“La piccola speranza” di Peguy è «Dio che si fa bambino per noi»

Intervista al regista Andrea Carabelli, in sala dal 19 al 22 dicembre al teatro Franco Parenti di Milano con “La piccola speranza”, opera tratta da Peguy che indaga il mistero di Dio fatto carne.

Un’opera del grande poeta Charles Peguy è il migliore aiuto per avvicinarsi alle festività natalizie. È per questo che il regista Andrea Maria Carabelli propone La piccola speranza, uno spettacolo teatrale tratto da Le porche du mystère de la deuxième vertu dell’autore francese. L’opera, visibile tra il 19 e il 22 dicembre al teatro Franco Parenti di Milano, è trasportata nella forma particolare del melologo: «Un equilibrio perfetto tra musica e teatro – dice a tempi.it il regista –. Non è uno spettacolo, non è un musical, ma una commistione di pezzi recitati e cantati».

Perché questa decisione?
Il testo di Charles Peguy, per quanto scritto come un monologo, è pensato in una formula paraliturgica. Non per nulla è chiamato “mistero”. Tuttavia, non volevo rappresentare un monologo – che è difficilmente apprezzabile dal pubblico – e cercavo un modo di renderlo rappresentabile senza snaturarlo. Inoltre, il testo originale è in lingua francese, e la necessaria traduzione in italiano mancava di tutta la musicalità della lingua d’oltralpe. Perciò, abbiamo collaborato con il compositore milanese Pippo Molino, in modo che la musica potesse funzionare come una “eco” del parlato, che concretamente si è rivelata come un’amplificazione armonica delle vocali. Così si è formata una drammaturgia.

Come si sviluppa la scena?
Alcuni commensali cenano attorno a una tavola. Qual è, infatti, la dimensione più quotidiana di fronte all’Eterno? Il conversare e mangiare a tavola, in riferimento all’ultima cena. La voce-guida a capotavola è Dio, gli altri convitati rappresentano l’intera umanità. Nella drammaturgia che ho riscritto ho cercato di sviscerare naturalmente le voci interne del monologo di Peguy. Sono tante: oltre alla voce di Dio, che spiega e racconta, ci sono le mille domande che l’uomo chiede al divino.

Lo spettacolo si terrà appena prima di Natale. Una scelta consapevole?
La possibilità di proporre l’opera proprio a ridosso del Natale mi è servito da stimolo a comprendere la portata vera de La piccola speranza. La pretesa di salvare il mondo arriva da un Dio che si fa carne e diventa un bambino. Un essere a cui nessuno darebbe nulla, una piccolezza nella grandezza del mondo e del cosmo. Eppure Lui, Gesù, ha salvato il mondo e donato speranza. D’altronde, come dice Peguy, sono proprio i bambini a donare speranza: non fanno nulla, ma nella famiglia tutto ruota attorno a loro. La mamma cucina e lava per loro, il papà lavora per loro. Ultimamente si sente spesso dire, con un pizzico di retorica, che «dobbiamo ridare la speranza ai nostri giovani» creando lavoro e stabilità, curando l’ambiente. Invece, è il contrario: sono proprio i giovani che devono dare speranza a noi.

Ed è per questo che ha deciso di interpellare artisti molto giovani?
Mi sto appassionando sempre più al coinvolgimento dei ragazzi nel teatro. Molte circostanze mi portano ad approfondire la possibilità educativa del teatro nei confronti dei giovani. Anche per me è un “esperimento di crescita”. Inoltre, in quest’opera avevo bisogno in scena di un’immagine chiara di questa giovinezza. Bisognava vedere e sentire la speranza “bambina”.

La piccola speranza è dedicato a Giuseppe Gulotta. Perché?
Ho letto per caso un’intervista l’anno scorso. All’intervistatore, scioccato dalla vicenda di uomo rinchiuso ingiustamente in un carcere per 36 anni, che gli chiedeva come avesse fatto a non impazzire in quella condizione, Giuseppe Gulotta rispose: «Un uomo senza speranza non è più un uomo». Da qui è partita l’indagine sul testo di Peguy, ed è in questa risposta che si sintetizza tutta l’opera. Sperare può sembrare difficile, ma disperare non è umano.