischiare di vincere il concorso, eventualità felice ma non fortunata, perché li costringerebbe – da regolamento – ad accollarsi l’organizzazione dell’edizione 2014, coi relativi costi. E i greci poi non possono nemmeno permettersi – a loro dire – i costi dell’iscrizione alla gara. La crisi è talmente profonda e la solidarietà talmente sfuggente che, mentre a Bruxelles si decideva di concedere un’altra boccata di ossigeno ad Atene posticipando i termini del rimborso del suo debito e liberando un’altra tranche di aiuti, a Berlino la Merck, la grande multinazionale farmaceutica tedesca, annunciava di aver sospeso le sue forniture di Erbitux – un medicinale oncologico salvavita – agli ospedali greci, stante la morosità del Servizio sanitario nazionale che da molti mesi non liquida le fatture. Poco male per la multinazionale tedesca, che l’anno scorso ha lucrato 855 milioni di euro di profitti dalle vendite di Erbitux, molto male per i malati greci, che d’ora in poi dovranno rifornirsi in farmacia a prezzo intero. Farmacie dove scarseggiano altri 100 medicinali, perché alla fine di novembre lo Stato ellenico non aveva ancora saldato le sue quote sui prodotti mutuati accumulate da agosto in avanti, in aggiunta a 300 milioni di euro riguardanti il 2011, e così i fornitori hanno deciso di rifornire solo se pagati in anticipo.
CRISI PROFONDA. La crisi è profonda come gli aneddoti suggeriscono, eppure state certi che da settimana scorsa in avanti la colpa del progressivo degrado della qualità della vita e della situazione economica in Italia e in Europa verrà addebitata per intero a Silvio Berlusconi e alla sua intempestiva (secondo i critici) ridiscesa in campo, foriera di impennate degli spread. Non importa che Angelino Alfano, nel suo discorso di commiato del Pdl dal sostegno al governo Monti, abbia voluto spiegare che dopo un anno e un mese di politiche ispirate a grande senso di responsabilità, come direbbero col sopracciglio alzato Napolitano, Casini, Fini e Bersani insieme al presidente del Consiglio uscente, l’Italia sta molto peggio che ai tempi dell’esecutivo Berlusconi. Poco importa che la furiosa austerità fatta di tagli alla spesa pubblica e di nuovi oneri fiscali imposta all’Italia da Bruxelles, Berlino e Francoforte abbia non solo generato recessione (crescita negativa del Pil), aumento della disoccupazione e peggioramento del rapporto fra debito pubblico e Pil – conseguenze inevitabili delle politiche di austerità, comunemente presentate come passaggi necessari e temporanei cui seguirebbe il recupero durevole della crescita. Il fatto è che l’austerità ha anche causato un aumento del costo del lavoro e con ciò un deterioramento della competitività dell’Italia sui mercati internazionali. Non lo dice la propaganda berlusconiana o leghista o della sinistra radical-populista. Lo dice l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, il numero 92 del 26 novembre scorso. Circolano attualmente tre rapporti sulle prospettive economiche dell’area dell’euro: uno spudoratamente ottimista, uno puntigliosamente pessimista e uno che si tiene a mezza strada.
ITALIA FANALINO DI CODA. Il primo è quello che contiene le previsioni della Commissione Europea, il secondo è quello della società americana di servizi finanziari Citigroup e il terzo è quello dell’Ocse. Dove alle pagine 19 e 21 si incontrano due grafici ahinoi tristemente interessanti per gli italiani. Il primo mostra il costo per unità di prodotto dal 2000 in avanti, con proiezione al 2014. I paesi considerati sono Germania, Spagna, Francia, Grecia, Irlanda, Italia e Portogallo. I paesi che in questi anni hanno avuto bisogno di un intervento di salvataggio mostrano costi di produzione in ascesa fino al 2009, poi in veloce discesa, ma sempre nettamente sopra il valore del 2004; i tre grandi paesi – Germania, Francia e Italia – vedono un costante aumento dei costi per unità di prodotto, modesto nel caso tedesco, più accentuato nel caso francese. L’Italia è il paese dove i costi sono aumentati e aumenteranno di più: facendo 100 il dato italiano del 2000, nel 2014 ci si ritroverà a 140, l’andamento peggiore fra i sette paesi analizzati. Molto male anche la performance dell’export all’orizzonte del 2014, argomento del secondo grafico. I paesi considerati sono gli stessi di prima meno la Francia. Fatto 100 il livello delle esportazioni di ciascun paese nel 2004, la Germania migliora costantemente e nel 2014 arriva a 110; Spagna, Portogallo e Irlanda appaiono in flessione fino al 2012, poi rimbalzano e all’orizzonte del 2014 migliorano rispetto al 2004; l’Italia, invece, perde costantemente punti (soprattutto fra il 2006 e il 2008, gli anni del secondo governo Prodi) e dopo un leggero miglioramento fra il 2009 e il 2011 riprende a scendere fino al 2014, quando si troverà sotto gli 80 punti. Solo la Grecia fa peggio di noi, sprofondando a poco più di 65 punti: anche ad Atene la ricetta europea pare fare danni su tutto il fronte.
PROBLEMA EUROPEO. La pressione fiscale sulle imprese che il governo Monti ha accentuato anziché alleggerire è la causa della mala parata. Ma il problema non è italiano, è europeo. Secondo la Commissione Europea il Pil dell’Eurozona conoscerà quest’anno una contrazione dello 0,4 per cento, seguita nel 2013 da una crescita dello 0,1 e nel 2014 dell’1,4. L’Ocse non è d’accordo. Prevede recessione sia nel 2012 che nel 2013, meno 0,4 e meno 0,1 per cento, e una crescita dell’1,3 nel 2014. Più pessimista Citigroup, che vede recessione per tutti e tre gli anni in sequenza: meno 0,4 quest’anno, meno 0,7 l’anno prossimo e meno 0,4 nel 2014. Crescita positiva solo dal 2015 (dello 0,7 per cento).
IL BELPAESE PER CITIGROUP. La prognosi di Citigroup, il più grande gruppo di servizi finanziari del mondo, è pessimista ma senza forzature: «Ci aspettiamo che l’unione bancaria e una limitata integrazione fiscale saranno insufficienti a eliminare gli squilibri finanziari e fiscali dentro all’Eurozona (…), ci aspettiamo qualche forma di ristrutturazione del debito (cioè di cancellazione, ndr) per almeno cinque debiti sovrani della zona entro il 2017: Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna; anche Cipro e Slovenia se non avrà luogo una sostanziale ristrutturazione del debito bancario. Per il 2013, ci aspettiamo che l’insostenibilità del debito sovrano del Portogallo diventerà sempre più chiara, anche se un’azione al riguardo potrà essere rinviata. Ci aspettiamo che Italia e Spagna usufruiranno di programmi di salvataggio nel 2013, e che la ristrutturazione del loro debito e di quello dell’Irlanda sarà presa in considerazione e attuata in anni successivi. In Grecia la ristrutturazione del debito è inevitabile sia che il paese esca dall’euro (fatto che secondo noi è probabile al 60 per cento nei prossimi 12-18 mesi), sia che resti. (…) Non ci aspettiamo comunque che l’eurozona collassi nel 2013 o negli anni seguenti, con l’eccezione dell’uscita della Grecia, né ci attendiamo il default disordinato di un membro dell’eurozona, tranne eventualmente nel caso della Grecia».
DECISIONI PIÙ AVVENTATE. Secondo Barroso, Van Rompuy e Monti la radice della crisi sta nella lentezza di risposta degli stati nazionali alla sfida dei debiti sovrani, ma le decisioni che sono state prese dalle istituzioni Ue non brillano per maggiore saggezza. La Grecia ammessa nell’eurozona nel 2001 nonostante i suoi fondamentali discutibili non è stata l’unica mossa avventata. La Slovenia è entrata a vele spiegate nell’euro nel 2007, e dopo appena cinque anni è già sull’orlo del fallimento: in un quinquennio il suo debito pubblico è passato dal 22 al 52 per cento del Pil ed è stato più volte degradato dalle agenzie di rating. Lo stesso dicasi di Cipro, altra economia ammessa nel club dell’euro nel 2008 e dopo appena quattro anni bisognosa di aiuti europei per 17,5 miliardi di euro per non essere risucchiata nel baratro del debito greco (con cui le banche cipriote sono esposte per 29 miliardi di euro, una cifra superiore all’intero Pil annuale di Cipro). Gli ultimi episodi della serie “due pesi e due misure” riguardano Grecia, Portogallo e Irlanda. L’accordo del 27 novembre scorso ha deciso una vera e propria ristrutturazione del debito greco, cui sono stati concessi tempi di rimborso più lunghi e un abbassamento del tasso di interesse a cui era stato contratto. Logico che Irlanda e Portogallo abbiano chiesto di estendere anche a loro – più disciplinati nell’applicare le ricette di austerità – le facilitazioni concesse ad Atene. Nel momento in cui andiamo in stampa la risposta alle loro richieste resta “nein”.