La Svezia condanna i papà ai pannolini forzati in nome della parità di genere

Come conciliare lavoro e maternità? Obbligando l’uomo a stare a casa in nome della parità di genere. E se rifiuta, anche la moglie perde i sussidi statali

papà-pannolinoCome risolvono in Svezia il principale problema del lavoro femminile, cioè quello di conciliare attività lavorativa e maternità? Obbligando i padri a prendere il congedo per maternità in nome dell’uguaglianza di genere. Solo così si spiega un dato statistico singolare: il congedo parentale, cioè usufruibile anche dall’uomo, è previsto in quasi tutte le legislazioni europee, ma mentre in media i mariti o compagni che ne usufruiscono sono il 30 per cento, il paese di Ingmar Bergman svetta con un clamoroso 69 per cento. Come si sia pervenuti a questo dato, è presto detto.

I congedi parentali svedesi sono fra i più generosi del mondo: ben 480 giorni, 420 dei quali sono retribuiti all’80 per cento dello stipendio del genitore, fino a un massimo di 946 corone al giorno (ben 105 euro). Il sistema incentiva padre e madre a ripartirsi a metà il tempo del congedo attraverso un sistema di sussidi che premia chi pratica l’uguaglianza di genere e penalizza chi scarica su un solo coniuge le cure al neonato. Non è in ogni caso possibile accumulare singolarmente più di 420 giorni di congedo, il che significa che almeno 60 devono essere presi da uno dei due coniugi o conviventi. La formula burocratica utilizzata in questi casi prevede che uno dei due “dà i suoi giorni” all’altro: di base, cioè, ciascuno dei due è titolare di 240 giorni di congedo parentale. Si sta discutendo di portare a tre mesi (90 giorni) il periodo minimo di congedo che un genitore deve in ogni caso prendere.
La Svezia è stato il primo paese al mondo a convertire il congedo di maternità in congedo parentale, già nel 1974. Lo scopo era quello di incoraggiare le donne a entrare nel mondo del lavoro e di raggiungere la parità tra i sessi nei tassi di occupazione e disoccupazione.

L’incoraggiamento del governo
Nei primi vent’anni dall’adozione del provvedimento la quota di congedo maschile restò molto bassa: i padri che se ne servivano erano soltanto il 6 per cento del totale, percentuale che rimase invariata fino agli anni Novanta. Nel 1995 venne introdotto il congedo di paternità vero e proprio, e con esso un decisivo fattore coercitivo: nessun padre era obbligato a restare a casa, ma se non lo faceva la famiglia perdeva un mese di sussidi. Il numero degli uomini che prendevano il congedo parentale aumentò vertiginosamente.
Nel 2002 la durata del congedo venne estesa a tredici mesi, di cui due erano riservati ai padri e non potevano essere trasferiti alle madri. La misura non aumentò molto il numero di uomini che decidevano di restare a casa, ma raddoppiò – almeno – il periodo di tempo in cui lo facevano. Come detto sopra, il governo incoraggia i genitori con ulteriori incentivi perché dividano equamente il tempo del congedo, che nel frattempo è arrivato a 480 giorni.

Aumenta l’occupazione
Le misure del governo svedese hanno per alcuni aspetti funzionato: la maggioranza dei padri attualmente usufruisce del congedo e circa il 72 per cento delle donne ha un impiego, a tempo parziale o a tempo pieno. Tuttavia il tempo di congedo preso dagli uomini resta molto inferiore a quello preso dalle donne: benché il 69 per cento dei padri usufruisca del congedo di paternità al di là dei 60 giorni obbligatori, il tempo effettivamente utilizzato nel 2012 è equivalso al 24 per cento di tutti i giorni di congedo riconosciuti.

Per incoraggiare l’assunzione dei compiti di cura materni da parte degli uomini, la legislazione ha anche previsto che i padri possano prendere dieci giorni di permesso subito dopo la nascita dei figli. Questo tempo di congedo è aggiuntivo e non viene scalato dai 480 giorni del congedo parentale. Qualcuno si è lamentato che, messa così, la norma apparisse sessista e omofoba. Perciò ora nel sito internet ufficiale della Svezia a proposito di essa si legge: «Uno dei genitori del neonato ha diritto a 10 giornate extra di congedo in concomitanza con la nascita del figlio; 20 se si tratta di gemelli». Il riferimento alla paternità e maschilità del genitore è completamente omesso.