«La visita di papa Francesco aiuterà a cambiare Cuba. Noi costruiamo la prima chiesa»

Intervista a padre Ramon Hernandez, sacerdote cubano scappato negli Stati Uniti: «Più Cuba sarà aperta al mondo, più potrà esserne influenzata, riconoscere i suoi sbagli, correggerli e cambiare»

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«Mi hanno invitato alla Messa, ma non sono potuto andare. Sa, devo prendermi cura di mia mamma, che ha 93 anni». Padre Ramon Hernandez, nato a Cuba 70 anni fa, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1983, avrebbe voluto partecipare alla funzione tenuta domenica da papa Francesco in Piazza della rivoluzione. Il sacerdote, che sta edificando la prima chiesa a Cuba da quando il regime comunista ha preso il potere 55 anni fa, dichiara a tempi.it di essere entusiasta della visita del Pontefice e sicuro che «potrà influenzare molto Cuba».

Francesco è il terzo papa che visita Cuba in meno di 20 anni. Che cosa significa questo viaggio per gli abitanti dell’isola?
Rappresenta una grande speranza. Papa Francesco è una persona speciale in tutto il mondo e per i cubani entrare in contatto con lui in questo momento è fondamentale. Ora si stanno normalizzando i rapporti tra Stati Uniti e Cuba, il Papa stesso ha lavorato molto per questo: il paese ha bisogno di aprirsi e le parole del Pontefice sono state importanti.

Tutti hanno sottolineato, nella sua omelia di domenica, queste frasi sull’importanza del servire gli altri: «Il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone. Però dobbiamo guardarci dalla tentazione del servizio che si serve degli altri».
Penso che il Papa abbia lanciato un allarme a tutto il popolo cubano in generale: cattolici, non cattolici e governo. La gente spesso guarda solo al proprio interesse e si dimentica di tutto il resto. Cuba ha bisogno di questo messaggio per creare una società migliore.

Non si stava rivolgendo principalmente ai Castro?
Non solo ai Castro, ma a tutto il governo. Infatti, molti membri del governo erano presenti alla Messa. C’erano politici sulla trentina e quarantina, il futuro del paese. Il Papa ha parlato chiaramente fin dal suo arrivo in aeroporto: date alle nuove generazioni il diritto di agire per il loro stesso paese. Questo aspetto è importante: le vecchie generazioni a Cuba cercano di mantenere lo status quo, ma le nuove vogliono cambiare.

Anche i dissidenti vogliono cambiare il paese, ma il Papa non li ha voluti incontrare. Perché?
Il problema dei dissidenti, o degli oppositori, è che non sono uniti tra loro, quindi è difficile ricevere qualcuno e non qualcun altro. Questo è successo anche in Venezuela: le opposizioni sono divise, mentre dovrebbero cercare di unirsi e stabilire una linea comune. Penso sia questo il motivo per cui il Papa non li ha incontrati: come si fa a sceglierne uno rispetto agli altri? Io ne conosco tanti: alcuni sono onesti e davvero convinti e impegnati, altri, mi creda, vengono dal governo stesso, altri ancora cercano vantaggi economici, vogliono solo far parlare di sé. Questo distrugge lo spirito della vera opposizione.

In Italia è stato scritto che i cattolici sono stati schedati per partecipare alla Messa. Ne sa qualcosa?
No. Io ho partecipato alla Messa con Giovanni Paolo II nel 1998: c’erano un milione di persone in piazza. Io sono stato libero di partecipare, come tutti. Il governo ha aiutato per garantire migliori trasporti e ovviamente il mantenimento della sicurezza. Questo avverrà anche negli Stati Uniti, hanno messo in piedi un apparato di sicurezza enorme per la visita del Papa. Ogni paese lo fa. Secondo me si tratta di questo, più che di schedatura. Credo che anche noi dobbiamo cambiare nei confronti di Cuba.

Cosa intende dire?
Negli ultimi 20 anni le cose sono cambiate: a Cuba è il momento di cominciare a rispettarsi. Chi è spaventato perché teme di non poter fare niente, alla fine non fa niente. Questo è il momento della fiducia e di andare avanti. Io ho vissuto a Cuba gran parte della mia vita, sono entrato in seminario nel 1966, negli anni del confronto. Quando sono tornato a Cuba per Giovanni Paolo II, ho visto che le cose erano cambiate, c’era uno spirito diverso: non sto dicendo che è perfetto, né che è il migliore possibile, dico che è diverso. Io mi sono sentito più a mio agio.

Il Papa ha anche chiesto più libertà religiosa, però.
Certo, ma non si può far finta che le visite di tre papi non abbiano cambiato niente. A noi il governo ha dato il permesso di costruire una nuova chiesa a Sandino, Pinar del Rio, così come a Santiago e all’Avana. Non è tutto uguale a prima e il Papa, che è una persona di dialogo e riconoscimento degli altri, lo sa. Se le cose stanno cambiando è anche per merito di Caritas Cuba. Sono onesti, aiutano la società, mostrano la bellezza del servizio e così sono sempre più rispettati dal governo. Del resto, la Chiesa cattolica è l’unica istituzione che a Cuba viene considerata sullo stesso livello dello Stato.

Di che cosa ha più bisogno Cuba oggi?
Lo ha detto perfettamente Giovanni Paolo II: «Cuba ha bisogno di essere aperta al mondo e il mondo ha bisogno di essere aperto a Cuba». Più Cuba sarà aperta al mondo, più potrà esserne influenzata, riconoscere i suoi sbagli, correggerli e cambiare per diventare un paese migliore.

La visita di papa Francesco può aiutare questo processo?
Certo. In piazza non c’erano solo cattolici: tanti sono andati a sentire il Papa perché si fidano di lui, perché dice cose che nessun altro dice. È stato qualcosa di spettacolare. Cuba infatti non è così male come tanti dicono, ma le cose non vanno neanche così bene come dicono altri. Bisogna capire come Cuba sta cambiando: c’è ancora la povertà, la poca libertà, i contrasti con il governo. Ma c’è anche quello che ha detto il Papa: un popolo ferito con il cuore aperto e le braccia aperte.

Foto Ansa/Ap

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