La prof “cacciata perché lesbica” e lo sproloquio «apparentemente logico» di Repubblica sui fondi pubblici alle paritarie

Luigino Bruni chiarisce su Avvenire come il caso del Sacro Cuore di Trento sia strumentalizzato per le solite campagne ideologiche anti-scuole cattoliche

trento-prof-cacciata-perche-lesbica-repubblicaOrmai non interessa quasi più a nessuno accertare la verità sulla vicenda dell’insegnante di Trento che accusa le suore di averla cacciata dalla scuola paritaria Istituto Sacro Cuore a causa di qualche sospetto circa il suo orientamento sessuale. C’è stata discriminazione? Non c’è stata? Suor Eugenia Libratore è omofoba o invece è solo preoccupata della linea educativa della scuola? Non importa. Il caso – sollevato, è bene tenerlo presente, dai comitati locali della Lista Tsipras e proprio mentre si discute l’introduzione di una legge sull’omofobia (qui la versione dei fatti fornita dalla scuola) – è solo una nuova bandierina da sventolare strumentalmente per velocizzare l’approvazione del ddl Scalfarotto o, peggio, per invocare il taglio dei già magrissimi finanziamenti statali alle scuole paritarie.

APPARENTEMENTE. «Certo, noi riceviamo un contributo, ma perché svolgiamo un servizio pubblico. Sfido chiunque a dimostrare il contrario», ha detto la preside dell’istituto parlando con Avvenire. E oggi il quotidiano della Cei decide di affrontare direttamente l’argomento con un editoriale dell’economista Luigino Bruni che risponde al commento della politologa Nadia Urbinati apparso ieri su Repubblica, commento che, nota Bruni, «raccoglie e sviluppa una idea molto diffusa perché apparentemente logica».

CHI PUÒ PARLARE IN PUBBLICO. «La politologa – sintetizza l’editorialista di Avvenire – sostiene che sia “irragionevole stupirsi” del presunto comportamento discriminatorio della preside della scuola di Trento». Infatti «secondo Urbinati se la preside dell’Istituto Sacro Cuore avesse licenziato (fatto tutto da dimostrare) l’insegnante per il suo orientamento sessuale non ci sarebbe nulla di “scandaloso” perché, a suo dire, questo diritto farebbe parte parte dell’identità culturale; per lei lo scandalo starebbe invece nel finanziamento pubblico alle scuole “private”, che se vogliono mantenere l’identità debbono rinunciare a questa ingiusta regalia».
Insomma, spiega Bruni, «il messaggio è chiaro: non è possibile coniugare finanziamento pubblico e identità, poiché il pubblico significa rinunciare alle identità culturali e perché, scrive ancora Urbinati, “le buone ragioni dei religiosi non possono essere usate nella sfera pubblica, che è abitata da tutti, credenti in diverse fedi e non credenti”».

IDENTITÀ VIETATE? Per quanto «apparentemente logico», però, secondo Avvenire «questo ragionamento si basa su due ipotesi radicali e molto discutibili: a) che il finanziamento pubblico può andare soltanto a istituzioni statali non identitarie, le sole “vere” scuole pubbliche; b) che la sfera pubblica non sia il luogo delle identità diverse in dialogo tra di loro, perché quando si entra nella sfera pubblica occorre lasciare sull’uscio della piazza radici e identità, per incontrarsi in una terra di nessuno, abitata da gente o senza identità o che le considera faccende puramente private, da non raccontare in pubblico».

IL DIRITTO DI ESSERE PER TUTTI. Ma a parte il fatto che è proprio il finanziamento pubblico alle scuole paritarie che «consente alla Urbinati e a tutti noi di legittimamente criticare e discutere le scelte di una dirigente di una scuola “privata” (in realtà paritaria)», comunque il baco peggiore nel ragionamento di Repubblica secondo Luigino Bruni è «pensare che una scuola cattolica senza soldi pubblici sarebbe legittimata a licenziare (fatto, è bene ripeterlo, tutto da dimostrare nel caso di Trento) insegnanti sulla base del loro orientamento sessuale e a prescindere quindi da loro eventuali conflitti di interesse, scorrettezze e colpe gravi. Ma che idea e quale narrazione si vuol radicare a proposito dei cattolici? Come li si dipinge? La democrazia, i diritti fondamentali della persona e la sua libertà non sono forse anche il frutto del cristianesimo e dei suoi carismi? (…) Democrazia è dare pubblicamente ragione delle proprie scelte. E se una scuola, soprattutto se materna ed elementare, rispetta i parametri e i criteri fissati dalla comunità civile, ha diritto ad usufruire della fiscalità pubblica. Scuole cattoliche, ebraiche, valdesi, buddiste, musulmane…, purché si muovano senza ambiguità e senza ombre dentro l’arco dei valori costituzionali, e purché non abbiamo il profitto come movente, ma un saldo progetto educativo». E purché si accetti l’idea che possa essere “pubblico” e “costituzionale” anche un progetto educativo non in linea con quello di Repubblica.