La rimozione della statua di Giovanni Paolo II e l’iconoclastia laicista

Quattro ragioni per comprendere tutta la grettezza ideologica della decisione del giudice di Rennes

francia-statua-giovanni-paolo-ii-ploermelAlcune testate giornalistiche nei primi giorni di maggio hanno riportato, quasi in sordina, la notizia di un fatto che invece, per la sua gravità, avrebbe meritato più considerazione da parte dei grandi mezzi di comunicazione di massa: un giudice di Rennes ha ordinato la rimozione della statua di Giovanni Paolo II posta nella cittadina di Ploermel poiché viola la separazione tra Stato e Chiesa.

Sul punto si possono effettuare alcune considerazioni.

Premettendo che la questione può essere analizzata sotto molteplici aspetti, come quello storico, quello politico, quello sociologico, il più pregnante in questa sede appare quello filosofico-giuridico essendo coinvolti il concetto di laicità e la sua ricaduta sotto l’aspetto giurisdizionale.
In primo luogo: la separazione tra Stato e Chiesa è una invenzione tipicamente cristiana, non solo perché fondata sul passo evangelico per cui occorre dare a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio (Lc., 20,25), ma soprattutto perché è stata la prassi giuridica sempre mantenuta dalla Chiesa nella sua storia bimillenaria.

La Chiesa, infatti, ha evitato da un lato che l’autorità politica fosse divinizzata, come richiedevano gli imperatori romani che i primi cristiani rifiutavano di incensare andando per questo verso il martirio (come scrivono Giustino, Tertulliano, Lattanzio), ma anche che l’autorità religiosa reclamasse per sé tutto il potere escludendo l’ambito umano e della ragione naturale.
La Chiesa, insomma, ha letteralmente forgiato il concetto di laicità, cioè di distinzione, più che di separazione, tra sfera temporale e sfera spirituale, garantendo la libertà umana contro i conati di cesaropapismo da un lato e di teocrazia dall’altro.
Su tutti i numerosissimi esempi citabili si ricordi soltanto quanto scritto dal quarto Papa, già nel I secolo d.C., Clemente Romano: «Al sommo sacerdote infatti sono state conferite funzioni liturgiche a lui proprie, ai sacerdoti è stato preordinato un posto loro proprio. L’uomo laico è legato agli ordinamenti laici. Ciascuno di noi, fratelli, cerchi di piacere a Dio nel proprio ordine, vivendo in buona coscienza e dignità, senza trasgredire la regola stabilita dal proprio ufficio liturgico».

In secondo luogo: così come la laicità è il giusto mezzo che può evitare gli aberranti eccessi della statolatria (come nei regimi totalitari di cui il XX secolo è riccamente costellato) da un lato e della teonomia assoluta (come nei regimi islamici) dall’altro, così occorre sottolineare, inerentemente ai simboli religiosi, che occorre evitare i due aberranti eccessi corrispondenti, cioè ammettere tutti i simboli religiosi come in un pantheon 2.0 rivisto e corretto dalle esigenze cultuali e culturali contemporanee, oppure eliminare tutti i simboli religiosi in nome del più becero ed intollerante laicismo.
Viste le premesse, occorre infatti precisare che la presenza dei simboli cristiani non solo non è negatrice della laicità e della distinzione tra Stato e Chiesa, tra sfera temporale e sfera spirituale, tra ragione e fede, tra religione e diritto, tra tolleranza e identità spirituale, ma che soltanto la presenza dei simboli cristiani (essendo solo nell’alveo del cristianesimo che si è compitamente plasmato il concetto di laicità) è autentica garanzia della laicità medesima.
Idea che alcuni non riescono completamente a digerire, ma che ciò nonostante deve essere ribadita ad onor del vero e della storia: amicus Plato, sed magis amica veritas!

In terzo luogo: utilizzare i concetti tipicamente cristiani, come la laicità e come la distinzione tra Stato e Chiesa, contro il cristianesimo medesimo e la Chiesa, significa storpiare la natura stessa della laicità, trasformandola da idea in ideologia, ricavandone cioè il laicismo, ovvero, quella grottesca forma di pensiero che può essere definita, con le parole di Luigi Sturzo, come confessionalismo laico, cioè quello per cui «invece di confessare la fede in Dio ed in una chiesa, si dovrebbe confessare una specie di fede nello Stato laico».
Essendo il laicismo una ideologia deve essere rifiutata come tutte le ideologie, poiché in quanto tali esse non riescono a far percepire e cogliere l’essenza della realtà e delle cose per come sono effettivamente.

In quarto luogo: nel caso di specie, più che di un simbolo si tratta di una statua, di qualcosa, dunque, che rientra senza dubbio nell’ambito nell’espressione artistica; occorre quindi chiedersi: si procederà da ora così con tutte le opere d’arte che hanno il sacro per tema? La Francia bandirà le opere d’arte che raffigurano santi e momenti della storia cristiana? Statue, affreschi e dipinti raffiguranti natività, crocifissioni e resurrezioni saranno messi al bando per non violare la separazione tra Stato e Chiesa? Opere di personaggi, perfino appartenenti alla cultura francese, come Paul Gaughin, Marc Chagall, Robert Campin, Simon Vouet, Jacques-Louis David saranno censurate ed irrimediabilmente condannate all’oblio?

In conclusione: appare, dunque, da un lato tutta la grettezza ideologica di una simile decisione, e preoccupa e sorprende che provenga da un tribunale, nonostante l’avviso evangelico di Marco («Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per rendere testimonianza davanti a loro»), e dall’altro il paradosso per cui si coinvolge la rappresentazione scultorea di un Pontefice come Giovanni Paolo II che così, quasi profeticamente, ebbe appunto a condannare una tale deriva ideologica: «Nell’ambito sociale si sta diffondendo anche una mentalità ispirata dal laicismo, ideologia che porta gradualmente, in modo più o meno consapevole, alla restrizione della libertà religiosa fino a promuovere il disprezzo o l’ignoranza dell’ambito religioso, relegando la fede alla sfera privata e opponendosi alla sua espressione pubblica».