La verità bugiarda di Napoli

Incursione in una metropoli sempre vivace eppure perennemente inerte che ha saputo sopravvivere a tutto senza cambiare in niente. Qui perfino il martire della legalità era un cronista senza contratto

Scorci di una via dei Quartieri spagnoli a Napoli

Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata nel numero di Tempi di aprile 2019 (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!)

Tempi approda a Napoli inseguendo una parentela misteriosa: l’italianità. Partito dal Veneto, seguo una pista in cui si confondono differenze e somiglianze. La spaccatura Nord-Sud è ancora fortemente sentita, che rispecchi o meno una distanza reale; secondo alcune voci, ci stiamo avviando tutti ad essere Meridione d’Europa. La questione dell’autonomia regionale ha riaperto la discussione. Da una parte, autonomisti veneti e lombardi danno l’impressione di volersi liberare dalla zavorra di un Sud improduttivo; dall’altra, la corrente meridionalista rivanga antiche accuse: il Sud è abbandonato a se stesso, sfruttato, mancano gli investimenti. Un copione non nuovo. Entrambi concordano nell’individuare il peccato originale alla base dei nostri guai nell’Unità d’Italia, nell’avidità e nei soprusi dei Savoia e del Piemonte. Da qui l’idea della “decadenza”, di chi sa di avere alle spalle i fasti e gli splendori della storia; da qui anche il tormentato amore-odio, il sofferto senso di appartenenza che spesso si manifesta come eccesso di suscettibilità. È un fatto ben noto che veneti e napoletani, quando si parla di identità, sono alquanto permalosi. C’è la fierezza delle radici, c’è il rapporto col dialetto che è lingua a pieno titolo, per dignità politica e letteraria. E c’è l’attitudine a mettersi in scena; per secoli, Arlecchino e Pulcinella hanno tenuto banco sui carrozzoni itineranti della Commedia dell’Arte. Anche il dibattito sull’autonomia sembra avere sempre una parte di messa in scena; come se le controparti volessero recitare il loro pezzo di bravura. A volte però sembra di assistere a più monologhi che abbiano luogo simultaneamente.

Alloggio all’Hotel Luna Rossa, accanto alla Stazione Centrale; ho conosciuto la proprietaria, Adele Mazzella, nel mio primo viaggio a Napoli. Il suo è un piccolo spaccato di storia imprenditoriale e artistica. I bisnonni materni venivano dalla campagna avellinese, si sono sposati giovani, sono venuti in città. Mano a mano hanno costruito un piccolo impero alberghiero tutto intorno alla stazione. «Mio nonno però fin da giovanissimo voleva scrivere canzoni; ovviamente i genitori non erano d’accordo, era un mestiere poco onesto. Ma quando la prima composizione del nonno fu trasmessa alla radio, dovettero cedere». Il nonno materno di Adele, Antonio Vian, ha scritto la melodia del brano “Luna rossa”; e l’albergo è una specie di santuario in miniatura della canzone napoletana. Oggi l’albergatrice racconta la difficoltà di raccogliere il testimone dell’impresa familiare. «Io sono meridionalista, ma avrei appoggiato la Lega in cambio di flat tax e maggiori controlli sull’immigrazione» – la zona del Vasto, adiacente a Piazza Garibaldi, è una delle più fittamente colonizzate dagli irregolari – «Siamo stati delusi. La sensazione di fondo rimane la stessa: lo Stato si disinteressa di noi». Alla conversazione, che si svolge nella hall dell’hotel, si aggiungono uno dopo l’altro i vari clienti di passaggio. Le voci si sovrappongono – i servizi che mancano, l’amministrazione che latita – l’effetto complessivo è quello di un coro melodrammatico: la forza del destino, la fatalità di appartenere ad un luogo dal fascino irresistibile che innamora e addormenta, il canto ammaliatore della sirena Partenope.  Si ha la percezione che davvero la città abbia un’oscura forza propria; una forza spesso d’inerzia, che fa sentire impotenti.

TUTTO HA DDOJE FACCE

Raccontare Napoli è un compito impari. Non è che la città eluda la narrazione, al contrario: vi si concede fin troppo generosamente. Rubando le parole a Pino Daniele, Napoli «a sape tutt’o munno», tutto il mondo la conosce; ma poi, chiosa rivelatrice, «nun sann’a verità». Essere da sempre sotto gli occhi del mondo, continuando però a serbare il proprio mistero, ecco il paradosso. Tutto ha due facce, come nel titolo di una canzone dei Nu Guinea, band emergente di nuova musica dance/funk napoletana che attinge copiosamente al grande momento creativo dello sperimentalismo fusion degli anni ’80. “Ddoje facce”, appunto: «Napul’è ‘na malatia, ‘na bucia, ‘na verità». In Veneto mi ha guidato la letteratura, a Napoli il filo nel labirinto, ovviamente, non può che essere la musica. Che ha l’aria di essere ancora, al fondo, qualcosa di popolare, di vivo qui, più che nel resto del paese; perfino oggi, tra neomelodico e trap. Una vitalità ostinata, come quella che si muove in strada. E naturalmente il teatro. Negli ultimi anni anche cinema, televisione, pubblicità hanno piantato le tende da queste parti, da Dolce & Gabbana a Ozpetek alla serie tv L’Amica Geniale; generando un ottimismo superficiale grazie all’indotto lavorativo. E favorendo poi il profluvio dei cliché: Napoli velata, Napoli sotterranea, Napoli abusiva, Napoli clandestina, Napoli sommersa, in nero, fuorilegge.

«Questa è la pista giusta: Napoli è una città clandestina». Me lo dice Mario Colella, avvocato, grande tifoso del Napoli, collaboratore della testata online Il Napolista, conduttore radiofonico, profondo conoscitore di musica di tutti i generi: ingegno multiforme. È il mio Virgilio in questo Purgatorio. «Qui è tutto abusivo, dal fruttarolo all’edicolante, dal cameriere al giornalista. Anche giornalisti come Giancarlo Siani; nell’85, quando fu assassinato per le inchieste sui clan camorristi della Nuova Famiglia lavorava al Mattino senza contratto. Certo, poi il giornale gli ha dedicato la sede nuova, unendosi al coro di chi ne ha fatto un martire della legalità». Siani è una figura di primo piano nel romanzo a episodi Un giorno di questi (Rubbettino); l’autore, Marco Ciriello, pure lui giornalista, e giornalista è anche il protagonista, senza nome ma preso a prestito dalla vita reale, precisamente quella di Francesco Palmieri, cronista al Giornale di Napoli negli anni ‘80. Un intrico di cronaca e finzione che trascina il lettore in un decennio di violente trasformazioni e di grande creatività per la città, mi racconta Mario, mentre mi guida a grandi passi lungo la Villa Comunale, semidismessa sotto il pauperista barricadero De Magistris, fermandosi di colpo per enfatizzare il punto: «Lasciamo stare la criminalità, qui si parla di un’intera economia negata, rimossa. C’è una retorica legalitaria che tiene in ostaggio stampa e istituzioni, ma è impotente, non è capace di incidere. A Napoli serve un’iniezione massiccia di mercato, di liberalismo “selvaggio”, passami il termine. E poi bisogna fare un patto con la popolazione, dare dignità e voce alle comunità clandestine. Così si fa emergere il sommerso, si bonifica la palude». Torna a più riprese l’invito al realismo, a confrontarsi con le aree problematiche della società, piuttosto che rimuoverle.

QUANTI MONDI NASCOSTI

La sera, a Soccavo, quartiere di periferia, sono invitato ad assistere ad un programma di cronaca che Mario conduce con altri amici, per l’emittente web Radio Shamal. Si parla di tifo, di calcio, di scontri tra ultras: fenomeni che dicono di una comunità, o del suo fallimento. La violenza degli ultimi fatti di cronaca, sottolinea un intervistato, sembra sottrarsi anche ai codici tradizionali dell’estremismo politico o della criminalità; è un malessere cieco che cerca vie di sfogo. Colella, non certo simpatizzante leghista, su questo punto non chiude la porta alla soluzione proposta dal Ministro dell’Interno Salvini: aprire un dialogo tra istituzioni e tifoserie organizzate. Mi sembra che il tema odierno sia il popolo. Esiste il popolo? «A Napoli esiste, senza dubbio. A tal punto è forte che le espressioni più veraci, selvatiche della cultura popolare poi vengono digerite dall’élite politica o intellettuale. Non sempre con successo. Guarda ad esempio la musica, dove ad un Murolo che rilegge il repertorio tradizionale nell’ottica borghese dello chansonnier si affianca Sergio Bruni con la sua vocalità viscerale, arabeggiante, che anticipa i neomelodici. Guarda il teatro, che esprime lo stesso dualismo con i De Filippo, da una parte, con la sceneggiata dall’altra. Guarda prima di tutto la religiosità dei poveri: carnale, mai rinuncia al rapporto personale col sacro; quindi il culto dei santi, delle reliquie. Questo personalismo religioso – per altri versi riproposto nel rapporto con l’autorità, coi “superiori” – risulta inassimilabile agli illuminati civilizzatori, per i quali non è altro che superstizione». Il popolo come oggetto di una rimozione fallita, dunque.

L’indomani ho appuntamento col professor Eugenio Capozzi, ordinario di Storia Contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa. Da piazza Vanvitelli, al centro del quartiere Vomero, dove abita, mi accompagna alla Certosa di San Martino. I chiostri, le terrazze dalla splendida vista sul golfo, la collezione di quadri; la chiesa con l’impronta di Cosimo Fanzago, architetto lombardo, uno dei massimi artefici del barocco napoletano, sontuoso, enfatico e sfolgorante di marmi policromi. Il barocco ha qualcosa di consustanziale all’anima napoletana, forse perché ambedue aborrono il vuoto. Parliamo della storia di Napoli, della peculiarità di un ceto borghese di marca intellettuale, dedito alle cosiddette professioni liberali – giuridiche, amministrative, accademiche – e poco industrioso: «Dobbiamo risalire a Carlo di Borbone, assolutista illuminato che modernizza il regno alleandosi con gli intellettuali. I quali poi tradiscono la monarchia per gli ideali giacobini del ‘99». Qui come in Francia, il monarca illuminato cerca l’appoggio dell’intellettuale progressista che poi gli volta le spalle. Con la differenza che a Napoli il popolo non diventa esercito rivoluzionario ma serra i ranghi a difesa del Re e della Chiesa. «La borghesia napoletana non accetta il popolo così com’è: da un lato lo idealizza, lo romanticizza, nella letteratura o nella canzone, dall’altro tenta di civilizzarlo attraverso lo Stato. È il paradosso del liberalismo napoletano». Nella cui discendenza peraltro Capozzi si colloca consapevolmente. Mi mostra il suo ateneo, sorto nella sede della comunità fondata dall’omonima religiosa; Silvia Croce, la minore delle figlie del filosofo, ne fu a lungo amministratrice. «Croce stesso lo dice: essere liberale per me vuol dire aver fede nello Stato come veicolo della modernità».

Scendiamo verso i Quartieri Spagnoli attraverso il Petraio, un piccolo borgo quasi inviolato dal tempo, dalla modernità e dal turismo. Napoli nasconde nelle sue viscere mondi a sé stanti, con le proprie leggi; gli stessi “bassi”, le famose abitazioni popolari dei Quartieri, ospitano una vita comunitaria che va avanti da secoli. L’impianto urbano del centro storico, su cui le pianificazioni otto-novecentesche sono intervenute relativamente, è fondato sul principio dell’incongruenza. Anche questo – la comunità che resiste e ostinatamente crea e difende spazi – è il popolo. Eugenio mi cita Benjamin: «Napoli città porosa; molte città in una».

LA DECADENZA NEL DESTINO

Prendendo alla lettera la metafora viscerale, optiamo per una zuppa di carne cotta – la tipica minestra di frattaglie – alla trattoria Le Zendraglie di Via della Pignasecca. Chiedo: e l’industria? «È sempre stata calata dall’alto, e non ha attecchito. L’Italsider a Bagnoli, la Fiat a Pomigliano d’Arco: la crisi dell’industria locale è un destino che però ormai è parzialmente condiviso dal resto del Paese. La decadenza oggi è esperienza di molti. In questo senso forse il nostro bagaglio storico può essere utile ad altri» Ma da dove si riparte? «C’è il turismo, ma non basta. Negli anni ’90 i centri sociali hanno fatto proprio uno slogan di Pasolini: “difendere la tribù”, conservare l’unicità del nostro modo di vita. Restando nella logica dello slogan, l’importante è che la tribù non diventi uno zoo. C’è l’alta formazione, che produce eccellenze, alle quali però va data l’opportunità di rimanere ed essere investite sul posto. Anche l’arte, quella vera, è una forza che resiste».

Con queste parole in mente raggiungo Spaccanapoli, il centro storico e gli antichi decumani greci, per incontrare Lello Scuotto della bottega d’arte presepiale Scarabattola, in Via dei Tribunali. I fratelli Scuotto elaborano da più di vent’anni un discorso “alto”, tradizionale e moderno al tempo stesso. Hanno esposto a New York e lavorato per la Casa Reale di Spagna. Lello mi introduce alla complessità di questo linguaggio: «Puoi trovare di tutto, dall’arte alla produzione seriale, dalla scimmiottatura della cronaca con i calciatori e le soubrette, a progetti come il nostro, che porta sulla scena del presepe i problemi del presente. Ad esempio la disputa sulle catacombe napoletane. La gestione delle catacombe è stata affidata ad una cooperativa che fa lavorare giovani in situazioni di disagio; ora l’Arcidiocesi chiede la metà dei profitti, ma così si uccide un’opportunità di riscatto. Noi abbiamo sceneggiato la storia come un giudizio salomonico che mette a rischio la vita del bambino». Anche il presepe è un teatro, un palcoscenico metastorico dove il tempo si ferma alla presenza del Dio che nasce. Tutte le azioni e i modi di vivere vi sono accolti e rappresentati. In questo senso è quintessenza di napoletanità, aperta alle contraddizioni della vita.

Quando le contraddizioni diventano troppe, però, si dispera di venirne a capo. Esco dal teatro Viviani a Forcella, dopo una rappresentazione della sceneggiata “Lacrime napulitane”, un classico melodramma di tradimento ed emigrazione. Gli intermezzi comici sono irresistibili, la scena madre – il figlio piccolo sorprende la mamma abbracciata al “compare” – tocca le corde di un pathos in apparenza anacronistico, radicato com’è nel valore sacro della famiglia; ma la regia e le musiche originali di Nino D’Angelo riescono nel compito non facile di restituire credibilità alla trama convenzionale. Fuori dal teatro inizia piano a nevicare, è quasi mezzanotte; decido di fare una passeggiata nel centro storico. In via San Biagio dei Librai un rivolo d’acqua corre in mezzo alla strada, degli operai in pettorina fluorescente si danno da fare attorno a un tombino. Giro l’angolo: un fiotto di mezzo metro di diametro sta scrosciando dal muro del palazzo medievale. Provo ad avvicinarmi ma l’uomo del Comune mi fa capire a gesti che non è il caso. Torno all’hotel. Mi sembra che le voci di Napoli mi riempiano la testa e non mi lascino spazio per scrivere; con una nota drammatica di fondo che non ho percepito altrove. Ho bisogno di un punto di vista che si innalzi al di sopra di questo groviglio di drammi e rivendicazioni.

Il mio deus ex machina si chiama Francesco Palmieri; giornalista, scrittore e maestro di arti marziali; autore – il suo Libro napoletano dei morti è una scorreria epica e banditesca nella storia della città dall’Unità ai primi del Novecento, tra paladini del re, guappi poeti e camorristi – tanto quanto personaggio di romanzo, avendo “prestato” la propria vicenda biografica di giovane cronista al collega Marco Ciriello per raccontare la Napoli degli anni ’80 in Un giorno di questi. Palmieri vive a Roma da anni; lo raggiungo al telefono, la sua  voce garbata e ironica mi accompagna a ritrovare il bandolo della matassa. Mi invita a riflettere sull’intreccio di realtà e immaginazione: curioso lascito di un mestiere, quello di cronista, appreso alla scuola dei fatti: «Non c’è categoria migliore del realismo magico per descrivere ciò che accade a Napoli; un luogo a metà tra passato e presente, tra i vivi e i defunti. E infatti la città ha avuto in passato penne capaci di essere fedeli alla cronaca senza spegnerne la scintilla soprannaturale. Oggi il giornalismo è spesso irrilevante, appiattito su una versione stereotipata, predigerita dei fatti, oppure ostaggio di una retorica “civile” altrettanto preconfezionata. A volte entrambe le cose». Il richiamo è velato ma inequivocabile a certe figure di giornalista-scrittore ascese all’empireo della cultura a colpi di romanzi-inchiesta copincollati e appelli alla morale pubblica, ma passiamo oltre: «Si deve e si può reimparare da Napoli a guardare la storia con gli occhi dell’immaginazione. Non per evadere dalla realtà, ma anzi per farsene sorprendere, senza impoverirla».

E gli anni ’80 sono stati una stagione carica di possibilità – forse l’ultima – quando questa forza visionaria entrava nella vita quotidiana. A Napoli e forse in tutta Italia: «Sentivamo che tutto poteva accadere. Una squadra senza trofei come il Napoli poteva vincere due scudetti, in un’epopea calcistica che ha entusiasmato l’intera città. È stato un periodo molto divertente, e al tempo stesso pericoloso, tragico. Dopo Siani, come giornalista sapevo di rischiare magari la vita, eppure mi sentivo euforico. Gli anni ’80 a Napoli sono arrivati col terremoto dell’Irpinia e il diluvio di fondi pubblici, che naturalmente ha alimentato l’illecito; l’entrata in scena della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e l’esplosione dell’eroina, un altro terremoto. Contemporaneamente c’è questa fioritura intellettuale, con Pino Daniele nella musica, nel cinema Troisi, film importanti come Mi manda Picone di Nanni Loy e Maccheroni di Ettore Scola; nell’arte, la Transavanguardia. La società cambiava, spariva la figura ancora a suo modo eroica del guappo, questa sorta di giustiziere di quartiere; ma c’erano ancora delle sopravvivenze di un passato profondo. Quando lavoravo in redazione, ricordo, c’era il rito di assistere all’estrazione del lotto, che si teneva nel palazzo dell’archivio, e per farla si prendeva ancora un bambino per la strada… Oggi ovviamente è tutto computerizzato».

Proprio rispetto alla virtualità disincarnata che oggi domina le relazioni, Napoli non rappresenta a modo suo uno scandalo? La carnalità rimane comunque il fondo dell’esperienza napoletana? «Sì, è così. C’è un rapporto unico con l’origine della vita. La presenza ubiqua e misteriosa del sangue, innanzitutto nel miracolo di San Gennaro; altri prodigi simili sono accertati, benché meno noti. Il miracolo è patrimonio di tutti; avviene in pubblico, è atteso, preteso, discusso». In napoletano, “il sangue” è anche la famiglia.  “O sang vo’ dicere, ma nun vo’ esse ritt”, il sangue vuole parlare, ma non vuole che si parli di lui: un proverbio che ho imparato da Adele, la mia ospite, a significare che Napoli non accetta critiche dagli estranei. Lealtà primordiale e un po’ selvatica, da tigre che difende i cuccioli. Si parla spesso di “familismo amorale” per stigmatizzare il malcostume italiano, e ancor più meridionale; ma queste espressioni testimoniano quanta tenacia conservino i legami di sangue, da queste parti.

AUTONOMIA? GUAI AI CINQUESTELLE

Manca poco alla mia partenza, quando mi chiama al telefono Giuseppe Ercolino. Avvocato di Monteforte Irpino (Av), Giuseppe da tempo collabora con Pino Aprile, una voce molto nota della controinformazione meridionalista online. Dovevamo incontrarci, ma il maltempo l’ha bloccato nell’entroterra. Parliamo di autonomia regionale; tema sul quale è molto scettico, naturalmente: «Il consenso ai 5stelle sta già precipitando; se firmano la legge dovranno andarsi direttamente a nascondere. Quando si parla di autonomia e di ripartizione delle risorse ci sono aspetti che non vengono mai menzionati. Ad esempio: da che parte sta la responsabilità maggiore del debito pubblico nazionale? Chi è che spende in maniera irresponsabile? Vogliamo parlare del MOSE, il maxiprogetto per difendere Venezia dalle acque alte? Quella sì che è stata una voragine senza fondo. E il mercato interno? Senza il consumo meridionale, l’industria veneta e lombarda a chi li venderebbe i suoi prodotti? Io dico che se ci si deve dividere, allora bisogna fare bene i conti». Per questa separazione ci vorranno fior di divorzisti, mi viene da pensare. «La verità è che il Sud ancora non è correttamente rappresentato, né politicamente né mediaticamente. Ma con Aprile stiamo lavorando perché questo avvenga». Con questo mi lascia, e l’eco delle parole “rappresentare”, “rappresentazione” mi riporta col pensiero al teatro. Nell’autonomia regionale, oltre a concreti problemi di gestione economica, è in gioco la possibilità di raccontare la propria storia, di mettere sulla scena un senso condiviso dell’essere insieme. Qual è la lezione di Napoli, mi chiedo? Innanzitutto, credo, che non possiamo fare a meno di confrontarci col nostro passato. Le forze del passato sono le forze del futuro. Le comunità reali esistono e resistono, spesso a dispetto di qualsiasi progettazione sociale. Riconoscerne la dignità, non censurarne l’espressività naturale: indicazioni di metodo utili per aprire uno spiraglio sul futuro. Quello che ora sembra mancarci disperatamente.